Incontro con Davide Corritore
L'unica soluzione è la partecipazione soprattutto da parte dei giovani

Non c’è altra scelta, non ci sono alternative. L’unica strada per rimettere in carreggiata i conti del Comune di Milano è l’austerità, una “pesante” austerità. Davide Corritore, direttore generale del Comune, lo ha detto molto chiaramente davanti a una platea di giovani riuniti dal Movimento Milano Civica insieme a Facciamo rete per dibattere sul tema della trasparenza del bilancio comunale, un tema che MMC ha lanciato per primo con la pubblicazione di un opuscolo che rende più comprensibili i conti della città.
Austerità, dunque, ma come conciliare questa con la necessità di non tagliare completamenti gli investimenti necessari al funzionamento della città stessa, molti dei quali assolutamente urgenti? Qui sta il punto più difficile del progetto che la Giunta presenterà tra breve al Consiglio comunale. “Il nostro obiettivo - ha spiegato Corritore – è trovare una soluzione in grado di coprire il deficit di bilancio e nello stesso tempo consentire gli investimenti “. E ha aggiunto: “A questo punto è inutile dar la colpa alla Giunta Moratti o a chiunque altro. La responsabilità di chi ci ha preceduto è quella di aver nascosto la verità, la vera situazione dei conti, e di aver coperto per anni il deficit corrente con entrate straordinarie, come i dividendi imposti alle partecipate, che alla fine hanno raggiunto complessivamente un miliardo di euro”. Come dire che il patrimonio delle aziende controllate è stato praticamente saccheggiato.
Ma al di là di questo, la causa principale del deficit del Comune, anzi dei Comuni , sta nel debito pubblico dell’Italia, che dal centro scende verso la periferia e arriva a gravare sui Comuni, e quindi sui singoli cittadini. Dal Governo non sarà possibile ottenere neppure un euro, sostiene Corritore, quindi bisogna rimboccarsi, tutti, le maniche.
Le spese interne del Comune sono già state tagliate di 50 milioni e a breve lo saranno di altri 40 milioni: “un’operazione non facile dato che le spese maggiori sono quelle per il personale e sono incomprimibili”.
Un altro passo dell’annunciata, inevitabile austerità sarà il ricorso all’aliquota aggiuntiva sull’Imu per la seconda casa ( il 15% circa delle famiglie milanesi ha una seconda casa in città): ogni Comune può, se lo ritiene necessario, applicare un’aliquota che si aggiunge a quella imposta dal Governo (per la quale il Comune fa solo da esattore). La Giunta sta comunque pensando di applicare l’aliquota minima a chi affitta a prezzo controllato.
Le necessità di cassa, investimenti compresi, arrivano quest’anno a 773 milioni (“773 milioni!” ripete Corritore). Circa 500 si potrebbero coprire utilizzando gli strumenti citati e l’imminente accordo con le banche sul problema derivati, per gli altri 273 se si vuole rispettare il patto di stabilità “ci vuole una cessione, non ci sono santi”. Quale? Di sicuro non l’Atm, neppure l’Amsa o le altre partecipate di stretto interesse cittadino (Milano ristorazione e così via). Anche il Wi-fi diffuso in città con 1.500 punti e 6 milioni di investimento, <lo dobbiamo fare noi perche se lo affidassimo a un privato lo metterebbe solo nelle aree che gli convengono, probabilmente non in periferia>. Quanto ad A2A in questo momento non è vendibile, perché ha talmente perso di valore negli ultimi anni che “se lo facessimo dovremmo registrare una minusvalenza che ci bloccherebbe gli investimenti”. Restano le quote in Sea. “Sea è importante – sottolinea Corritore - ma forse è più importante cederne una quota e utilizzare il ricavato per investire sul trasporto pubblico locale”.
Solo per fare un esempio, sulla linea 1 della metropolitana, quella rossa, ci sono 40 carrozze che hanno un’anzianità media di 45 anni (alcune anche 50). Sono assolutamente da sostituire e l’investimento necessario, per almeno per 30 carrozze, è di 300 milioni. “L’importante – conclude il direttore generale del Comune - è scegliere come spendere le scarse risorse a disposizione, che vanno assolutamente indirizzate verso chi ne ha più bisogno”.
Scegliere, appunto, darsi delle priorità. Lo sostiene anche Lucia Castellano, Assessore al Demanio e patrimonio, che subito cita un caso: “Le scuole: in periferia ci sono situazioni che non trovi neppure a Beirut, con tutto il rispetto per quella città. Stiamo studiando la possibilità di utilizzare strumenti , come il leasing in costruendo, per trovare finanziamenti privati. O ancora, nelle case popolari il 40% degli affittuari non paga né affitto né spese: questa morosità in parte è legata a uno stato di effettivo bisogno, ma in parte è dovuta a malcostume e delinquenza. Bisogna lavorare nei quartieri e parlare con gli inquilini per cercare di ridurla”. Poi si dovrà pensare anche a cercare un reddito più vicino a quello di mercato per i 30 appartamenti circa ai piani alti della galleria Vittorio Emanuele, che al momento danno al Comune, in tutto, solo 127mila euro all’anno, con affitti di 7-8mila euro l’anno. Ma l’ottimismo non manca: “Smettiamo di lamentarci – dice Castellano – e pensiamo che possiamo comunque fare tante cose e farle bene. Purchè tutti i cittadini ci diano una mano”.
L’appello ai ragazzi presenti è proprio questo: partecipate e date una mano al Comune, che è il luogo dove viene gestito l’interesse pubblico. “Non chiudetevi in un privato privo di senso” esorta Nanni Anselmi, presidente di MMC, intervenuto a chiusura dell’incontro.

di Cristina Jucker

Dibattito all'Umanitaria con Franco D'Alfonso e Bruno Tabacci organizzato da MMC
Come coprire un disavanzo di spesa corrente di 580 milioni di euro
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Per la Giunta Pisapia, insediata da meno di un anno, è come scalare una montagna: bisogna coprire un disavanzo di spesa corrente di 580 milioni di euro, <una cifra impressionante che dà la misura del degrado in cui è stata portata questa città> spiega Franco D’Alfonso, assessore al Commercio, nel corso di un dibattito con l’assessore al Bilancio, Bruno Tabacci, organizzato alla Società Umanitaria dal Movimento Milano Civica. All’incontro ha partecipato anche l’economista Andrea Boitani, docente all’Università Cattolica.

Non è una voragine che si è aperta all’improvviso nei conti del Comune ma una tendenza consolidata che va avanti da 5 o 6 anni: la differenza tra entrate e uscite correnti, cioè le spese ordinarie indispensabili per una normale gestione quotidiana, è di 360 milioni già da tempo. Poi si aggiungono altri 210-220 milioni per la manutenzione minima della città. Così si arriva a 580 milioni.

<Dal 2006 l’equilibrio tra entrate correnti e spese correnti più l’ammortamento dei mutui è stato abbandonato a se stesso> conferma Tabacci. E aggiunge: < Ci siamo trovati di fronte a un cattivo amministratore di condominio, che non ha fatto manutenzione, ha raccontato balle ai condomini, ha detto di non aver messo le mani nelle tasche dei cittadini ma in realtà ha depauperato il loro patrimonio>.

Il risultato è che su 1.500 Comuni lombardi Milano si colloca al 1.300imo posto circa, che rispetto a un indebitamento medio di mille euro a testa a Milano si arriva a 3.200 euro. <Non c’è nulla di virtuoso in tutto ciò> commenta l’assessore al Bilancio.

Di virtuoso c’è invece il nuovo metodo di lavoro con cui affrontare il bilancio previsionale che il Comune deve approvare entro marzo: chiarire la situazione di partenza e ragionare sui numeri. E poi <ripensare tutta l’impostazione del bilancio e della nostra amministrazione> dice D’Alfonso.

Massima trasparenza quindi, sulla scia di quanto indicato dal Movimento Milano Civica con l’iniziativa del Bilancio Arancio, <un’idea brillante che il Comune dovrebbe fare sua> sostiene Tabacci.
Su come intervenire per coprire il “buco” di 580 milioni e riportare in equilibrio i conti del Comune manca ancora una strategia concorde.

L’assessore al Commercio si rifà a Steve Jobs, il fondatore di Apple, che in un famoso discorso disse: Stay hungry; stay foolish, siate affamati e visionari. Non sperperate i soldi, trovate soluzioni innovative. Per D’Alfonso non è possibile chiudere in 12 mesi un simile buco strutturale; farlo vorrebbe dire uno shock termico-fiscale inaccettabile. Rivedere le spese consentirebbe un risparmio di 100-120 milioni al massimo. Allora? C’è una sola possibilità: dismettere una parte consistente del patrimonio, per poi recuperare nei prossimi anni. Atm, Amsa, MM sono partecipazioni strategiche, su cui investire, A2A non è strategica. <Non dico che si debba vendere ma che si tratta di una partecipazione finanziaria e che come tale va trattata> spiega D’Alfonso.

<Il patrimonio si può vendere, ma non per pagare i dipendenti> ribatte Tabacci, che preferisce affrontare una revisione delle spese: <Siamo sicuri che tutti i 16mila dipendenti del Comune vanno bene, hanno una buona produttività ecc.? No. C’è davvero la volontà di andare a vedere dove si spende male? Non dico di fare tagli lineari ma un’analisi approfondita sì. Certo ci sono delle rigidità: i 620 milioni per il personale non si possono toccare, come i 620 milioni del contratto con l’Atm o i 280 per l’Amsa. Queste rigidità, però, vanno affrontate perché l’alternativa è toccare i servizi, cioè colpire i più deboli>. Vendere l’A2A? <E’ una società che ha alle spalle un debito pauroso, prima deve essere rilanciata e sottoposta a una robusta semplificazione del vertice, che faremo entro marzo: oggi ci sono 23 amministratori. E poi in questo periodo le quotazioni dei titoli sono basse>.

Boitani insiste sulle dismissioni: <Che senso ha che Sea sia controllata dal Comune con oltre il 50%? La gestione degli aeroporti – dice - in tutto il mondo è affidata ai privati, con regole precise. Lo stesso vale per la Serravalle: che ci sta a fare il Comune lì dentro? E poi, vendere il patrimonio per pagare i debiti può essere un modo per ridurre la spesa corrente, perché taglia il costo annuale del debito stesso>.

Anche per l’Atm esiste la possibilità di ridurre i costi. Come? <Per esempio con l’introduzione dell’Area C, che è stata una cosa molto importante perché ha consentito di aumentare la velocità dei mezzi e quindi ha aumentato la produttività>.
Tabacci è convinto che senza un adeguamento del carico fiscale non si vada da nessuna parte, D’Alfonso preferisce pensare a <zero nuove tasse, solo dismissioni>.

Come finirà? Per il momento la discussione è aperta a tutti, gli incontri si succedono: <Se qualcuno ha dei suggerimenti efficaci siamo pronti ad ascoltare> dicono gli assessori.

di Cristina Jucker

Milano come Roma
Basta alla esenzioni come forma "legalizzata" di evasioni

Tempi difficili per le gerarchie ecclesiastiche. Il Vaticano, per il tramite del portavoce monsignor Lombardi, annuncia querele nei confronti della trasmissione “Gli Intoccabili” de La7, rea di avere prodotto una lettera indirizzata a Benedetto XVI da monsignor Carlo Maria Viganò, all’epoca segretario generale del Governatorato vaticano, nella quale si accenna esplicitamente a episodi di “corruzione” negli appalti e nelle forniture (risultato: il Viganò viene allontanato e promosso a nunzio apostolico a Washington). Espedienti giornalistici, a giudizio di Lombardi; il quale però nulla dice in ordine all’autenticità della lettera, e anzi confessa “amarezza per la diffusione di documenti riservati”, e deplora uno “stile di informazione faziosa nei confronti del Vaticano e della Chiesa cattolica”.
L’aria non sembra migliorare in Lombardia. Corrono voci secondo le quali don Julián Carrón, attuale capo di Cl, avrebbe addirittura minacciato di dimettersi per le difficoltà incontrate nel tentativo di separare la parte ecclesiale di Comunione e Liberazione dalla Compagnia delle Opere. Lo stesso cardinale Scola, notoriamente prossimo a CL, sarebbe stato inviato a Milano proprio per proteggere ed isolare il cattolicesimo dal “buco nero” della corruzione. Di recente l’eminente prelato, parlando di sé in terza persona, si è espresso in termini che suonano come una netta presa di distanza nei confronti del Governatore Formigoni, se non addirittura come una vera e propria scomunica politica. Per l’occasione il cardinale ha fatto propria l’antica massima secondo la quale la migliore difesa è l’attacco: «siccome il vescovo ha militato in Comunione non sarà possibile che in quello che fanno non sia coinvolto? Siccome con Formigoni si conoscono, vengono tutti e due da Lecco eccetera eccetera, è possibile che il vescovo non c’entri con quello che Formigoni fa? È possibile perché con Formigoni negli ultimi vent’anni ci siamo visti una volta all’anno se va bene [...] posso dire che non ho più partecipato a incontri di Cl da vent’anni, ma per molti di voi questo non serve a niente. [...] Per un vescovo che si deve occupare dei suoi fedeli è come avere due peccati originali di cui liberarsi tutte le volte».
Non vi è dubbio che questa assimilazione dell’appartenenza a CL ad un peccato originale è di grande interesse, non soltanto dottrinale o teologico. Scola ha poi soggiunto, contribuendo senz’altro a risvegliare dal torpore alcuni tra i presenti: “questo qui [cioè lui stesso] ha militato in Comunione e Liberazione, quindi tutte le cose, comprese le marachelle che qualcuno di CL fa, non possono non vederlo in qualche modo coinvolto, insomma, viene da lì.” Siamo tutti grati al cardinale per questa inconsueta franchezza; quanto al soave termine ‘marachella’, il tempo – e la giustizia terrena – si incaricheranno di fornirci più articolati ragguagli.
Si dirà: quisquilie, piccole cose che non debbono far dimenticare la questione principale, ovvero il tema delle esenzioni di cui tuttora gode il Vaticano, nonostante Fase A e decreto “salva Italia”, liberalizzazioni ecc. ecc. Non si tratta di poca cosa; esse infatti comprendono:
- l’esenzione dall’ICI, grazie all’equiparazione degli enti ecclesiastici ad enti di beneficenza;
- la riduzione del 50% dell’IRES; inoltre i fabbricati destinati esclusivamente all’esercizio del culto e quelli esistenti nei cimiteri e loro pertinenze non vengono considerati produttivi di reddito;
- l’esenzione dall’Iva per le prestazioni fornite da enti di beneficienza, ospedali, ricoveri e scuole;
- l’esonero Irpef per gli impiegati e salariati, anche non stabili, della Santa Sede;
- l’esenzione da diritti doganali e daziari per merci estere dirette alla Citta del Vaticano o a istituti della Santa sede ovunque situati;
- last but not least, non sono inoltre considerate produttive di reddito imponibile le cessioni di beni e prestazioni di servizi compiute, anche verso pagamento di corrispettivi specifici, in favore di associati oppure in favore di altre associazioni che operano nello stesso settore. Sono deducibili dal reddito complessivo degli enti ecclesiastici anche i canoni, le spese per manutenzione o restauro dei beni, le spese per attività commerciali svolte dall’ente e dai membri delle entità religiose. Per ciascuno dei membri alle dipendenze dell’ente religioso è deducibile un importo pari all’ammontare del limite minimo annuo previsto per le pensioni Inps.

Ah, dimenticavo … a tutto ciò va aggiunto naturalmente l’8%. Secondo alcune stime, l’intero “pacchetto” equivarrebbe a circa 3 miliardi di euro all’anno.

Recentemente il cardinale Bagnasco ha affermato che l’evasione fiscale è un peccato. Non si è fermato qui; ha annunciato una “disponibilità” a discutere l’argomento relativo all’esenzione ICI nelle sedi “opportune”. Questa uscita da parte del presidente della CEI è stata salutata come una “apertura” da parte di certa stampa e della destra in generale. Dovremmo perciò pensare che la Chiesa intenda associarsi ai sacrifici che in questi tempi difficili vengono richiesti agli italiani?

Se davvero è così, la Chiesa è partita con il piede sbagliato. Reverendissimo cardinale, non vi è nulla da trattare, non esiste e non deve esistere un tavolo di negoziazione privilegiato. In un paese di diritto degno di tal nome esistono le leggi, e debbono essere rispettate da tutti soggetti, indipendentemente dal loro peso politico, economico o spirituale. Privilegi come quelli che trasformano alberghi, ristoranti, alloggi in affitto ecc. in altrettante opere di beneficenza debbono essere aboliti perché sono ridicoli ancora prima che ingiustificati. Non siamo noi a dirlo; è la stessa Unione Europea a ricordarcelo puntualmente.

Claudio Conti

Appuntamento
Una iniziativa di MMC promossa Anna Scavuzzo e Elisabetta Strada

Capire il bilancio del Comune di Milano non è facile. Ma ora lo diventerà. Un gruppo di esperti del Movimento MIlano Civica, con un lavoro che ha richiesto alcuni mesi, ha riscritto in modo chiaro e comprensibile il bilancio della nostra città, sulla base degli ultimi dati disponibili. Un'iniziativa che mette a disposizione uno strumento che servirà a favorire una partecipazione informata dei cittadini alle scelte del Comune.
Il Bilancio in Arancio sarà presentato martedì 31 gennaio in un incontro aperto a tuttti che si terrà dalle 18 alle 20 presso l'Urban center in galleria Vittorio Emanuele II. Saranno presenti le consigliere Anna Scavuzzo ed Elisabetta Strada, il presidente di MMC Nanni Anselmi e due degli esperti che hanno redatto il Bilancio arancione, Nicola Antonucci ed Edoardo Ugolini. Oltre ad alcuni tecnici del Comune che vi hanno collaborato. 

La ricetta di Franco D'Alfonso per ridare a Milano un ruolo attivo e trainante dell'economia nazionale
Non svenderle, anzi, crearne almeno una nuova: l' "Immobiliare Città Di Milano"

Fra i tanti paradossi di una crisi nata dal debito privato degli Stati Uniti e diventata quella del debito pubblico europeo puntuale si ripresenta la giaculatoria delle privatizzazioni come rimedio e linimento di tutti i mali. Senza distin-guere fra carrozzoni di Stato e aziende che gestiscono servizi pubblici, fra Spa e consorzi inventati (generalmente dal centrodestra “liberista”, ma questo viene di solito considerato un dettaglio) per dare un gettone extra a un assessore e aziende di storia secolare come quelle del Comune di Milano, il furore liberista vorrebbe colpire,  anche  attraverso il decreto Monti, quella che soprattutto per i Comuni del Nord è una delle leve di politica di sviluppo create dalle comunità locali e che costituiscono l’asse portante di qualsiasi sistema di autonomia locale che si rispetti.

Una politica non dico federalista ma semplicemente moderatamente autonomista di Milano e Lombardia non avrebbe il minimo senso se non potesse poggiare sulle eredità che il municipalismo del sindaco Caldara e le associazioni di arti e mestieri dell’inizio del Novecento hanno lasciato e che le amministrazioni riformiste degli anni del dopoguerra hanno consolidato e sviluppato: la rete ferroviaria diventata urbana delle Ferrovie Nord o la rete di distribuzione gas ed energia della Aem voluta dal sindaco Tognoli sono asset strategici oggi fondamentali, così come lo sarebbe la disponibilità della rete in fibra ottica di Metroweb sciaguratamente svenduta dai predecessori di Giuliano Pisapia, che non posso pensare vengano affidate a presunti “capitani coraggiosi” privati che intendano ripetere su scala locale quanto già esibito con le operazioni Telecom o Alitalia .

Un Comune come Milano ha il diritto e il dovere di sviluppare una propria politica industriale, decidendo secondo le proprie priorità e convinzioni quali siano le società strategiche e quali no, quali siano gli ambiti nei quali la collaborazione con i privati sia utile e soprattutto quando e in che modo un servizio pubblico possa essere affidato a una gestione privata e quando invece non lo sia. Decidere secondo vulgata liberista ha portato, per fare solo un esempio, la città di Vienna a essere in affannosa ricerca dei fondi necessari per ricomprarsi da un fondo Usa la propria rete di metropolitana, che da quando è stata privatizzata non è avanzata di un solo km, si è deteriorata in maniera intollerabile per i cittadini di una capitale della Mitteleuropa trionfante e soprattutto costa agli utenti più del doppio in termini reali rispetto ai tempi della gestione propria. E le priorità strategiche del Comune di Milano sono chiare: infrastrutture di trasporto (quindi la Sea), trasporti urbani (Atm), reti e servizi di area (Mm, A2A, Amsa e wi fi), casa e immobili di servizio, dagli uffici ai parcheggi.

Quello che l’amministrazione Pisapia è chiamata a fare è darsi una propria strategia e trasmetterla poi come azionista alle società “municipalizzate” per realizzarle in tutto o in parte, gestite queste secondo i criteri che Beneduce, non un pericoloso comunista, da allievo di Nitti tratteggiava nel 1913: pochi servitori dello Stato alla guida, pagati il giusto, efficienza operativa superiore a quelle dei concorrenti privati, massimizzazione degli obiettivi di servizio pubblico, focus sugli investimenti e non sulla massimizzazione dei profitti. Questo significa procedere a una “focalizzazione” delle aziende sugli obiettivi dettati dall’azionista Comune e impedire che proseguano quelle autentiche sciagure che sono state le operazioni A2A o il contratto di servizio Atm.

La logica delle grandi dimensioni aziendali (discutibile in assoluto, ma particolarmente poco opportuna per una azienda territoriale) ha portato alla creazione di un “colossino” operante su due territori urbani non complementari dai quali le aziende Aem e la sua omologa bresciana traevano la loro ragion d’essere, con il risultato che il management, privo di indicazioni dal socio, si è ritenuto libero di “competere” su un mercato completamente nuovo e diverso, con dimensioni comunque inadeguate, con il risultato di essere invischiati disastrosamente in partite come quelle della Edison o nell’ancora più incomprensibile avventura dell’elettrificazione del Montenegro, il cui livello di perdite addotte, quando sarà noto nella sua interezza, non potrà che aprire grossi e inquietanti interrogativi.

Dare una svolta, dal punto di vista del Comune di Milano, alla gestione A2A significa riportare la strategia aziendale ad avere al centro la gestione e la distribuzione dell’energia sul territorio urbano, la valorizzazione e l’utilizzo della rete di distribuzione di sottosuolo e ultimo miglio, soprattutto riportare a una funzione di servizio l’Amsa sciaguratamente inserita come “osso” dalla giunta Moratti per mantenere impossibili equilibri di pesi e poltrone nell’unione con i bresciani. Sono personalmente molto perplesso sull’idea che il futuro di A2A possa essere quello di integrarsi con altre ex municipalizzate del Nord per aumentare le dimensioni di fatturato e utenti creando automaticamente valore per gli azionisti, fatto questo del tutto indimostrato e indimostrabile: ho paura si tratti della ripetizione su scala allargata dell’errore commesso con la fusione con l’azienda bresciana, creando una società più grande con problemi più grandi, non una grande società.

Un’altra azienda che richiede un intervento immediato di rifocalizzazione è certamente l’Atm, la cui criticità nelle politiche dell’amministrazione Pisapia è di evidenza solare. La formula del contratto di servizio in essere, che deresponsabilizza l’azienda sul lato dei ricavi e di fatto la riduce a essere una sorta di Direzione generale “esterna” con minori obblighi di verifica e controllo deve essere rivista a tempi brevi, restituendo responsabilità gestionale al Consiglio di amministrazione Atm e riportando il Comune al ruolo di azionista e non a quello di gestore diretto. Dopo avere per fortuna abbandonato l’ipotesi di una nuova operazione priva di senso industriale come era ed è quella di una fusione con l’azienda omologa di Torino (ancora il fascino indiscreto dei “grandi numeri” in sostituzione delle grandi idee!) il pensiero strategico dell’azionista Comune dovrà orientarsi verso la creazione di una grande azienda di trasporti urbani su scala metropolitana, in grado di rispondere alle esigenze dei flussi dell’intera area di cinque milioni di abitanti e non di quella che la giunta della signora Moratti interpretava essere una sorta di “giardino cintato” interno ai confini daziari.

Ma la “municipalizzata” della quale occorre occuparsi al più presto è quella che ancora non c’è, l’immobiliare “Città di Milano”. La creazione di una società pubblica di gestione del grande patrimonio immobiliare di case e servizi (uffici, parcheggi, impianti) che Milano ha accumulato in oltre un secolo di storia, che vale almeno cinque miliardi di euro, doterà il Comune di uno strumento molto importante e flessibile: potrà gestire dismissioni e incorporazioni con una flessibilità maggiore, permetterà di assegnare precise responsabilità gestionali e di costo alle diverse Amministrazioni che saranno inquilini paganti dei vari palazzi pubblici ora occupati “a ufo”, ma soprattutto potrà funzionare da unità di finanziamento e investimento.

L’emissione di obbligazioni della nuova società potrà garantire la raccolta fondi per investimenti su infrastrutture necessarie per la città, smobilizzando quelle non più strategiche: perché ad esempio non pensare a un grande piano parcheggi di corrispondenza che potrebbero essere costruiti dalla nuova immobiliare per poi essere affidate a titolo oneroso alla gestione Atm o anche di terzi, utilizzando proprio i fondi raccolti anche attraverso questo piano di obbligazioni bond della città? Oppure a un piano di riconversione e cambiamento di destinazione d’uso di almeno una parte dell’oltre un milione e mezzo di metri cubi di edilizia commerciale oggi vuoto e inutilizzato di proprietà privata attraverso la creazione di società miste che riconsegnerebbero al mercato centinaia di alloggi e residenze per il segmento del cosiddetto “housing sociale” indispensabile per ridare volto e vita alla nostra città?

Queste idee – assolutamente personali ma che so essere condivise da molti colleghi dell’amministrazione di Milano – e tante altre che sono prospettate ogni giorno al sindaco da tante persone fisiche e giuridiche che vedono nella giunta Pisapia l’occasione per ridare a Milano un ruolo attivo e trainante proprio in una situazione di crisi come quella che stiamo vivendo, sono vive e valide partendo dal presupposto che i periodi di prosperità e sviluppo di Milano sono sempre stati condizione necessaria e traino per lo sviluppo del Paese intero e che il detto “Milano fa da sé” deve essere inteso come la capacità della comunità milanese di trovare energia, forze e talenti al proprio interno o con la propria capacità di attrazione, al servizio di un disegno di sviluppo globale e non locale. Ma questa forza di Milano non deve essere sottoposta a vincoli “nazionali” che, oltre ad essere discutibili in sé, perdono di vista le differenze intercorrenti fra gli oltre ottomila comuni d’Italia pretendendo di fissare una regola uniforme tanto sui bilanci quanto sulle politiche industriali.

Franco D’Alfonso

 

 

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