Questione Aler
Lucia Castellano:"Bisogna impostare una politica della Casa condivisa"
immagine

MILANO - Provo a far chiarezza in questa triste nebbia di accuse reciproche e campagne elettorali malamente giocate su drammi sociali. Ci provo dalla mia posizione di consigliera regionale, componente della commissione Casa, Territorio e Infrastrutture.
Aler Milano è un ente pubblico economico, un’azienda partecipata regionale, con un patrimonio immobiliare di circa 40.000 alloggi nella sola Milano. Perché le case di proprietà regionale, a Milano, versano (fatte salve alcune eccezioni), in uno stato non degno di un Paese civile? Per svariate ragioni.

 La prima: non c’è più un sovvenzionamento pubblico che sorregga una funzione che, con il progredire della crisi, acquista sempre più i connotati del servizio sociale. E, quindi, costa e andrebbe finanziata (art 117 della Costituzione: competenza concorrente Stato / Regioni in materia di edilizia pubblica, con il risultato che né l’uno né l’altra, almeno fino all’anno scorso, hanno stanziato un solo euro). A causa di una legge regionale scellerata, inoltre, il sostentamento delle Aler dovrebbe basarsi sulle entrate derivanti dai canoni di locazione(!).
  La seconda ragione é che in questi ultimi anni Aler ha investito sulla costruzione di nuovi quartieri, piuttosto che sulla manutenzione del patrimonio esistente, che cade a pezzi. Ha dimenticato la sua funzione sociale a favore di una politica da immobiliarista puro.
  Ancora (e questo è davvero inspiegabile) perché interi quartieri, interessati da lavori di riqualificazione edilizia regolarmente finanziati, sono rimasti cantieri a cielo aperto, con ristrutturazioni cosiddetti “a macchia di leopardo” (un palazzo nuovo e uno a pezzi, per capirci). Dai banchi dell’opposizione chiediamo, invano, di conoscere dove siano finiti i fondi stanziati per i contratti di quartiere.

Dal 2009 Aler, oltre al suo complicato patrimonio, gestisce anche i 28.000 alloggi del Comune di Milano. Gestire significa: manutenere, tutelare (respingere gli abusivi, con la collaborazione del proprietario e delle forze dell’ordine, prendere in carico gli inquilini: canoni, cambi alloggio, crolli del reddito ecc).
Perché il rapporto tra i due enti si incrina progressivamente? Anche qui, ragioni genetiche e funzionali: i gestori precedenti lasciano ad Aler dati sbagliati, rapporti debitori e creditori irrisolti, edifici non censiti. In più, un’azienda che traballa sotto il peso del proprio gigantismo (unito a una gestione non sempre funzionale agli scopi), fa fatica a prendere in carico altri 28.000 alloggi. Terzo motivo: non si riesce a creare un rapporto di condivisione, di gestione congiunta di tutto il patrimonio immobiliare cittadino (di proprietà del Comune o della Regione, non importa) per far fronte all’emergenza casa e alla crisi economica. In sintesi, non si riesce a ottenere una programmazione congiunta sul tema, che riguardi tutte le 70.000 famiglie che abitano in un alloggio popolare, chiunque ne sia il proprietario.

Il progressivo sgretolarsi del gigante, sotto il peso di un buco di 245 milioni di euro, ha reso impossibile continuare la gestione delle case comunali. La situazione della partecipata regionale è talmente grave da portare il Presidente Maroni a riferirne dettagliatamente in Consiglio. Pochi mesi dopo, è la stessa Aler a disdettare la convenzione con il Comune di Milano, il quale, con scelta coraggiosa, decide di riprendersi le proprie case, affidandone la gestione all’azienda Metropolitane Milanesi.

Cosa succederà dal 1 dicembre 2014? Prima di tutto, al monopolio di Aler in città si sostituirà la concorrenza con un altro gestore. Il che non può che far del bene, come sempre, quando si rompe una gestione esclusiva.
Sono convinta che, per affrontare e risolvere il problema delle case popolari, ci sia bisogno di impostare una politica della Casa condivisa.

È quello che é mancato in questi anni. E che, sono sicura, sarà il valore aggiunto del contributo di Metropolitane Milanesi. La differenza di colore politico tra Comune e Regione non ha aiutato, certo. Ma non si può dire che, sotto la medesima bandiera, le cose andassero meglio, nel decennio scorso. I 70.000 abitanti delle case pubbliche di Milano hanno bisogno di un’unica “governance”: lungimirante, coinvolgente e trasparente. Anche se gli attori della partita sono tre.
Quale scenario, in una città civile? Me lo immagino così: il Comune concentrato ad avviare nel migliore dei modi la nuova gestione, Aler impegnato a risalire la china di una crisi senza precedenti. Entrambi, a testa bassa e senza clamori, a lavorare insieme, mettendo a disposizione il proprio patrimonio, con trasparenza, per risolvere l’emergenza (non é mai successo!)
Quanto alla Regione, dovrebbe occuparsi (oltre che del risanamento della propria azienda) della riforma, non più rinviabile, della legge regionale 27 del 2009. Quella, per capirci, che fonda il sostentamento delle Aler sui canoni pagati dagli inquilini.
Da che mondo è mondo, i Comuni gestiscono e amministrano, le Regioni legiferano e fondano i principi generali su cui si basa la vita della comunità territoriale. Riportiamo le cose nei giusti binari. E contribuiamo tutti (enti locali, sindacati, comitati inquilini, privato sociale) a costruire nei quartieri una vita dignitosa. Quello che continuo a vedere, purtroppo, è la trasformazione di un dramma sociale in uno scontro politico. Si chiama resistenza al cambiamento, trasformata in bagarre elettorale. Della peggiore specie, perché consumata sulla pelle di chi non può difendersi.

di Lucia Castellano

Il perché di una mancata "liberazione" (dalle cosche del malaffare) di Milano
Marco Vitale risponde alla “chiamata morale alle armi”, del vicedirettore del Corriere
immagine

MILANO -Caro Schiavi, ho riflettuto a lungo sul Suo importante articolo di domenica 18 maggio dal titolo: “Milano rilanci l’Italia migliore. Così si può salvare Expo”. Insieme, per evidente connessione, ho riflettuto sull’intervento, dello stesso giorno, di Mons. Mario Delpini dal titolo: “Lasciate che io faccia l’elogio dei milanesi”.

Premetto che, come ho già scritto, non ho dubbi sul fatto che l’Expo può e deve andare avanti e che la città deve stringere le fila e impegnarsi per questo importante obiettivo. Ma, deve farlo con serietà e realismo, senza cadere nella demoralizzazione da un lato (che pur sarebbe, per tanti versi, giustificata), ma anche senza eccedere nelle iperbole tipo quelle del sindaco Pisapia, che è passato da uno stadio di quasi assenteismo ed apatia ad uno stadio di pericolosa eccitazione (“Se Milano vince con Expo, sarà l’Italia a uscire da una situazione difficile”; “Voglio volare ancora più alto e pensare che Expo 2015 diventerà una pietra miliare per il futuro del pianeta”).

Sono anche convinto che, se non avvengono nuove complicazioni, la città ce la farà. Farcela non vuol solo dire che, al momento programmato, i padiglioni prefabbricati, a cura dei singoli paesi partecipanti, saranno al loro posto, che il Palazzo Italia sarà completato a tempo (attenzione! questa è la scommessa più difficile!), che l’intasamento di persone e cose, sia nella fase dell’allestimento che nel corso dell’Expo, sarà affrontato e gestito con competenza, che il contenuto dell’Expo produrrà almeno parte dei frutti conoscitivi e relazionali che ci si aspetta, che l’evento sarà seguito con entusiasmo dalla maggioranza della città, che le infrastrutture utili alla città metropolitana che, è ormai sicuro, non saranno completate in tempo, proseguiranno anche dopo la chiusura dell’Expo e non verranno abbandonate per strada, che il tema del Dopo Expo, o “Legacy dell’Expo” come si dice nei documenti ufficiali, prenderà consistenza in modo serio e costruttivo e non verrà trattato con la leggerezza sino ad ora mostrata, e non darà l’esca a dannose illusioni sul valore delle aree e sulla edificabilità (e vendibilità) delle stesse.

Chiarito questo, io non voglio qui parlare dell’Expo ma di Milano, della sua possibile reazione alla “mazzata tremenda”, come Lei giustamente la chiama, al rilancio dello spirito di Milano come Lei e altri da Lei intervistati, evocano. Ci avevamo provato, come Lei ricorda, nel 2010, con il Manifesto di Milano, stimolato dai generosi e genuini contributi del cardinale Tettamanzi, e con “Allarme Milano – Speranza Milano” che voleva sottolineare, come già aveva detto il cardinale Tettamanzi, che Milano, nel male e nel bene, ha una responsabilità particolare nei confronti di tutto il Paese.

E’ giusto rievocare quella breve stagione di impegno e di tensione perché, fu una tensione positiva e, allora, qualche risultato fu ottenuto. Ma non è più sufficiente. Oggi quegli appelli non sono più credibili, se non passano attraverso una riflessione seria e severa sul perché quello slancio si spense, sul perché siamo ripiombati nel letame, perché a livello di Comune le speranze che avevano portato alla discontinuità rappresentata dall’operazione Pisapia, sono state, in parte, deluse, perché in Regione la discontinuità non è passata, anzi si è votato il candidato che aveva teorizzato la continuità (e solo ora, tardivamente, pressato dagli eventi, il presidente Maroni sta cercando qualche sortita in questo senso), perché Infrastrutture Lombarde (che è l’epicentro politico della corruzione istituzionalizzata; altro che poche mele marce!) ha continuato a gestire un potere economico enorme e privo di ogni controllo), perché la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste l’ultima trincea che cerca di impedire che la città, od almeno parti rilevanti della stessa, affondi nel fango, perché la cupa ed antica alleanza di fatto tra le componenti affaristiche di CL e le Cooperative di sinistra non è stata affrontata sul piano politico e istituzionale, perché è stato impedito ad Expo di affidare la direzione dei lavori ad un “general contractor” professionale e internazionale (come è stato fatto per le Olimpiadi di Londra e come si farebbe in qualunque città civile) e si impose l’utilizzo di Infrastrutture Lombarde, perché la società Arexpo ed il suo consiglio di amministrazione si distinguono, in una fase così delicata per la società e per l’intero progetto, per un agghiacciante silenzio?

Il Manifesto 2014 non può essere quello del 2010, anzi non vi può essere nessun Manifesto e nessun “Expo Pride” se non si passa attraverso queste cruciali domande. Sarà la verità a salvarci e non l’”Expo Pride”, o i tre o quattro o mille giorni di eventi, o gli scenari paesani che sono stati montati a piazza Castello (che Lei giustamente chiama “suck pedonale”) o il demoralizzante boschetto con annesso orto di guerra in Piazza Duomo, né altri espedienti che possano suggerire gli uffici o i consulenti di comunicazione. Francamente penso che l’itinerario dal suck della Centrale, all’orto e boschetto in Piazza Duomo al suck di Piazza Castello dovrebbe essere proibito almeno ai minori, oppure essere genialmente presentato come una lezione su come non si deve fare in una aspirante metropoli moderna.

Tutto ciò premesso vorrei contribuire a questa riflessione di fondo.

Lo farò prendendo le mosse dall’”Elogio dei milanesi” di monsignor Mario Delpini. Mi è piaciuto molto questo Elogio, scritto così bene, alla maniera degli antichi elogi, sentito, convincente. Esso mi ha fatto pensare all’”Elogio di Milano per i suoi abitanti” scritto da frate Bonvesin de la Riva, nel 1288 nel suo “De Magnalibus Mediolani”, il più bel libro mai scritto su Milano e il suo contado[1].

Ecco l’elogio dei milanesi di Bonvesin de la Riva: “I nativi di Milano di ambo i sessi sono di giusta statura; hanno aspetto sorridente e piuttosto benevolo; non ingannano; non usano malizia con i forestieri, così che sono distinguibili anche più degli altri dalle restanti popolazioni. Vivono con decoro, ordine, larghezza, dignità, indossano vesti onorevoli; dovunque si trovino, in patria e fuori, sono piuttosto liberi nello spendere, onorano e fanno onore, e sono urbani nel loro modo di comportarsi e di vivere. Come il loro idioma, tra le diverse lingue, si parla e si capisce più facilmente di ogni altro, così essi stessi, tra qualsiasi gente, sono riconoscibili dal solo loro aspetto. Sono religiosi più di tutti gli altri, a qualunque patria appartengano… fuori dalla loro patria più probabilmente… Non sono dunque, tra tutte le genti, i più degni di stima?”

Ma Bonvesin, sempre e solo legato ai fatti e così cauto nell’esprimere giudizi, questa volta non riesce a evitare di porsi una domanda cruciale:

“A questo punto qualcuno mi obietterà: “Perché colmi di tante lodi Milano per i costumi dei suoi abitanti? Non sono forse noti a tutti i loro odi e tradimenti reciproci, le loro discordie civili, le loro crudeli distruzioni? Dunque tu non parli a proposito”. Magari un altro obietterà ancora: “Perché, se hanno le qualità che tu decanti, la loro bontà non mette un freno a tanta malvagità?”

E la sua risposta è breve ma incisiva e ci lascia un’ipotesi di fondo su cui riflettere: “Perché la potenza temporale tocca più spesso ai corrotti, e i figli delle tenebre, nella loro iniquità, operano spesso con più passione e cautela che i figli della luce nelle loro opere. Questo lo lascio a voi: io continuerò a trattare quello che mi sono proposto”.

Perché dunque ancora una volta i figli delle tenebre hanno prevalso sui figli della luce? Perché gli imprenditori, ancora una volta, corrompono e continuano a chiamarsi imprenditori, infangando questa antica e bellissima parola? Perché i tecnici svendono la loro competenza e professionalità ai figli delle tenebre per denaro o per vantaggi di carriera e continuiamo a chiamarli professionisti e costruttori? Perché continuiamo a tollerare che cricche affaristiche si nascondano dietro al nome santo di Cristo o al nome nobile della cooperazione? Perché accettiamo che dei figli delle tenebre creino delle strutture pensate per violentare il mercato e la concorrenza e continuiamo a chiamarli politici, cioè persone che dovrebbero lavorare per la polis mentre sappiamo che lavorano solo per se stessi o per il loro ente di affiliazione?

Stavo riflettendo su queste domande cruciali, quando mi è capitato di leggere uno scritto di Tommaso Padoa Schioppa che non solo è, a mio giudizio, uno degli scritti più profondi dello stesso, ma è illuminante sul tema dei rapporti tra Milano, Stato, imprenditoria ed, insieme è un atto d’amore per la città. Si tratta di una lettera scritta ad un amico che opera nell’ambito di IDOM, Associazione Impresa Domani, e che doveva, per volontà di Padoa Schioppa, restare riservata. Il destinatario ha invece deciso, molto opportunamente, di renderla pubblica, inserendola integralmente in un libro di ricerca e documentazione, sul rapporto, nel tempo lungo, di Milano con lo Stato (Franco Continolo, “Milano clef d’Italie”. Il rapporto di Milano con lo Stato”, Edizioni Lampi di stampa, 2012).

Le motivazioni della deroga al desiderio di Tommaso Padoa Schioppa sono, illustrate da Franco Continolo stesso con queste convincenti parole:

“Innanzitutto desidero chiarire il perché della decisione di pubblicare questa lettera, vista la volontà dell’autore di tenerla riservata: la prima motivazione è che non si tratta di un episodio casuale, di un’improvvisazione. In altre parole, il ruolo di Milano – perché questa città abbia contribuito ad aggravare, anziché guarire, i mali italiani – è stato oggetto della riflessione di Padoa-Schioppa sin dai tempi dell’università. Se ne può trovare traccia in articoli apparsi sul Corriere della Sera, e negli occasionali interventi alla Bocconi, ateneo che lui auspicava orientato a preparare anche la classe dirigente dello Stato. Ma la prova migliore è la completezza del quadro dei fattori civili e politici che hanno contribuito all’indebolimento dello Stato. La seconda è che, sebbene scritta per un gruppo ristretto, e per promuovere una ricerca più che per proporre delle soluzioni, la lettera, per la chiarezza e per la ricchezza degli argomenti è degna di essere posta accanto ai suoi lavori più elaborati, pensati per la pubblicazione. Il lettore non potrà che trarne beneficio”.

La lettera è del 6 settembre 2009 ed il suo testo integrale è il seguente (le sottolineature sono mie):

Caro Franco, mi hai chiesto quale tema IDOM potrebbe scegliere per il suo lavoro nell’anno o biennio a venire e mi hai detto di aver pensato al 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Ti espongo le ragioni per cui, a mio giudizio, IDOM, proprio per la sua composizione, potrebbe essere una sede ideale, particolarmente adatta (anzi, direi quasi moralmente tenuta, proprio in nome del suo impegno civile) a lavorare sul tema del 150°. Che anniversario si celebra. Bisogna innanzi tutto individuare correttamente l’anniversario che sarà celebrato; finora il dibattito pubblico ha del tutto mancato di farlo. Nel 2011 si celebrerà non la nascita della nazione italiana, bensì la fondazione dello Stato italiano. La nazione italiana esiste dal medioevo, precede addirittura il formarsi della nazione tedesca, francese, spagnola, britannica. La lingua parlata oggi in Italia assomiglia a quella di Dante come nessuna lingua europea assomiglia al suo progenitore del XIII o XIV secolo. E ha secoli di storia non solo la nazione, ma anche la coscienza di essa da parte degli spiriti più illuminati: basta rileggere Dante, Petrarca, poi Machiavelli. La peculiarità della storia italiana non è la nascita recente della nazione, è la combinazione di una nazione precoce e di uno Stato tardivo; è il fatto che per tanti secoli si sia avuta l’una senza l’altro e che l’assenza dello Stato unitario non abbia impedito la presenza della nazione. Finalmente, nell’Ottocento, lo Stato italiano nasce e nel 2011 è dunque di questo che si deve parlare. Tanto più che c’è molto, molto su cui riflettere e c’è urgenza di una riflessione responsabile, soprattutto a Milano e in Lombardia. Tutte le celebrazioni del 150° dovrebbero ruotare, a mio giudizio, intorno a un solo tema: lo stato dello Stato italiano. È questo – oggi, ma in realtà da tempo – l’organo malato dell’Italia, quello la cui patologia sta facendo deperire l’intero corpo sociale, l’economia, la terra e le acque, la cultura, la scienza, il rapporto con la sfera religiosa. Non è un’esagerazione affermare che dei 150 anni trascorsi dal 1861 forse la metà sono stati consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una vera opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi decenni e ancor più negli anni più recenti. È una dura affermazione che potrebbe essere documentata in modo specifico proprio all’avvicinarsi del 2011 al fine di contribuire a un riscatto. Sono ormai gravemente minacciati la democrazia, principi fondamentali dello stato di diritto, la preservazione del patrimonio artistico, l’ambiente naturale, il fatto stesso di essere uno Stato unitario.Ritengo che un gruppo di imprenditori milanesi animati dall’impegno civile sia nella posizione ideale (per) sviluppare una riflessione originale sullo ‘stato dello Stato’, e così per celebrare il 150° in modo costruttivo e non retorico. Ne sono convinto perché un tale gruppo assomma in sé due componenti della società italiana che hanno contribuito non poco, soprattutto nei recenti decenni, all’indebolimento dello Stato: la componente imprenditoriale e quella lombarda. Vi hanno contribuito per il fatto di considerare se stesse sempre quasi esterne allo Stato, non responsabili del suo degrado, fino a volersene, in diversi modi, ‘chiamare fuori’. Ammetto che questo giudizio non rende giustizia ai tanti imprenditori e ai tanti lombardi che anche negli anni recenti, hanno dato forza e dignità alla funzione dello Stato: basti pensare a Tommaso Gallarati Scotti e ad Alberto Pirelli, a Cesare Merzagora, Paolo Baffi, Giorgio Ambrosoli. E tuttavia quel giudizio ha un fondamento e dovrebbero soffrirne proprio coloro che, a buon diritto, non si riconoscono in esso. Imprenditori. Agli imprenditori si deve l’iniziativa, l’energia, l’inventiva che – soprattutto nel dopoguerra – ci hanno fatto crescere economicamente, uscire dalla povertà e colmare un ritardo di generazioni. Ma non si può dire che essi abbiano anche contribuito (con l’esempio in primo luogo) a promuovere lo spirito civico, il senso dello Stato e un rapporto sano tra Stato e società. È stata insufficiente la consapevolezza che chi guida l’impresa ha – in ragione delle proprie capacità e della propria ricchezza – responsabilità pubbliche particolari; che l’impresa, quando raggiunga certe dimensioni, diviene istituzione essa stessa, cioè una struttura che trascende l’orizzonte di chi la guida o la possiede in un particolare momento; che come tale è pubblica anche quando la sua proprietà è privata. La classe imprenditoriale è stata autrice del miracolo italiano, ma nello stesso tempo ha lasciato che nel suo corpo prosperassero le cellule malate dei rapporti impropri con la politica e con le amministrazioni pubbliche, dei capitali sottratti all’impresa e portati fuori dall’Italia, dell’evasione e della corruzione fiscale, della manipolazione dell’informazione economica. Da uno Stato che non soddisfa i bisogni elementari di sicurezza, legalità, istruzione, infrastrutture, difesa del suolo e dell’ambiente, l’impresa subisce un giogo che alla lunga la soffoca. Il singolo imprenditore può essere tentato di reagire semplicemente ‘arrangiandosi’: considerare lo Stato come un peso e cercare di aggirarlo con l’elusione e l’evasione, se non con la corruzione. Ma il ceto imprenditoriale nel suo complesso può difendersi da uno Stato inefficiente solo se contribuisce attivamente a riformarlo. Affinché ciò avvenga occorre che esso sviluppi appieno la coscienza del proprio ruolo e della propria forza e che percepisca lo Stato come un bisogno irrinunciabile della società intera anziché come un fardello. In altri paesi che conosco una siffatta consapevolezza è, nel ceto imprenditoriale, assai più forte che in Italia. Certo, l’impegno a migliorare lo Stato può nascere dal sentirsi debitori verso la società di appartenenza o dalla generosità che dovrebbe animare chi sta meglio; ma per suscitarlo dovrebbe bastare una visione lungimirante del proprio interesse. Milanesi. La Lombardia è la regione più ricca dell’Italia; di questa, Milano è considerata la capitale economica e si considera la capitale morale. Erano ‘milanesi’, di nascita o di adozione, alcuni degli spiriti più illuminati del Sette e Ottocento: Romagnosi e Manzoni, Casati e Cattaneo, Verdi e Rosmini. Nello stesso tempo, la Lombardia è l’unica regione della penisola che, allorché si fece l’unità d’Italia, non era da secoli sede di uno Stato indipendente. Torino, Napoli, Venezia, Firenze, Roma erano capitali, Milano no. Essere capitale significa possedere e sviluppare nel territorio circostante una cultura e una coscienza dello Stato, ospitare istituzioni politiche e amministrative, formare classi dirigenti pubbliche e – per i privati – interagire con esse.Forse per questi motivi, l’atteggiamento di Milano verso lo Stato è da tempo ambivalente: nostalgia e desiderio di Stato, ma anche senso di estraneità e visione immatura della sua funzione. L’impegno civico si è rivolto più alle istituzioni municipali o regionali che a quelle nazionali. L’insofferenza per le carenze dello Stato, per l’inefficienza della sua amministrazione, si è tradotta non in impegno riformatore, ma in ostilità allo Stato stesso o addirittura nell’idea semplicistica che ‘se al volante ci fossimo noi’ (noi milanesi, noi imprenditori) la macchina dello Stato allora sì che funzionerebbe. Per il vero, le tre ‘marce su Roma’ partite da Milano nel secolo passato per mettere un leader politico ‘decisionista’ alla guida del Paese hanno avuto effetti piuttosto distruttivi che costruttivi per lo Stato. L’affermarsi del federalismo come tema di dibattito nazionale e la sua iscrizione nel programma di riforme della Repubblica sono stati finora una grande occasione mancata per le élites del Nord. Il federalismo era per la classe dirigente e imprenditoriale milanese una via naturale per assumere la guida di un’azione di riforma e rafforzamento dello Stato e della nazione, e per esercitare una responsabilità nazionale. Poteva rianimare la grande tradizione di Carlo Cattaneo, saldarsi col disegno di una federazione europea, trasformarsi in un vero progetto di riforma dello Stato nazionale, promuovere un impegno delle classi dirigenti meridionali coerente con gli ingenti trasferimenti dal Nord di risorse operati dalla politica meridionalistica. Invece, il federalismo è divenuto la parola d’ordine di una formazione politica abile ma rozza, che fa appello senza alcuno scrupolo, incoraggiandoli, agli atteggiamenti, anti-Stato, anti-nazione, xenofobi, tribali della parte più incolta di alcune regioni del Nord, particolarmente quelle prive di storia e tradizione di tipo statuale. Le patologie dell’Italia come Stato e l’atteggiamento verso lo Stato della sua città più ricca, più evoluta e più aperta internazionalmente, sono due fenomeni complementari. Le influenze negative sono andate nei due sensi e invece di correggersi vicendevolmente si sono purtroppo rafforzate l’una con l’altra. È perciò del tutto impensabile che lo Stato italiano possa guarire dei suoi mali senza il contributo determinante di Milano. “IDOM 2011”. Il 150° si celebrerà in un momento tra i più bui della storia dell’ancor giovane Stato italiano. Se si vuole arrestare la caduta e salvare l’Italia dalla disgregazione, ogni ceto, ogni regione, ognuna delle componenti di una società nazionale pur ricca di grandissima vitalità e varietà di componenti, deve fare il suo esame di coscienza. L’assenza dello Stato non ha impedito la vita della nazione, forse anzi l’ha favorita e purificata. Ma oggi la degenerazione dello Stato rischia di travolgere insieme l’unità politica e quella culturale dell’Italia. Ecco i motivi per cui la tua idea merita di essere perseguita. La eventuale preoccupazione che sul tema dello Stato imprenditori milanesi ‘avrebbero poco da dire’ non mi sembra fondata. Proprio come imprenditori e come milanesi essi sono osservatori, utenti, vittime, corresponsabili, di uno Stato che funziona male. Un lavoro di indagine, testimonianza, documentazione, proposta, potrebbe essere organizzato e compiuto attingendo innanzi tutto all’esperienza vissuta dalle imprese.Un progetto 2011 potrebbe essere concepito in modo più o meno ambizioso. Sarebbe da considerare l’idea che IDOM cerchi di promuovere contributi e risorse più ampie di quelle che può esprimere da sola: Università, istituzioni culturali, qualche grande impresa o banca, qualche Fondazione, un gruppo di intellettuali, il Corriere della Sera. Occorrerebbe però che un eventuale ampliamento non snaturasse l’impostazione di fondo.Non ho obiezioni a che tu faccia conoscere questa mia lettera ai membri di IDOM; ma in via riservata e con l’impegno di non ampliarne la circolazione né di renderla pubblica. Per chi, leggendo queste righe senza conoscermi, trovasse duri i miei giudizi, sottolineo che a Milano, dove sono impiantate cinque generazioni della mia famiglia, sono cresciuto e mi sono formato, anche se – in età adulta – il servizio dello Stato mi ha chiamato a Roma; le mie parole sono dettate da profondo attaccamento alla città. Un caro saluto, Tommaso”

Questa lettera di Tommaso Padoa Schioppa anticipa di 5 anni e formula in modo magistrale tutte le riflessioni che la “mazzata tremenda” delle recenti vicende dell’Expo 2015 stava suscitando in me. Questa lettera è la voce della verità; è lo specchio nel quale il ceto dirigente milanese, imprenditori e professionisti in primo luogo, devono specchiarsi.

Ho sempre amato molto l’antico motto milanese: “Milan dis e Milan fa” che per me rappresentava lo specifico di Milano, il suo carattere distintivo. Ma oggi, dopo tante disillusioni, dopo tante cadute, dopo tante nefandezze, dopo la “terribile mazzata” non è più sufficiente. Non basta più fare, bisogna sapere fare cosa, fare come, fare perché. Non basta più l’energia, la creatività, il made in Italy. Bisogna inquadrare tutto questo in un patto cittadino, in un obiettivo pubblico generale, in una rigorosa capacità di distinguere tra l’imprenditore che si fa strada con la corruzione e quello che si fa strada con il talento.

Non è vero che senza corruzione non si possa fare niente di buono. La nuova Fiera è stata costruita nell’incredibilmente breve tempo di due anni e non è stata sfiorata da ombre di corruzione. Analizziamo che cosa ha funzionato in questo caso, che non ha funzionato nell’Expo. Quali metodologie di lavoro hanno permesso la realizzazione di questo successo che non ritroviamo nell’Expo? Chi è riuscito e come a tenere lontana Infrastrutture Lombarde da questo progetto? E perché i leader di questo progetto sono stati, in buona sostanza, accantonati? Non è neppur vero che la città sia stata politicamente inerte. Con l’operazione Pisapia e con la convergenza tra forze di sinistra e borghesia responsabile la città è riuscita a dare un, in gran parte, sorprendente colpo di reni e ad allentare la morsa sulla città dell’affarismo. E nelle elezioni regionali ha sostenuto, dandogli, a livello cittadino, la maggioranza, il giovane candidato milanese che si batteva per la discontinuità e per la legalità al primo posto. Ma alla fine è passato il candidato che aveva dichiarato, esplicitamente, di muoversi in continuità con il formigonismo e che lasciava una maggiore tranquillità sotto il profilo della legalità. Ciò è avvenuto con il voto del contado e di parti importanti della Regione, ma anche perché mancò l’appoggio di importanti soggetti milanesi a partire dal Corriere sino all’Assolombarda ed altre associazioni imprenditoriali, che temevano la discontinuità ed il rigore della legalità proposte dal giovane Ambrosoli. Ma entrambe le operazioni sono, nella sostanza, fallite. Nel caso della Regione è il voto che ha bloccato il rinnovamento. Nel caso di Pisapia è stato il dopo voto, la prudenza eccessiva, la mancanza di leadership, lo svuotamento dell’alleanza tra forze di sinistra e borghesia responsabile, che aveva portato al successo elettorale. In entrambe le occasioni si era parlato di liberazione di Milano. Si intendeva con questo la liberazione dalle cosche affaristiche, dal prevalere del principio di appartenenza sul principio di professionalità, dalle tante forme di collusione che umiliano i valori propri di Milano, dal prevalere del denaro sul lavoro. Qualche cosa, in questo senso, è stato, invero, fatto. Ad esempio la barocca, costosa e indegna “governance” di A2A, vera e propria sanguisuga, è stata recentemente semplificata e ripulita (e speriamo che il nuovo consiglio completi l’opera), ma assai tardivamente e, forse, più su impulso di Brescia che di Milano. Ma nell’insieme la liberazione non c’è stata. Non c’è stata la battaglia aperta e forte contro le cosche.

E dobbiamo chiederci perché. La risposta è, in gran parte, nella profonda analisi di Tommaso Padoa Schioppa. Milano, nei suoi soggetti produttivi, professionali, culturali è portata a coltivare bene le sue cose private e le sue connessioni nelle reti internazionali, ed a lasciare che lo Stato vada in malora. Questa relazione non può continuare così. Chi guida le imprese, ma anche chi esercita professioni e attività culturali e di comunicazione “ha, in ragione della propria capacità e della propria ricchezza, responsabilità pubbliche particolari”. E’ ancora insufficiente la consapevolezza “che l’impresa, quando raggiunge certe dimensioni, diviene istituzioni essa stessa, cioè una struttura che trascende l’orizzonte di chi la guida e la possiede in un particolare momento; che come tale è pubblica anche quando la sua proprietà è privata”. Ciò che è mancato e che manca è quello che Drucker insegnava alcuni decenni fa: in una società pluralistica il bene comune non può essere dettato da uno degli enti che compongono la società, né può scaturire dal presunto equilibrio delle varie posizioni che, nel migliore dei casi, porta all’immobilismo, ma deve scaturire dal fatto che ogni ente inserisca nel suo paradigma e, quindi, nel suo agire, la componente bene comune. La corruzione come sistema non deriva solo da politici corrotti che creano meccanismi di corruzione a ciò finalizzati, ma dall’assenza o debolezza della categoria del bene comune in ognuno di noi e degli enti che compongono la nostra società pluralista, dal modo in cui siamo imprenditori, professionisti, docenti, giornalisti, sacerdoti. In fondo deriva dalla riflessione che ci lasciò Bonvesin de la Riva “Questa la lascio a voi”: “Perché se hanno le qualità che tu decanti la loro bontà non mette freno a tanta malvagità? Rispondo: perché la potenza temporale tocca più spesso ai corrotti, e i figli delle tenebre, nella loro iniquità, operano spesso con più passione e cautela che i figli della luce nelle loro opere”.

La partita è ovviamente generale e nazionale e chiamare Milano a questa responsabilità è una sfida forse esagerata. Ma se non lo farà Milano, non lo farà nessun altro. Milano ha più responsabilità degli altri come diceva il cardinale Tettamanzi. E’ venuto il momento che Milano, o meglio la sua classe dirigente, faccia i conti seriamente con questa problematica, introduca nel suo paradigma il bene comune, riveda, alla radice, il suo rapporto con lo Stato nelle sue articolazioni locali e centrali. Secondo le indicazioni della profonda riflessione di Tommaso Padoa Schioppa e nel suo proprio interesse. Allora e solo allora l’Expo e il dopo Expo saranno un successo.

Con vive cordialità ed auguri di buon lavoro per Milano.

Marco Vitale



Milano, 23 maggio 2014

PS: Considero questa lettera una sorta di lettera aperta suscitata dal Suo articolo del 18 maggio e poiché non potrà essere pubblicata dal Corriere sia per la sua lunghezza che per altri motivi, la farò circolare attraverso i miei canali di comunicazione.

[1] Bonvesin de la Riva aveva chiarissima l’idea che la forza di Milano fosse indissolubilmente legata al suo contado, cioè aveva chiarissimo il concetto di città metropolitana: “ nel contado vi sono località amene, deliziose e cinquanta borghi fiorenti, tra i quali Monza, che dista dieci miglia da Milano ed è più degna di essere chiamata col nome di città che di borgo”.
 

Appello al Sidaco
Elisabetta Strada. " Abbiamo il dovere di puntare alto e volere il bello, in ogni iniziativa che facciamo"
immagine

MILANO - Ogni fine settimana sono programmate iniziative culturali, sportive, ricreative per i cittadini milanesi una più interessante dell'altra. Non solo Piano City, la seguitissima manifestazione che ha riempito di musica i parchi e le vie cittadine dal 16 al 18 giugno, ma, per dare un esempio, ieri è iniziato il festival itinerante “100 Violoncelli” una non-stop musicale che invaderà gli spazi del Teatro dell’Arte e della Triennale, fino a domenica e contemporaneamente è stata inaugurata la mostra Spasibo di Davide Monteleone nel Museo Francesco Messina. Dal 26 maggio al 1 giugno avremo  Il teatro scende in piazza – Identità Milano” un ricco programma di spettacoli gratuiti che racconterà tra danza, musica, azioni sceniche la città e la sua storia, realizzati da Milano Teatro Scuola Paolo Grassi nell’ambito del progetto Brand Milano. Insomma "La nostra amministrazione sta facendo molto. E molte cose bellissime."

Così afferma la nostra Elisabetta Strada, capo gruppo del Patto civico x Pisapia in consiglio comunale e socia di MMC, nella sua lettera-appello a Pisapia e agli assessori interessati della Giunta, dove li invita a riprogrammare le iniziative riguardanti la pedonalizzazione di piazza Castello all'insegna del bello e della condivisione coi cittadini. Infatti la manifestazione Bancarelle Città di Milano in programmazione fino al 6 giugno con apertura tutti i giorni dalle 9 di mattina a mezzanotte, ha suscitato molteplici critiche per il degrado provocato dalla presenza di banchi di porchetta, di bombole del gas deposte sulle aiuole, di immondizia lasciata plain air. Critiche che partono anche da coloro che avevano votato e sostenuto Pisapia e che, favorevoli all'area C, non erano preventivamente contrari alla pedonalizzazione della piazza. Critiche che non possiamo che condividere dato che come Elisabetta non possiamo dimenticare che Milano è anche la città del Rinascimento, del design, della moda, della creatività, della bellezza.

 

Alla c.a. Sindaco Giuliano Pisapia
Alla c.a ViceSindaco Ada Lucia De Cesaris
Alla c.a. Assessore Mobilità Pierfrancesco Maran
Alla c.a. Assessore Benessere e Tempo Libero Chiara Bisconti
Alla c.a. Assessore Commercio e Turismo Franco D’Alfonso

Milano, 17 Maggio 2014
Caro Sindaco, caro Pier, cara Lucia, cara Chiara e caro Franco,
 ieri sera sono stata all'inaugurazione di Piano City. Concerto Piano Gli Africain con Einaudi al Parco Sempione. Una serata magica. Musica bellissima. Ma la cosa più bella è stato il clima che si respirava durante il concerto e la cornice nella quale si teneva. Il parco pieno di persone. Italiani e non. Anziani. Adulti, ma anche moltissimi giovani e tante famiglie con bambini. Molti plaid sul prato sul quale in tanti erano seduti. Il tramonto. Lo sfondo dell'arco della Pace da un lato, del Castello dall'altro. L'illuminazione del palco. La struttura del palcoscenico su tre piani. Una meraviglia. Mi sono emozionata in tanti momenti. Una serata magica. Completamente gratuita. Completamente riuscita. Completamente aperta, accogliente e per tutti. Bellissima. Di altissimo livello e qualità. Complimenti a chi l'ha organizzata.
 Alla  fine del concerto una voce ha invitato tutti gli spettatori a raccogliere eventuali rifiuti per non lasciare sporco il luogo. Una lezione di gran civismo e degna delle iniziative che spesso invidiamo alle altre città internazionali.

Tutto questo mi fa pensare e credere che anche Milano può essere all'altezza. Anzi Milano è già all'altezza e può competere con Londra, Parigi, NY....



Poi mi allontanano e arrivo in Piazza Castello. I mercatini che occupano la piazza rinnegano il mio pensiero sopra esposto. Il problema non è la porchetta che viene venduta. Il problema è che sono una porcata. Sono orribili. Tutti diversi. Brutti. Sciatti. Disordinati. Una musica continua differente da banco a banco, fa da sfondo. Immondizia gettata dietro ai banchi e per terra. Bombole del gas dietro ai vari banconi… Vi allego qui sotto delle fotografie.
Nei giorni scorsi c'era lo spazio del Lego. Bellissima idea. Peccato però che si vedevano bambini rotolare sull'asfalto e non in spazi adeguatamente costruiti.


È stato votato un odg in CC nel quale si raccomanda la tutela del decoro e della bellezza della piazza.


Le azioni che vengono organizzate sembrano dettate dalla necessità di riempire un progetto partito senza programmazione, più che da una strategia a lungo termine. Stiamo improvvisando un riempimento di uno spazio.
Ben vengano le iniziative della Coldiretti, di Cyclopride ecc, perché rientrano nello spirito della pedonalizzazione. Nella accoglienza di tanti cittadini durante il fine settimana.

Ma il mercato cosi no e tantomeno i bambini sull'asfalto, tutto questo non rientra in una strategia di decoro, bellezza, ne tantomeno a quanto chiedono i cittadini.
Milano è la città della gente. E deve essere delle persone. Siamo i primi a sostenere la mobilità sostenibile o le isole pedonali. Milano deve essere una città 8-80. Vivibile e sicura per bambini e anziani.

Ma Milano è anche la città del Rinascimento, del design, della moda, della creatività, della bellezza. La città della Scala, di Brera, di Sant’Ambrogio.Gli Expo Gate deturpano la prospettiva. Non ho ancora incontrato un cittadino o un amministratore che apprezzi la loro costruzione. Come anche da mio intervento in CC ci raccomandiamo tutti che vengano eliminati il giorno stesso in cui chiuderà Expo.


Iniziamo fin da oggi a programmare delle iniziative in Piazza Castello belle e di gusto. Se vogliamo i mercatini pensiamo ai mercatini come quelli di Natale di Merano. I turisti vanno a Merano anche solo per guardare. Se crediamo nell'area dei bambini, facciamola bella. Troviamo degli sponsor che creino delle belle aree gioco, con pavimentazioni adeguate, e arredi di qualità.

Pensiamo a ieri a Piano City. Si può e si deve fare.

Città aperta e di tutti non deve significare per forza brutto e mancanza di rispetto per chi vive (ho ricevuto molte proteste anche da residenti che all'idea della pedonalizzazione erano assolutamente favorevoli ma ora si sono ricreduti), a chi vive la città (moltissime le lamentele da cittadini che in piazza Castello non vivono, ma che amano Milano) e da chi lavora (ho ricevuto numerose mail di protesta da parte di studi professionali), non è questione di ricchi e poveri. Non si può denigrare un residente o un lavoratore in base alla zona in cui risiede o se dipendente o meno. Queste ideologie sono quelle che hanno rovinato la sinistra.


Abbiamo il dovere di puntare alto e volere il bello, in ogni iniziativa che facciamo. Una piazza piena di pattumiera invita a gettare altro pattume a terra. Un luogo pulito e lindo ti invita a tenerlo tale. Ogni iniziativa che sia in centro o in periferia deve essere fatta bene e deve essere di qualità bella.
 Alle spalle del Castello c 'è piazza del Cannone, c'è il parco. Gestiamo e organizziamo le iniziative in base alla necessità, location e opportunità.
Non credo che siccome la sovraintendenza non ha obbligo di esprimere un parere in quanto le attività sono provvisorie, possiamo organizzare tante brutte attività in modo continuativo. Il problema non cambia.



La nostra amministrazione sta facendo molto. E molte cose bellissime. Ma non vengono comunicate. La maggior parte dei cittadini non le conosce. Di questo ne abbiamo parlato molte volte. Ma il problema sussiste. Non lasciamo che i cittadini ricordino solo le bruttezze che rimangano di fronte agli occhi di tutti, perché quelle belle non le sanno.
 Rischiamo così fra due anni, caro Giuliano, che non sarai più il mio sindaco. Non perché deciderò spontaneamente di non seguirti, come sai hai tutto il mio appoggio oggi e nel 2016, ma perché perderemo tutto il sostegno di quei cittadini che hanno votato te solo perché stufi della Moratti, non  perché credevano  nelle politiche di centro sinistra. Senza quei voti, Milano rimarrà sempre in mano al centro destra. E allora altro che pedonalizzazione. Ci lasceranno nuovamente tutti a piedi con una gestione pessima, piena di buchi, ma in apparenza più efficace e meglio comunicata.



Chiedo a Pier /Chiara/Franco di farci avere, come MMC, la programmazione delle iniziative del prossimo futuro fino a settembre/dicembre (se si faranno i mondiali ricordiamoci che giocheranno sempre molto tardi alla sera per via del fuso e nella zona ci sono molti residenti). Chiedo inoltre a Pier di aumentare le strisce parcheggi moto su Foro Buonaparte perché i vigili stanno multando  le tantissime presenti, incrementate visto la pedonalizzazione della piazza.


Ricordo infine alla Giunta di tenere fede all'odg approvato dal CC che invita al rispetto del decoro della piazza.

Un caro saluto


            Elisabetta Strada

EXPO in città
Iniziative ed eventi gratuiti dedicati al tema del cibo, dell’integrazione e della socialità
immagine

MILANO – Expo ritrova il suo tema di elezione, il cibo, coniugato con l’integrazione e la socialità nella manifestazione Milano Social Food, organizzata dal Comune di Milano da domani 15 a domenica 18 maggio nell’ambito di Expo in città. 
“Cibo, integrazione e socialità – spiega l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino sono tre temi che ben si uniscono tra loro. Il cibo è convivialità e condivisione, momento di incontro e motivo di integrazione, unione di culture diverse, fonte di opportunità di lavoro. La  manifestazioneMilano Social Food si ispira a questi argomenti e ha l’obiettivo di diffondere tra i cittadini il messaggio di una Expo che parte dai suoi temi più autentici per diventare un evento solidale con la città e tutti coloro che pur partendo da situazioni di difficoltà riescono a realizzare le proprie aspirazioni o trovano una rete di aiuto per uscire dal disagio economico e sociale” 
.

Per il Milano Social Food sono in programma visite alla realtà attive sul territorio che producono cibo e promuovono l’inserimento di persone in difficoltà seguite dei Servizi sociali del Comune; visita al social market di via Leoncavallo 12 (ex bene confiscato alla mafia) gestito dalla Associazione Terza Settimana dove le famiglie in difficoltà possono fare la spesa a prezzi calmierati; animazione, musica e giochi in piazza del Cannone con la festa presso la Locanda alla Mano, bar gestito da una cooperativa dove lavorano ragazzi con disabilità. Sempre in piazza del Cannone sarà presentato il progetto Safe/Fei sostenuto dal Ministero dell’Interno e dalla Unione Europea per l’integrazione di ragazzi provenienti da Paesi terzi.

Evento di punta il concerto di beneficenza gratuito (l’offerta p libera) “Uno Stradivari per la gente”, realizzato grazie a Bayer, che si svolgerà il 15 maggio alle ore 21 nella chiesa di San Marco a Milano.   


Infine in vari luoghi della città si ripeterà l’esperienza di successo dei cuochi sociali, che si sono offerti di cucinare gratuitamente per gli anziani soli della città. 


In allegato il pdf con il programma di Milano Social Food 

Scandali annunciati
Un articolo del direttore di Arcipelago Milano sull'affair Expo
immagine

MILANO - No, non si può dire “the show must go on” e tirare diritto. Non lo può dire Renzi e, scendendo la scala gerarchica della politica, non lo può dire nessuno perché i cani abbaiavano e speravano di non abbaiare alla luna. Nessuno può nemmeno chiosare dicendo “troppo facile dire l’avevo detto”. Chi accetta il potere lo sa che non è una sine cura, non glielo ha ordinato il medico: le difficoltà sono il suo pane quotidiano. Nessuno può dire: ci sono ovunque mele marce ma anche tante persone oneste. Ne abbiamo abbastanza di questo repertorio buono per ogni scandalo. Né si può dire che quel che è saltato fuori lo si debba ai controlli milanesi: è una vicenda che viene da lontano come ricaduta di altre indagini: i controlli milanesi riguardavano le infiltrazioni mafiose ma per gli ultimi arresti si tratta di associazione a delinquere “mafia free” come si direbbe oggi. Che poi questa delinquenza sia la pronuba della mafia lo abbiamo detto da sempre.
In un Paese normale il presidente della società Expo spa darebbe le dimissioni: Diana Bracco, il presidente, non fa un plissé come se lei e l’intero consiglio di amministrazione fossero altrove e lì solo a fare le belle statuine, buoni per i pranzi di gala e i concerti di Bocelli. Forse chi è stato presidente di Assolombarda, e prima ancora presidente di Federchimica, dovrebbe dare ai suoi colleghi imprenditori un esempio di comportamento coerente: anche se non si hanno responsabilità dirette nei fatti accaduti, se non altro si prende atto di essere venuti meno all’obbligo della sorveglianza o di non aver saputo scegliere i propri collaboratori. Non voglio sentirmi dire che lei e il consiglio di amministrazione non contavano nulla: hanno accettato la carica, fatti loro. Ogni carica comporta oneri, non solo onori: scusandosi lascino la scena.
A seguire sulla loro scia si accodino tutti quelli che avevano e lasciavano intendere di avere qualche potere decisionale nella macchina infernale che si è rivelata essere Expo.
E delle imprese che sono lì a fare lavori acquisiti con l’imbroglio cosa ne vogliamo fare? Un buffetto sulla guancia? Un piccolo rimpasto in consiglio di amministrazione tanto per mostrare facce nuove? Ma in quelle aziende le cattive abitudini normalmente scendono per i rami il che equivale a dire pessimi lavori.
Veniamo ai cani che abbaiano (inutilmente) alla luna, che per definizione non reagisce. Da tempo su queste colonne si denunciavano condizioni generali inaccettabili, a cominciare dall’articolo di Emilio Battisti del 26 marzo 2009 dal titolo “Expo cavallo di Troia della ‘ndrangheta“. Siamo poi spesso tornati alla carica anche dicendo che, indipendentemente da Expo, la legislazione sui lavori pubblici è un colabrodo e che malgrado l’aspetto di un’architettura legislativa articolata e pignola lascia varchi aperti alle più spudorate manipolazioni, in particolare quando si decide dell’assegnazione dei lavori secondo la formula della “offerta economicamente più vantaggiosa” (per chi?). Solo gli sciocchi ritenevano questo essere il rimedio contro la corruzione che si nascondeva dietro le offerte al massimo ribasso. Potete starne certi, se la cosiddetta offerta economicamente più vantaggiosa non fosse stata il varco perfetto per le manipolazioni più spudorate con i suoi criteri discrezionali, si sarebbe fatto in modo di non poterla utilizzare, invece è piaciuta a tutti: bipartisan.
Ma prima ancora bisogna che i lettori sappiano che la tecnica è anche quella di bandire gare con un capitolato fatto come un vestitino su misura per qualcuno, magari cercando di ridurre al minimo consentito dalla legge il tempo per studiare un’offerta, tempo spesso chiaramente insufficiente. Ma “qualcuno” sa tutto da molto prima e non viene colto “impreparato”. Non vorrei dover qui fare il manuale del perfetto manipolatore ma quello che è successo, e le intercettazioni ne sono la conferma, lo avevamo detto per tempo. I rimedi? C’erano nella stessa legislazione se la si fosse applicata come forse immaginava il legislatore che però non conosceva fino in fondo tutte le trappole che evidentemente la lobby dei disonesti aveva teso: troppi varchi aperti.
E allora? Stiamo aspettando per vedere se dal cilindro esce un coniglio (con le manette) o qualcosa di buono. Per il futuro immediato si potrebbe cominciare col far approvare i bandi e i capitolati dalle associazioni di categoria interessate che, forse pensando a evitare favori ora a questo ora a quello, farebbero l’interesse dell’insieme dei loro associati e contemporaneamente del bene comune. Una rivincita della mano invisibile? E poi rimettiamo mano all’intera legislazione sugli appalti e non solo in edilizia. A quando?

di Luca Beltrami Gadola

EXPO in città
Agricoltura, storia, itinerari, prodotti e servizi
immagine

MILANO – Dall’offerta di prodotti della campagna a km zero alle attività socio-culturali, ricreative ed educative rivolte ai milanesi e ai turisti, come i servizi di ospitalità e ristorazione, le iniziative didattiche per le scuole, le visite guidate: il Comune ha “mappato” per la prima volta le 30 cascine (comunali e non) del distretto agricolo milanese: attraverso questi importanti presidi del territorio rurale di Milano, viene tracciato il percorso dell'agricoltura milanese oltre che culturale, turistico e storico, paesaggistico e ambientale. Un  patrimonio straordinario che al meglio porta i temi di Expo in città.  
Una nuova iniziativa del Comune per conoscere e valorizzare le nostre cascine, che sono una parte significativa dell’identità della nostra città e luoghi importanti anche per il fuori Expo. Far conoscere al pubblico le attività che si svolgono nelle aziende agricole milanesi, come le coltivazioni locali, l’allevamento e la vendita diretta dei prodotti della terra significa promuovere una parte importante dell'economia e porre l'attenzione  alla qualità e alla sicurezza del cibo e, quindi, dell’alimentazione”, ha spiegato la vicesindaco con delega all’Agricoltura Ada Lucia De Cesaris.
La mappa illustra le peculiarità di ciascuna realtà, a partire dalle sue origini e dalla sua storia, in alcuni casi anche molto antica perché risalente all’epoca degli ordini monastici o addirittura agli insediamenti dell’età romana. Dai secoli passati al presente, la mappa dedica grande attenzione alle attività di fruizione pubblica che oggi si svolgono in cascina: produzione e commercializzazione dei prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento a filiera corta, agriturismo e ippoturismo, accoglienza di persone in difficoltà e progetti contro l’emarginazione sociale, offerta di tirocini e stage per studenti, campus estivi, feste tradizionali legate al mondo rurale, eventi artistico-musicali e persino aggiornamenti tecnico-professionali sulle fitopatologie.
Oltre alla presenza di ghiacciaie, molini, marcite e fontanili, la vicinanza a punti di interesse storico-artistico come chiese e abbazie, sono indicati gli itinerari ciclopedonali di collegamento tra le cascine e le informazioni utili per raggiungerle anche con i mezzi pubblici.
Da oggi la mappa, realizzata dal Comune di Milano in collaborazione con il distretto agricolo milanese e il Touring Club Italiano con il contributo di Esselunga, è on line sul sito www.comune.milano.it ed è in distribuzione nelle prime 10.000 copie in diversi punti della città, tra cui l’Expo Gate davanti a piazza Castello, l’Urban Center in Galleria Vittorio Emanuele, in tutte le 30 cascine e nelle sedi del Touring Club.
A Milano la superficie agricola utilizzata è pari a 2.910 ettari, su una superficie comunale complessiva di 18.175 ettari. Le imprese agricole sono 117, circa 60 con terreni agricoli in esercizio nel Comune di Milano e una trentina fanno parte del distretto agricolo milanese. Tra mais, riso, latte, carne, ortaggi e fiori, la produzione agricola milanese è stimabile in circa 10 milioni di euro all’anno.  
Tra gli interventi più recenti di Palazzo Marino per il recupero e la valorizzazione delle cascine milanesi ricordiamo l’assegnazione delle prime due realtà storiche messe a bando dal Comune: Monluè e San Bernardo, entrambe situate nel Parco Agricolo Sud, che potranno rinascere e sviluppare nuove funzioni socio-culturali in occasione di Expo 2015. E ancora, in un’ottica di promozione delle imprese agricole del territorio, il primo grande farmers’ market a cielo aperto nella nuova piazza Castello pedonale che, nella sola giornata di domenica 4 maggio, è stato visitato da oltre centomila milanesi e turisti.      
 
In allegato il link alla mappa delle cascine scaricabile dal sito del Comune:



http://www.comune.milano.it/portale/wps/wcm/jsp/fibm-cdm/FDWL.jsp?cdm_cid=com.ibm.workplace.wcm.api.WCM_Content/prima_mappa_cascine_dam/adbbb98043f507bfab34ffdef9d0596f/PUBLISHED&cdm_acid=com.ibm.workplace.wcm.api.WCM_Content/Prima%20mappa%20delle%20cascine%20milanesi%20-%20c099b80043f512aeaba1ffdef9d0596f/c099b80043f512aeaba1ffdef9d0596f/PUBLISHED 
 

Expo
È stata tradita l'idea senza condividere il cambiamento coi cittadini
immagine

MILANO - Qualche giorno addietro in una brevissima intervista rilasciata a Radio Popolare ho detto che il sentimento prevalente di fronte alle vicende di Expo è l’amarezza: l’amarezza dei non violenti quella di chi crede ancora nella politica e nel sistema democratico. Poi qualche giorno dopo ho letto che c’era chi si era infilato nel cantiere della Darsena e aveva danneggiato alcune macchine operatrici ritenendo con questo di rappresentare la rabbia dei No Canal. In un momento come questo, con quel che succede in giro per il mondo e intorno ai campi di calcio si potrebbe derubricare questo episodio tra i “de minimis”. Fino a un certo punto.
01editoriale17FBPerché attorno alla vicenda Expo si è lasciato invelenire il dibattito e il confronto? Perché una parte di chi manifestava e manifesta diversità di opinione è costretta nell’angolo e finisce con l’assumere atteggiamenti violenti? Chi ne porta la responsabilità? Chi è tentato dalla risposta di comodo “c’è sempre una frangia di antagonismo puro e semplice che cavalca qualunque cosa” sa di dire una mezza verità, anzi una piccola parte di verità: è sul “qualunque cosa” che dobbiamo ragionare.
Il “qualunque cosa” non nasce all’interno dell’antagonismo purché sia, ma è l’antagonismo che sa cogliere il momento nel quale si rompe l’equilibrio tra dissenso civile e potere politico. L’origine dunque sta nella politica e nel modo di gestire il confronto e credo che il caso Expo sia paradigmatico. Se qualcuno mai avrà voglia di scrivere la storia di Expo 2015 non potrà che raccontare come una buona idea si sia ormai trasformata in una sorta di incubo collettivo che con ogni mezzo, spesso rozzo e superficiale e con distribuzione clientelare di risorse, si cerca di trasformare da incubo ad attesa di successo e in sforzo collettivo.
Il giorno della vittoria di Milano su Smirne tutti avevano capito che c’era a portata di mano un’occasione storica: poter diventare il Paese di riferimento per chi intenda affrontare in maniera civile e corretta il problema della fame nel mondo. Le cose sono andate ben diversamente ed è inutile ripercorrere le vicende note a tutti tra liti, voracità, stupidità e nessun senso del bene comune e chiusura totale a qualunque apporto esterno: la vicenda del Expo Diffusa e Sostenibile ne è un esempio. Il motto sembrava essere quello che leggevamo sui tram milanesi negli anni dell’infanzia: non disturbare il manovratore che è intento alla manovra. Era e in parte è ancora la politica italiana.
Oggi abbiamo capito, e ce lo ricorda Emilio Molinari a parlando della “questione acqua” su queste stesse pagine, che Expo sarà un’altra cosa rispetto al tema originario e anche il sindaco Giuliano Pisapia di recente, ma tardivamente, ha sollevato il problema: possiamo dire che siamo di fronte al tradimento di un’idea.
Perche non capire che nel fondo all’origine dei movimenti di No Expo e No canal c’è anche e proprio la rabbia per il tradimento dell’idea? Se dobbiamo ammettere ulteriore occupazione di suolo o compromissioni del paesaggio, ammesso che non fossero evitabili, il sacrificio sarebbe parso quantomeno utile in un bilancio di costi e ricavi sociali e politici positivo. Il tradimento dell’idea e la consapevolezza di interessi economici non dichiarati e mai discussi sono il terreno di cultura dell’antagonismo di marca Expo. Tutto poteva essere evitato. Checché se ne dica o si voglia credere mi domando quanti sono i milanesi che stanno sulla riva del fiume, silenti, aspettando che passi il cadavere di Expo 2015. Magra soddisfazione. Una prece. Io invece spero ancora perché Milano, malgrado tutto, è la mia città e le sue sconfitte sono le mie.

di Luca Beltrami Gadola

Cascine
Ricettività, cultura, una fattoria aperta e un giardino
immagine

MILANO – Un luogo polifunzionale per attività socio-culturali, strutture di accoglienza e orti floreali alla Cascina Monluè; una fattoria aperta, un luogo di incontro e socializzazione e il 'Giardino dei Frutti Antichi' alla Cascina San Bernardo. Possono rinascere così due storiche cascine comunali, entrambe situate nel Parco Agricolo Sud, aggiudicate dal Comune di Milano ai vincitori dei bandi. 



Il diritto di superficie della Cascina Monluè è stato assegnato a una rete del terzo settore, con realtà di diversa entità e provenienza: ne fanno parte il consorzio Farsi Prossimo (capofila), la cooperativa La Cordata Onlus, la cooperativa Lo Specchio Onlus, l'associazione La Grangia di Monluè Onlus, l'associazione La Nostra Comunità Onlus, l'associazione Famiglie Ancora Onlus, l'impresa individuale Delle Donne Emilio. 

La Cascina Monluè diventerà un luogo polifunzionale che ospiterà attività socio-culturali e strutture di accoglienza e ristoro, in modo da favorire l’aggregazione multiculturale e valorizzare il tessuto sociale e d'impresa esistente sul territorio. Saranno presenti anche laboratori di artigianato, arte e cultura. Una parte del terreno della cascina verrà destinato a orti, alla cura dei quali potranno dedicarsi anche i cittadini del quartiere e gli ospiti della struttura. Tutta la cascina sarà sistemata per accogliere anche famiglie con bambini. 



La Cascina San Bernardo è stata assegnata alla Società Umanitaria. Il progetto prevede una fattoria e un luogo di formazione culturale, con attenzione all’agricoltura e alla ricettività. Saranno presenti attività per avvicinare i bambini e i ragazzi milanesi, nati e cresciuti nella dimensione cittadina, alla vita agricola. Anche in questo caso sono previsti laboratori artigianali e corsi di formazione. La Società Umanitaria provvederà, inoltre, alla realizzazione e alla gestione del 'Giardino dei Frutti Antichi', all'interno del Parco della Vettabbia. 



Entrambe le cascine inizieranno ad avviare le prime attività in occasione di Expo 2015. 

“Abbiamo aggiudicato le prime due cascine comunali - ha dichiarato la vicesindaco con delega all'Agricoltura e all'Urbanistica Ada Lucia De Cesaris – dopo il lavoro con le Sovrintendenze e la gara publica. Due luoghi storici saranno ora riqualificati e torneranno a nuova vita: una volta aperti, tutti i cittadini potranno riscoprire le peculiarità di questi due luoghi straordinari”. 

“Milano è anche una città agricola, la cui vocazione rurale si sta affermando con forza, anche grazie a Expo 2015 – ha proseguito De Cesaris -: recuperare le cascine è un punto di partenza fondamentale. Stiamo lavorando per procedere con gli altri bandi per altre cascine, con l'obiettivo di creare nel tempo il ‘sistema delle cascine di Milano’: l’obiettivo è che nuove e diverse funzioni pubbliche e sociali nascano in questi luoghi, grazie alla collaborazione tra il Comune di Milano, il terzo settore e il mondo delle imprese agricole”. 



Cascina Monluè 
Il grande complesso agricolo-abbaziale di Monluè, situato nell’omonima via al numero 70, in Zona 4, risale al 1200 e venne costruito dall’Ordine degli Umiliati. La cascina si trova vicino al fiume Lambro, dal quale si poteva diramare acqua per la gestione dei campi coltivati. Fino al 1936 il territorio intorno alla cascina fu totalmente agricolo, caratterizzato da una rete di canali e tracciati che rappresentavano la tipica trama agricola del territorio rurale milanese. Nei decenni successivi, gli insediamenti urbani sviluppatosi lungo via Mecenate arrivarono fino al fontanile Certosa, uno dei corsi d’acqua che costituivano il complesso sistema irriguo di Monluè. A partire da questo momento, l’espansione della città avrebbe man mano eroso le aree agricole di pertinenza del complesso di Monluè. Nel 1973, con la realizzazione della tangenziale est, la cascina ha smesso di essere un borgo rurale separato dalla città.



Cascina San Bernardo 
È situata al centro del Parco della Vettabbia, all’interno del Parco Agricolo Sud, in via Sant’Arialdo 133, in Zona 5. La Cascina, costruita nei primi anni del Novecento, attualmente in disuso, è costituita da due edifici uno di fronte all’altro. Originariamente quello a ovest era utilizzato come residenza, quello a est come stalla, fienile e deposito di attrezzature. Alle estremità di quest’ultimo corpo sorgono due torri a pianta quadrata, un tempo adibite ad abitazioni lungo l’edificio residenziale. Verso corte, si trova, sorretto da un porticato, un terrazzo cui si affacciano le finestre delle abitazioni al primo piano.

EXPO
Su la Repubblica l'inchiesta di Alberto Statera sottolinea il rischio di una figuraccia mondiale
immagine

MILANO- Ti avventuri in una giornata di pioggia sul viadotto che collegherà l’autostrada Milano-Varese al terminal della metro di Molino Dorino e ti sembra di entrare nella Los Angeles di Blade Runner. È da qui, a nord ovest della capitale lombarda, che puoi gettare lo sguardo su una landa di fango e vapori.
Una landa popolata di fantasmi umani e di mostri meccanici. Il campo di un milione e cento metri quadrati, lungo due chilometri e largo da 350 a 750 metri, che tra quattrocento giorni coperto di cinquecentomila alberi e tra idilliache scenografie dovrebbe portare dal mondo 20 milioni di visitatori e certificare la fine della decadenza della Nazione, sembra sulle mappe il profilo di un pesce spiaggiato. Come l’Italia. A guardarlo viene persino voglia di dare ragione, per una volta, al disfattismo di Beppe Grillo, che qualche giorno fa è stato qui e ha commentato: «Non c’è niente, c’è un campo e quattro pezzi di cemento. Ma chi ci viene a Rho?»  Eppure, per fare le cose per bene l’Italia aveva a disposizione 2.585 giorni da quel 31 marzo 2008, il giorno in cui tra epici festeggiamenti ottenne dal Bureau International des Exposition l’organizzazione dell’evento mondiale del secondo decennio del secolo, vincendo la sfida con Smirne. “Grosse Koalition” all’ombra della Madonnina scrisse il “Financial Times”, commentando la collaborazione tra il governo Prodi, ormai al lu-micino, e la destra che governava Milano e la Lombardia con Letizia Moratti e Roberto Formigoni. Tutti insieme si spesero, anzi spesero in regali ai paesi votanti: scuolabus nei Caraibi, borse di studio nello Yemen e in Belize, una metrotramvia in Costa d’Avorio, una centrale del latte in Nigeria, bus a Cuba, e così via. Oltre a un numero imprecisato di orologi di pregio e altri presenti a ministri di mezzo mondo. Poi per quasi duemila tragici giorni andò in scena il bieco spettacolo di spartizione tra politici, partiti, correnti, faccendieri, signori degli appalti e anche coppole storte, per la caccia alle poltrone e per assicurarsi fette della torta di potere e denaro. Interessi che la Direzione Nazionale Antimafia definì subito “maggiori persino di quelli ipotizzabili dalla realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina”, che Berlusconi, tornato a palazzo Chigi, aveva rimesso in cima al delirio sulle Grandi Opere. Ma non una pietra fu mossa in quella striscia di terra tra i comuni di Milano, Rho e Pero, che il nuovo presidente del Consiglio Matteo Renzi, qui in visita tra qualche giorno, dovrà necessariamente presentare come l’evento del grande riscatto del paese di cui si dichiara il protagonista.

Ora il Decumano e il Cardo, come aulicamente vengono chiamate le vie, che nelle città romane si intersecavano da est a ovest e da nord a sud, cominciano a intuirsi nel fango. Il fango del cantiere e quello dell’inchiesta della procura milanese che ha già portato all’arresto otto persone e promette sviluppi conturbanti. Sviluppi che — Dio non voglia — potrebbero fulminare la corsa contro il tempo per evitare all’Italia la figuraccia mondiale che rischia il primo maggio dell’anno prossimo, quando l’Expo dovrebbe partire.
Molti avevano previsto che il sogno sarebbe diventato un incubo. Di fronte alla sanguinosa lotta per le nomine, il controllo dei finanziamenti e degli appalti, si fece portavoce del “partito della rinuncia” l’architetto Vittorio Gregotti, il quale ricordò il saggio precedente di Francois Mitterrand che all’ultimo momento nel 1989 cancellò i faraonici progetti per la celebrazione del bicentenario della rivoluzione francese. Ma a Parigi non c’era la simoniaca cupola politico-affaristica lombarda, che per diciotto anni sotto le insegne del casto Roberto Formigoni, capitano di una legione di sedicenti lottatori per la fede ma incapace di sottrarsi al peccato,non ha perso occasione per accumulare potere e denaro con mezzi illeciti, in nome del “ciellenismo realizzato” attraverso la Compagnia delle Opere: un blocco di potere con 34 mila aziende associate e almeno 70 miliardi di fatturato, che ha svuotato lo Stato dall’interno con l’alibi della sussidiarietà.
Negli scandali che si sono susseguiti negli anni, il cerchio magico del Celeste c’è sempre tutto. Organizzato quasi militarmente per specialità di business: la sanità, gli ospedali, l’ambiente, l’urbanistica, l’edilizia, le opere pubbliche. Delle ruberie sui 17 e passa miliardi annuali della sanità pubblica ormai, con le inchieste e i processi in corso, si sa molto. Come molto si sa da anni sulla mangiatoia delle opere pubbliche. Alcuni dei nomi che ricorrono nell’inchiesta sull’Expo sono gli stessi che figurano in quella sul “Formigone”. Così è stato ribattezzato il palazzo che l’ex zar della regione ha fatto erigere in via Melchiorre Gioia a perenne celebrazionedella sua potenza. Con i suoi 167 metri di altezza — più alto della Madonnina, come l’ex governatore sostiene volesse Papa Paolo VI — il mausoleo formigoniano è l’emblema dell’appaltopoli meneghina nello skyline dell’ex capitale morale dell’ormai obliata borghesia produttiva. La procura non trascura un’inchiesta partita sulla base di un rapporto del colonnello Sergio De Caprio, il “Capitano Ultimo” che arrestò il boss mafioso Totò Riina. Ricorrono i nomi di Rocco Ferrara, già arrestato per le estrazioni petrolifere in Basilicata, e di Antonio Rognoni, l’ex direttore di Infrastrutture Lombarde, quello appena arrestato per gli appalti dell’Expo.
Per la cronaca, il “Formigone”, che doveva costare 185 milioni di euro, ne ha ingoiati oltre 500. Capite allora cosa intende la procura quando analizza la vittoria dell’appalto per la “Piastra” dell’Expo da parte della Mantovani, al posto dell’Impregilo, che doveva vincere con il solito accordo di cartello scambiando appalti sulla Pedemontana Lombardo- Veneta, con un ribasso d’asta di oltre il 40 per cento, pari a 100 e più milioni? Che con gli inevitabili aggiornamenti prezzi c’è “ciccia” per tutti, soprattutto in un’operazione che coinvolge la dignità nazionale in corsa disperata contro il tempo. Un classico nella corruttela nazionale, i cui esempi si sprecano, a cominciare dagli appalti per il G8 della Maddalena gestiti direttamente a palazzo Chigi da Guido Bertolaso, regnante Berlusconi.
Quando l’appalto per la “Piastra” (oltre 160 milioni) andò alla Mantovani, società dicui era diventata pars magna la segretaria dell’ex presidente del Veneto Giancarlo Galan, Claudia Minutillo, con Erasmo Cinque e la Ventura di Barcellona Pozzo di Gotto (poi esclusa per sospetti di mafia), Formigoni fece un comunicato di fuoco per l’eccessivo ribasso d’asta. E il responsabile delle gare Pierpaolo Perez protestò con un interlocutore al telefono: «Ma cosa si è fumato? Io non lo voto più questo qui, deve essere internato». «È il politico più stupido che io conosco», disse del resto una volta Ciriaco De Mita di Formigoni. O il più furbo di tutti negli affari? Non capì niente in castità perfetta e povertà evangelica, come si richiede ai Memores Domini, o sapeva tutto? Personalità da psicoanalisi il Celeste, lo stesso uomo che balla sulle note di Hot Chili Peppers su uno yacht da milioni e che poi va a confessarsi dal padre salesianodi via Copernico. Piove sul fango di piazza Italia, 4.350 metri quadrati che non si sa se saranno mai pronti per il primo maggio 2015; piove sul Children Park e sull’Anfiteatro, già realizzato — così dicono — al 20 per cento; l’Orto Planetario è stato cassato, come buona parte delle autostrade; non piove sulle Vie d’acqua, cancellate dai progetti, che dovevano collegare Rho al vecchio porto della darsena, né sulla linea ferroviaria Rho Gallarate, che resterà un pezzo di carta inumidita.
Dicono che a 400 giorni dal giorno fatidico per il prestigio internazionale di questa nostra Italia siamo al 40 per cento dell’opera. Soltanto un rifiuto risoluto del disfattismo nazionale ci permette di crederci. Se il miracolo si compirà — e ce lo auguriamo — si aprirà la fase delle Red Arrings, le aringhe rosse, bocconi olezzanti che i cacciatori britannici disponevano sul terreno di caccia per distrarre i cani dei cacciatori avversari. L’Expo come aringa per attirare una speculazione immobiliare da 3 o 400 milioni di euro, quando il peccato originale dell’esposizione universale sarà un angoscioso ricordo.
Si è già fatta sotto personalmente Barbara Berlusconi, leader politica in pectore, manifestando interesse per costruire su 12 ettari del pescione Expo uno stadio da 60 mila per il Milan. E magari qualche nuova “caricatura” di città nella città, come le chiama l’architetto Mario Botta. Secondo le tradizioni di famiglia.

di Alberto Statera

a.statera@repubblica. it

Cemento in Lombardia
Ricerca dell’Ispra: solo Napoli peggio del capoluogo lombardo. Consumato il 61,7% del suolo disponibile
immagine

MILANO - Il cemento avanza, sfonda la seconda cintura dell’hinterland e ormai invade persino la terza. È come se i confini fossero quasi scomparsi e Milano e i Comuni limitrofi quasi un tutt’uno. E l’area metropolitana satura di asfalto e cemento. Il capoluogo lombardo — con solo Napoli che di un soffio riesce a far peggio — primeggia nella gara tra le città che consumano più suolo. Una sfida senza medaglie. E con la Lombardia che è una grande macchia nera che in questo primato, tutto negativo, sbaraglia tutte le altre regioni.
Ci pensa l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, a fotografare l’andamento dal 1956 al 2012 del consumo di suolo. Sotto la Madonnina, la scomparsa di suolo libero è un fenomeno in crescita dagli anni Settanta: dal 42,8 per cento di terre mangiate nel ‘73, si passa al 58,3 per cento nel 1997 fino al 61,2 nel 2007. Per arrivare al 61,7 a fine 2012, ultimo dato ufficiale disponibile. E tra i peggiori, con la Lombardia che ha il 10 per cento di territorio irreversibilmente occupato da strade, capannoni, case. Che, contando montagne, laghi e dove non si può cementificare, non è poco, 261 i metri quadri di suolo consumato da ciascun abitante. Macome si è arrivati qui, a Milano? «La percentuale, inquietante, deriva da un’espansione urbana mal regolata o deregolata che avanza — spiega il ricercatore Ispra e responsabile del Rapporto, Michele Munafò — oltre che da una mancanza di programmazione strategica che non ha dato importanza alle funzioni del suolo anche per l’ecosistema. E dietro, c’è la crisi di Milano città con la gente che tende a uscire, verso l’hinterland, e porta con sé l’infrastrutturazione del territorio». Per l’assessore all’Urbanistica Ada Lucia De Cesaris è vero che Milano è stata cementificata nei decenni «ma nel Pgt abbiamo ridotto le volumetrie in un’ottica di conservazione».
L’80 per cento dei Comuni lombardi ha in pancia 41mila ettari, oggi aree agricole, da urbanizzare. Una cifra enorme, se si pensa che in Lombardia negli ultimi dieci anni si sono mangiati 10mila ettari. Il primo colpevole è meno scontato del previsto: divorano più suolo le strade rispetto alle case. «Pedemontana, BreBeMi e Tem hanno provveduto a dare una botta, peraltro quando fai le strade è il prodromo di nuove urbanizzazioni — osserva il docente di Programmazione ambientale al Politecnico, Paolo Pileri — . La crisi si pensa abbia messo in ginocchio l’edilizia ma in realtà questo non ha voluto dire un calo del consumo di suolo. Questo perché i Comuni continuano a mettere nei loro piani nuove aree da urbanizzare, Milano compresa: da Moratti a Pisapia il Piano di governo del territorio è stato asciugato, ma non ci sono dispositivi di legge e nemmeno la volontà che obblighino i sindaci a riutilizzare prima le aree dismesse ». Per invertire la tendenza, difatti, le ricette ci sarebbero. Senza toccare i livelli della Gran Bretagna, dove non si costruisce su nuovi terreni fintanto che i due terzi di aree abbandonate non vengano rimessi sul mercato, le chiavi sono diverse. Anche perché l’Europa impone di azzerare il consumo di suolo entro il 2050. «Anzitutto il riuso di aree dismesse — dice Munafò — prima di costruire sul nuovo, si riqualifichi il vecchio che non si usa più. E poi il regolamento edilizio, nelle mani del Comune che ha il pallino della tutela del territorio. E, se proprio si deve cementificare, non si tocchino le aree agricole». Da tempo gli ambientalisti denunciano che la Lombardia sia «la cattedrale del cemento». E oggi esortano la Regione: «Siamo in emergenza — denuncia il presidente lombardo di Legambiente, Damiano Di Simine — il consiglio regionale ha in mano una proposta di legge di iniziativa della giunta che non è così male, va nella direzione giusta. La approvino presto».

di Ilaria Carra

Inizio
<< 10 precedenti
Ebook_antonucci
Comunicati stampa
25/03/2015 23:31 - LAVORO AGILE. UNA GIORNATA SPECIALE IN 300 UFFICI DA MILANO A CATANIA
25/03/2015 23:30 - SALUTE. FARMACIE COMUNALI APERTE PER ESAMI GRATUITI AI MILANESI
25/03/2015 23:30 - AMBIENTE. IL COMUNE ADERISCE ALL’INIZIATIVA “EARTH HOUR”
23/03/2015 21:30 - CONSIGLIO COMUNALE. DIMEZZATO IL NUMERO DELLE BENEMERENZE CIVICHE
23/03/2015 21:29 - MILANO. PISAPIA: "GRAZIE A CHI MI HA ESPRESSO STIMA E APPREZZAMENTO"
Mostra tutti i comunicati
I nostri link
Tag cloud
Cerca negli articoli
Mailing list
Rss
Movimento Milano Civica
questo sito è stato realizzato con il CMS Journalist | About | Contact