Città metropolitana
Il come e il perché di questa nuova istituzione
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MILANO - Il percorso istitutivo della Città metropolitana di Milano è un processo di innovazione con potenzialità enormi non solo sul piano delle trasformazioni dell’architettura istituzionale ma anche su quello dello sviluppo economico e sociale.
Rappresentare una grande opportunità per :

  • Individuare un nuovo modello di sviluppo economico/territoriale coerente con la nuova centralità delle città riscontrata a livello mondiale (quella «rivoluzione metropolitana» evocata negli USA);
  • Definire la strategia di posizionamento della Città Metropolitana Milano all’interno delle «reti lunghe» europee (a questo dovrebbe servire il piano strategico metropolitano)
  • Rafforzare il un nucleo di nuova classe dirigente metropolitano milanese (politica, amministrativa, economica) legittimata a rapportarsi in modo diverso sia con il livello regionale che con il livello nazionale ed europeo
  • Mettere in atto strumenti operativi per l’integrazione politico/istituzionale e dei servizi locali di una comunità territoriale, sociale, economica e culturale che è già metropolitana
  • Rilanciare una rinnovata stagione democratica e partecipativa che parta dalla soggettività dei comuni e delle Zone della città riconfigurando un’idea e una pratica della cittadinanza attiva

Si tratta di un percorso di cui non possiamo sottovalutare la complessità come è noto infatti i la legge 56/2014:
- trasferisce alla Città metropolitana le funzioni delle Province così come riformate
- attribuisce nuove e funzioni fondamentali,
- contempla la possibilità, prevista dallo Statuto e regolata attraverso convenzioni, di ulteriori meccanismi di redistribuzione delle funzioni tra i diversi livelli istituzionali (dalla Città metropolitana verso i Comuni o le loro forme associative e viceversa), prevedendone il conferimento anche in forma territorialmente differenziata
- prevede la possibilità da parte dello stato e delle regioni di delegare alls città metropolitana ulteriori funzioni
- chiama in causa la necessità di rivedere la legislazione regionale e, per alcuni aspetti, di completare il percorso attuativo e legislativo di competenza statale.

Per attuare questo percorso dunque occorrerà non solo definire attraverso lo statuto le modalità di esercizio dei poteri amministrativi direttamente attribuiti dalla legge ma anche individuare e sperimentare nuove forme e modalità attraverso cui realizzare un modello di “governo per accordi”, tra una molteplicità di attori posizionati alle diverse scale, avente per oggettola condivisione delle decisioni su un ampia varietà di temi e progetti
Dietro a un processo del quale si mostra prevalentemente il lato ingegneristico/ istituzionale si cela in realtà un processo politico culturale che chiama in causa soggetti e livelli istituzionali numerosi e differenziati: i sindaci, le giunte e i consigli comunali, la giunta e il consiglio regionale, il governo e il parlamento , le rappresentane economiche e sociali; le associazioni espressione dei cittadini , altri enti e soggetti “forti” come le imprese private e le società partecipate che operano nel comparto dei servizi pubblici.
Si tratta di soggetti che in molti casi sono oggi sprovvisti di una piena consapevolezza delle poste in gioco, dei rischi e delle opportunità.
Per questo è fondamentale che il processo di costruzione della città metropolitana sia accompagnato da una visione che offra una rappresentazione della realtà milanese e dei suoi problemi pubblici in grado di informare un’agenda concreta di temi di lavoro

Quali i prossimi passi:
a) con la regione abbiamo alcune questioni importanti da definire che riguardano la definizione di azioni e contenuti per modificare alcune legge regionali:
- Trasporto pubblico locale e infrastrutture ferroviarie e autorità trasporti prevista da legge regionale 6/2012
- Rete viaria e demanio metropolitano
- Servizio idrico integrato e Gestione integrata rifiuti urbani per cui occorre definire uniche autorità d’ambito ottimale e relativi piano d’ambito e affrontare la questione dei soggetti gestori
- Energia
- Ambiente e parchi
- Pianificazione territoriale: modifica legge regionale 12 ( oggi 134 pgt, 134 regolamneti edili, 134 modalita oneri di urbanizzazione
Ricordo che il comma 144 della Legge prevede che entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore le regioni sono tenute ad adeguare la propria legislazione alle disposizioni della legge 56
b) Società partecipate
c) Altre ambiti di intervento per la cooperazione intercomunale non previsti nelle funzioni fondamentale attribuite ma che sono importanti per una visione di sistema dell’area metropolitana : cultura, turismo, riforma delle asl.

di Daniela Benelli Assessore all'Area metropolitana, Casa, Demanio del Comune di Milano
 

per saperne di più:

http://www.milanocittametropolitana.org/

Convegno
Occasioni da non perdere per Milano e la nascente città metropolitana
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MILANO - Dopo l' Europa dei popoli e l'Europa della moneta unica occorre ritrovare uno spirito ed un'anima perchè l'Unione Europea torni ad incarnare il sogno di pace e prosperità come è stato nei primi cinquanta anni della sua storia.

La civiltà europea è stata caratterizzata dalle città, che hanno preceduto la nascita della Nazione di un millennio: è proprio dalla spinta delle città, luoghi dell'innovazione e dello sviluppo, che l' Europa può ripartire. Si tratta di una consapevolezza che non è nostra, ma che tra i nostri partner è già consolidata: già dal prossimo settembre una quota consistente dei famosi " fondi europei" saranno accessibili alle città metropolitane senza l'intermediazione delle Regioni o dei Governi nazionali.

Milano e la nascente città metropolitana hanno una grande occasione.

Cominciamo a parlarne al convegno "Europa delle città" che si terrà mercoledì 21 Maggio, ore 18.00, presso il palazzo delle Stelline in C.so Magenta 61, Milano.

Nel corso della manifestazione interverrà il Sindaco Giuliano Pisapia.

di Franco D'Alfonso

Un'analisi di Roberto Zaccaria su Articolo 21
Osservazioni e critiche alla proposta del Governo
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MILANO - Sono molte le osservazioni e le critiche che si stanno facendo alla proposta del Governo di riforma costituzionale del Senato e de Titolo V della Costituzione. Vediamone insieme le principali.

  • La prima obiezione di fondo è quella sollevata da alcuni costituzionalisti che ritengono che dopo la sentenza n.1 del 2014 della Corte costituzionale il Parlamento non sia idoneo ad intraprendere un percorso di riforme così impegnativo. Vengono modificati oltre 40 articoli della Costituzione
  • La seconda osservazione di metodo è rappresentata dal fatto che il Governo, con la sua proposta, prima, e poi con le condizioni imperative di contenuti e di tempi tende a giocare un ruolo che nelle riforme costituzionali non gli è proprio, usurpando spazi delle prerogative delle Camere. Quando questo fu fatto dal centro destra fu aspramente criticato.
  • La terza osservazione è di tipo strutturale ed ha due varianti. Si dice,innanzitutto, da un lato, che pur accettando l’idea di una forte riduzione e addirittura di un dimezzamento del collegio, circa 150 senatori, si sarebbe potuta mantenere l’elezione diretta con un radicamento più stretto con i territori;

Sempre su piano strutturale si critica inoltre la formazione del collegio espresso indirettamente Regioni ed enti locali per diversi ordine di motivi. Sovra rappresentazione degli esecutivi rispetto alle assemblee elettive locali. Troppi Presidenti di Regione e Sindaci rispetto alle espressioni degli eletti. Un appiattimento ingiustificato tra Regioni grandi e piccole. Disallineamento tra la durata degli enti locali e l’organo nazionale.
La nomina da parte del Presidente della repubblica di 21 componenti su un totale di 148 membri è enorme e rischia di influenzare in maniera decisiva le maggioranze. Un tale tipo di “infornate” le faceva solo il Re nel Senato dell’ottocento.
Le maggioranze che si formeranno in questo organismo saranno in ultima analisi maggioranze politiche e che potrebbero essere del tutto avulse rispetto a quelle della Camera. E’ vero che non vi sarà fiducia né il voto sul bilancio, ma su altre prerogative (leggi costituzionali e nomine di organi costituzionali) potrebbero risultare imbarazzanti.
I poteri che vengono riconosciuti a questo nuovo Senato sono molto modesti, con l’eccezione che abbiamo detto delle leggi costituzionali e delle nomine degli organi costituzionali, e la partecipazione al processo legislativo è equivalente a quella di un organo consultivo. Questi poteri non sono lontani da quelli della Conferenza unificata Stato Regioni. Non risulterà un doppione?
Anche gli interventi sul titolo V sono molto pericolosi ed incidono profondamente sul ruolo delle Regioni e sulle loro autonomie. Il disegno regionale è una dei punti di forza della nostra Carta costituzionale. La Corte costituzionale aveva lavorato molto per dare una corretta interpretazione alla riforma del 2001. Ora si cambia di nuovo in senso inverso e si rischia di creare una grande confusione.
L’unica cosa giusta era quella di correggere il tiro e riportare alla competenza dello Stato alcune materie nevralgiche come ordinamento delle professioni; grandi reti strategiche di trasporto e di navigazione di interesse nazionale; ordinamento della comunicazione;produzione strategica, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia. Per il resto bastava introdurre come in Germania la clausola di supremazia a favore dello Stato
Il progetto di eliminare la potestà legislativa concorrente, oltre a quello che abbiamo detto, rischia di riportare le competenze delle Regioni al livello del 1970. Le malefatte di un gruppo sia pur nutrito di consiglieri regionali non merita una punizione così forte per l’intero sistema regionale che funziona. Una volta invece che saranno fortemente ridimensionate le competenze, qualcuno farà un po’ di conti e poi ci dirà che anche le Regioni sono enti inutili e costosi. Il sistema delle autonomie accanto accanto al pluralismo politico e sociale è condizione essenziale per tenere lontano l’autoritarismo.

di Roberto Zaccaria

Dopo la costituzione della Rete del civismo lombardo
Considerazioni di Paola Colombini sul ruolo dei movimenti di cittadini

MILANO - Gli interventi alla giornata di Lecco del 5 ottobre per la costituzione della Rete del civismo lombardo sono stati densi di stimoli per un ragionamento sugli obiettivi e i metodi della nostra azione.
Particolarmente interessante è stato il contributo del sindaco Virginio Brivio, che ci ha dato non pochi suggerimenti per individuare un modo “nuovo”, direi “civico”, di esercitare il mandato amministrativo.
Tra le tante e importanti cose dette dal sindaco, due mi sono sembrate di particolare significato: condividere con i cittadini i limiti del governare, non ingannare la gente.
Sulla stessa lunghezza d’onda Lucia Castellano – rigenerazione della qualità della politica – e Stefano Rolando: stare dalla parte dei cittadini, aiutarli a non chiedere la luna per poi poter dire che sono tutti uguali quando non ti danno la luna.

Per perseguire questi obiettivi occorre non soltanto esercitare pratiche virtuose come la trasparenza, l’informazione, l’ascolto e il dialogo, ma lavorare per un reale salto di qualità nel rapporto tra cittadini e politica, tra amministrati e amministratori.
Questo vuol dire condividere l’idea che costruire la cittadinanza attiva – e da lì ripartire – è la strada da percorrere.

La questione che in proposito vorrei proporre alla riflessione è questa.
Un cittadino può diventare soggetto attivo dentro il progetto politico del civismo democratico solo a una condizione: possedere gli strumenti per capire, scegliere, decidere, partecipare responsabilmente.
Il pensiero critico, svincolato dall’adesione aprioristica a un’ideologia di appartenenza (le ideologie, piaccia o no, hanno imboccato il viale del tramonto), può essere esercitato solo se si è messi nelle condizioni di conoscere e di ragionare.

Due articoli di la Repubblica del 30 settembre mi hanno suggerito, in proposito, qualche altro spunto.
Il primo, a firma di Mario Pirani, si intitola «Impervie ma obbligate le vie della democrazia». È incentrato sulle novità programmatiche e operative dei primi mesi di amministrazione del sindaco Ignazio Marino, ma le considerazioni generali che da esse emergono ci riguardano tutti. La scommessa di recuperare il rapporto tra amministrazione e cittadini è l’obiettivo più ambizioso e vitale di quel programma. In che modo? Con «l’uso spregiudicato e coraggioso della verità». Perno di questo progetto di rigenerazione democratica è, secondo Pirani, il bilancio comunale: «Far di conto è noioso e difficile... Sarebbe utile però che i cittadini s’impadronissero dei meccanismi che governano la sorte delle loro spese. La democrazia passa anche da qui».

Il secondo articolo è sulla glasnost finanziaria dello IOR: per volontà di papa Francesco, per la prima volta nella sua storia la Banca vaticana pubblicherà il proprio bilancio, provando ad aprire qualche squarcio di luce nelle nebbie di una gestione a dir poco opaca. Informazione, trasparenza, spiragli entro i quali ricercare una strada riformatrice e, si spera, un miglior timone.

Sono vicende diverse ma accomunate dalla necessità, che evidentemente appare ormai improcrastinabile per la sopravvivenza stessa delle istituzioni, di aggredire alle radici gli esiti degenerativi di politiche basate sull’arroccamento e sull’autoreferenzialità delle azioni di governo, e dei suoi protagonisti, che hanno prodotto una drammatica separazione dal corpo vivo della comunità di donne e uomini portatori di diritti, valori, ideali, bisogni e, non ultimo, di speranze.

Quale può essere dunque un obiettivo – ma anche un metodo – di MMC e della Rete del civismo lombardo?
Accanto alla rigenerazione politica, bisogna porre in primo piano la rigenerazione culturale. È un atteggiamento mentale, oltre che una pratica di buon governo, che riassume in sé informazione corretta non omissiva e sistematica, comunicazione, discussione, educazione dei cittadini all’esercizio della democrazia per una partecipazione consapevole e responsabile.

Come ho già scritto, il Bilancio in Arancio di MMC è stato in questo senso un’esperienza anticipatrice e lungimirante per chi abbia posto al centro del suo operare il Bene Comune, la cittadinanza attiva, la battaglia per la trasparenza nella cosa pubblica, il coinvolgimento, la costruzione di opportunità di trasmissione di saperi e di dialogo in ogni direzione: verso il basso e verso l’alto.

Questa prassi virtuosa – democratica, pedagogica e propedeutica alla pratica della cittadinanza – è dunque possibile, anzi è necessaria, e va esercitata a tutto campo perché il progetto civico trovi espressione innovatrice e caratterizzante, nutrendo e nutrendosi delle ricchezze rappresentate dalle donne e dagli uomini delle nostre comunità.

di Paola Colombini








 

Primarie per la Regione Lombardia
Tra i supporter gli assessori D'Alfonso, Castellano e Guida e Nanni Anselmi presidente di MMC
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MILANO - Non entra nel merito della questione primarie, ma il manifesto del Movimento Arancione, che tanta parte ha avuto nella vittoria di Giuliano Pisapia, ribadisce che Umberto Ambrosoli è il candidato ideale per ricostruire la Lombardia. E che anche metterebbe d'accordo l'opposizione, che "in Lombardia è stata per tantissimi anni, prima ancora dell'era Formigoni, consociativa e spesso assente in termini di proposte alternative".

Non è un attacco al Pd, ma sicuramente vuole dare un segnale di discontinuità, l'appello per l'avvocato Ambrosoli firmato da molti bei nomi milanesi (ma sono già in corso iniziative analoghe in tutte le province).

Tra i più noti alcuni di quelli che più hanno contribuito alla campagna del sindaco Pisapia: Nanni Anselmi, presidente del Movimento Milano Civica, Lucia Castellano, oggi assessore comunale alla Casa, l'assessore al Commercio Franco D'Alfonso, il vicesindaco Grazia Guida, il giornalista Edmondo Rho. E ancora Mauro Buscaglia primario del Dipartimento Materno Infantile del San Carlo, il sociologo Guido Martinotti, il professore dello Iulm Stefano Rolando, il noto economista Marco Vitale, e anche una sorpresa, il (da sempre) libero pensatore Giancarlo Pagliarini, ex leghista e ministro al Bilancio del primo governo Berlusconi.

L'appello è per una "campagna di liberazione" della regione Lombardia "dall'era Formigoni, che ha portato a una degenerazione istituzionale della Regione", che l'ha trasformata in un "centro istituzionale/amministrativo ipertrofico" e ha costruito "una galassia costosa di scatole vuote di società partecipate e di enti, ai cui vertici sono collocati i fedelissimi del Presidente, col compito di reclutare altri fedelissimi, senza passare attraverso gare pubbliche di appalto".

La Regione, chiedono gli Arancioni, torni "a essere un soggetto di legislazione e programmazione, mentre la gestione deve essere delegata a Province e Comuni". E il federalismo sia "un cantiere sempre aperto con un ruolo più attivo della Lombardia nel rapporto con le istituzioni europee e le regioni più sviluppate d'Europa". 

Il Manifesto sottolinea in sostanza che per determinare l'esito "non scontato" delle prossime elezioni regionali serve una candidatura di totale discontinuità.

"La candidatura di Umberto Ambrosoli risponde perfettamente a questo profilo" scrivono i firmatari, perché il candidato deve essere "eticamente ineccepibile, credibile a partire dal suo passato professionale, competente rispetto agli impegni politici e istituzionali, capace di entrare in sintonia con le forze più dinamiche della società civile". Il candidato ideale insomma anche per evitare "il rischio che la ripulsa verso le forze che hanno sostenuto Formigoni alimenti il vento dell'anti-politica fino a travolgere la politica in quanto tale".

"Il senso della nostra iniziativa — spiega Edmondo Rho— è che i partiti da soli non ce la fanno a interpretare la necessità del cambiamento. Noi vogliamo offrire un valore aggiunto come esponenti della cittadinanza attiva e cominciare a discutere sul programma per il futuro della Regione".

rossella.minotti@ilgiorno.net


 

Il documento di sostegno alla candidatura dell'avv. Ambrosoli

Per sostenere la candidatura di Umberto Ambrosoli alla Presidenza della Regione Lombardia alla guida di un’ampia coalizione e aperta ai contributi della cittadinanza attiva di tutta la Regione.
Per contribuire alla piattaforma politico-programmatica della Lista Civica Lombarda a sostegno di Umberto Ambrosoli. 
Tra i firmatari Nanni Anselmi presidente di MMC e gli assessori Franco D'Alfonso e Lucia Castellano

Le elezioni regionali anticipate in Lombardia segnano la conclusione di un ciclo politico e di un regime, durato ben 17 anni, crollato in seguito a numerosi episodi di corruzione, sui quali la magistratura sta indagando, l’ultimo dei quali è dovuto all’infiltrazione mafiosa nella Giunta regionale. Una dimostrazione inconfutabile che mafie e criminalità organizzata stanno tentando di insediarsi anche nelle istituzioni lombarde.
Occorre quindi mettere in movimento “una campagna di Liberazione”, che parta dalla lotta contro mafiosi, ladri, corrotti e contro quella parte di classe politica che è stata complice o disattenta. E’ necessario aprire una battaglia nel nome dell’etica pubblica e della legalità, alla quale sono chiamati tante imprese industriali e commerciali e tante competenze professionali, che, a causa del malaffare e del clientelismo, vedono messa in crisi la loro capacità competitiva e la loro stessa sopravvivenza.


L’esito delle prossime elezioni regionali non è scontato. Occorrono coraggio e intelligenza per costruire un’alternativa, consapevoli che anche l’opposizione in Lombardia è stata per tantissimi anni, prima ancora dell’era Formigoni, consociativa e spesso assente in termini di proposte alternative, subordinata quindi al ‘regime’.
Oggi Formigoni è stato costretto a dimettersi, a seguito di accuse gravissime, ma esiste il rischio che la ripulsa verso le forze che lo hanno sostenuto alimenti il vento dell’anti-politica fino a travolgere la politica in quanto tale. L’alleanza di governo in Regione Lombardia tra l’ala predominante, politica e socio-economica, di CL con il PdL e con la Lega Nord non ha provocato solo significativi danni politici e culturali, arrivando a intaccare lo spirito laico e tollerante, che da sempre ha caratterizzato la società lombarda ed è stato uno dei suoi più importanti fattori di sviluppo, ma anche una degenerazione istituzionale della Regione.
La posta in gioco non è, dunque, solo il cambio di direzione politica, ma soprattutto la rigenerazione delle istituzioni regionali.
L’istituzione Regione in questi anni è diventata:
1. un centro di distribuzione di denaro, grazie al controllo presidenziale diretto degli assessorati, attraverso una filiera interna che ha bypassato gli Assessori e ha riempito gli apparati di consulenti;
2. un centro istituzionale/amministrativo ipertrofico. Questa tendenza, già emersa nei primi anni ’80, si è aggravata sotto la Presidenza Formigoni, attraverso il controllo ferreo e l’uso politico dei flussi di finanziamento statali ed europei e, soprattutto, attraverso lo svuotamento/assorbimento centralistico dei poteri dei Comuni e delle Province;
3. una galassia costosa di scatole vuote di società partecipate e di enti, ai cui vertici sono collocati i fedelissimi del Presidente, con il compito di reclutare altri fedelissimi, senza passare attraverso gare pubbliche di appalto.


Tutto questo ha prodotto una deriva clientelare e di corruzione delle forze politiche e delle stesse politiche regionali, troppo spesso condivisa dalle classi dirigenti delle città e dei paesi della Lombardia.
Obiettivo qualificante della futura politica regionale è perciò quello di smontare questa enorme e costosa istituzione, per ricondurla alla sua configurazione originaria, integrata dal Nuovo Titolo V. La Regione deve tornare ad essere un soggetto di legislazione e di programmazione, mentre la gestione deve essere delegata alle unità amministrative inferiori, Province e Comuni.
Si tratta di affermare una forte discontinuità politica e, nello stesso tempo, favorire lo sviluppo di iniziative di responsabilità civica nella risoluzione di problemi comuni in una prospettiva sussidiaria e federalista.
Il federalismo è un cantiere sempre aperto e consiste in primo luogo nella ricerca, nella competizione (da cum, assieme e petere, cercare) tra soggetti diversi, delle soluzioni migliori. Lo scopo delle istituzioni è il bene comune nel rispetto delle differenze, anche quando le differenze fra mentalità, culture e ideologie diventano un ostacolo alla comprensione reciproca.
Il federalismo va anche inteso come ruolo più attivo della Lombardia nel rapporto con le Istituzioni europee e le regioni più sviluppate d’Europa, con l’obiettivo di contribuire a superare l’attuale crisi economica. Il Trattato di Lisbona assegna un nuovo ruolo alle assemblee regionali nel preparare le direttive europee, che può rafforzarsi anche a partire dalla costruzione di nuovi rapporti con le Regioni europee governate da schieramenti progressisti e riformisti. A tal fine, una struttura di supporto legislativo è più utile rispetto alle costose sedi di rappresentanza all’estero, che andranno in ogni caso drasticamente ridimensionate.
La ricostruzione istituzionale della Regione Lombardia è il presupposto per un cambiamento delle politiche in campo sanitario, assistenziale, economico-sociale, così da creare nuove opportunità di sviluppo soprattutto per i giovani, il cui impegno politico è fondamentale per il futuro della società.


Ma questa ricostruzione richiede soprattutto una rigenerazione delle forze politiche in campo, anche quelle di opposizione, che hanno finito per adeguarsi alla deriva del regime.
Una nuova cultura ancorata all’Europa e al suo processo di integrazione politica e istituzionale rappresenta il motore del cambiamento e la garanzia migliore contro le tentazioni perenni della clientela e della corruzione.
Il candidato alla Presidenza deve essere:
- eticamente ineccepibile,
- credibile, a partire dal suo passato professionale;
- competente rispetto agli impegni politici e istituzionali;
- capace di entrare in sintonia con le forze più dinamiche della società civile.


La candidatura di Umberto Ambrosoli risponde perfettamente a questo profilo.
Attraverso un’ampia consultazione e l’impegno ad elaborare contenuti capaci di includere quella parte di cittadinanza attiva e le forze politiche interessate a una reale prospettiva di cambiamento in Regione, con la discontinuità rappresentata da Umberto Ambrosoli è possibile vincere la sfida elettorale alle prossime elezioni regionali e avviare un processo di rinnovamento e innovazione politica e istituzionale in Lombardia.
Analoghe caratteristiche di competenza e moralità dovranno contraddistinguere le/i Candidate/i al Consiglio Regionale.
Noi pensiamo che contributi utili e importanti possano venire dal Movimento arancione e dall’intera esperienza civile e politica che ha portato all’elezione di Pisapia a Sindaco di Milano.
Siamo quindi impegnati a dare il nostro apporto nell’elaborazione di idee, di programmi e nel sostegno alle iniziative politiche che vanno nella direzione auspicata da questo appello.


NANNI ANSELMI, MARILENA ARANCIO, LUCA BAROLDI TORELLI, ELISABETTA BIANCHI, MAURO BUSCAGLIA, MIRO CAPITANEO, CLAUDIO CASALETTI, LUCIA CASTELLANO, MARINA CAVALLO, GIOVANNI COMINELLI, CLAUDIO CONTI, SANDRA CRISTALDI, FRANCO D’ALFONSO, MARIO DE RENZIO, NICOLA DI BASE, NICOLA DI VIRGILIO, ENZO DORIZZI, EUGENIO FAJELLA, GIUSEPPE FALDA, DONATELLA FIOCCHI, PATRIZIA GALEAZZO, FABRIZIA GALLICOLA, MONICA GATTINI BERNABO’, ANTONIETTA INNOCENTI, CRISTINA JUCKER, KIBRA SEBHAT, GUGLIELMO LAEZZA, MASSIMINA LAURIOLA, ILARIA LI VIGNI, PAOLO LOMBARDI, LUIGI MANCIOPPI, ANDREA MANZITTI, GUIDO MARTINOTTI, LORENZO MAURI, GIUSEPPE MERLO, ANNA MARIA MORAZZONI, FEDERICA MOTTA, JACOPO MUZIO, ANNIBALE OSTI, GIANCARLO (MIMMO) PAGLIARINI, ALDO PALAORO, SILVANA PASINI, DORINA PEREGO, ROBERTA PILONI, FRANCESCO PIRRO, EDMONDO RHO, ANELISA RICCI, STEFANO ROLANDO, LICIA ROSELLI, GIOVANNI SCIROCCO, TIZIANA SPAIRANI, TITTI SPERANDEO, MARCO TROGLIA, EDOARDO UGOLINI, CARLO ENRICO VENTURI, SERGIO VICARIO, MARCO VITALE, MASSIMO ZECCHINI, PAOLO ZENONI

Considerazioni di Claudio Conti su "quello che dicono di lui"
Certo non ha un programma, ma solo perché non ne ha bisogno
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MILANO - Come riferisce Huffington Post, secondo Rosy Bindi: 1) “la sua [di Renzi] visione politica, del partito, della democrazia è una concezione dello stare insieme che non piace alla maggioranza del Pd”, 2) “Renzi [è] interprete di un messaggio berlusconiano/grillesco”, 3) "non è che abbiamo paura”, 4) “credo che il concetto vero di cambiamento oggi sia un concetto più profondo, molto meno berlusconiano e grillesco di quello che Renzi, con la faccia pulita, interpreta”, 4) “aggrava i problemi dell'Italia". Perché, allora, tanto successo? "Per lui le sale si riempiono perché sta interpretando con la sua campagna la maggioranza silenziosa-chiassosa del paese, il messaggio berlusconiano e grillesco del 'tutti a casa, tutti uguali'. Questo vuole dire fare una campagna elettorale furba, che aggrava i problemi del Paese, ma non li risolve, senza dire nulla sul futuro dell'Italia. E comunque noi non abbiamo paura di lui". Ho scelto di citare questi passi, tra le migliaia che avrei potuto utilizzare in questo convulso periodo che precede la celebrazione del rito delle primarie PD perché mi sembrano per vari motivi esemplari, ed utili a stimolare qualche riflessione. 

Innanzi tutto, quell’insistere per ben due volte sullla contrapposizione “noi” – “lui”, sulla “paura” farebbe la delizia di uno psicoanalista, e comunque concorre ad instillare fastidiosamente nel lettore il dubbio che l’establishment all’interno del PD (Bindi, D’Alema …) cominci viceversa ad essere assai seriamente preoccupato. Il secondo aspetto riguarda le tecniche utilizzate dall’intervistata per delegittimare un avversario che – formalmente almeno – milita sotto la sua stessa bandiera: qui l’epiteto “berlusconiano / grillesco” viene ripetuto per ben tre volte, quasi ossessivamente. Tuttavia, a ben vedere, cosa significa essere ad un tempo berlusconiani e fautori di Grillo? Per quanto si possa dissentire dal comico genovese ed esecrare il vecchio satrapo di Arcore, essi rappresentano realtà storico – politiche che non si possono far coincidere, a meno di colossali ipersemplificazioni del quadro sociale, economico ed etico / politico del Paese (per non parlare dell’atteggiamento verso il governo Monti, che – almeno formalmente – è antitetico).
Vengo al cuore dell’accusa della Bindi: Renzi si limita a fare una campagna elettorale furba, perché nulla dice sul futuro dell’Italia. In altri tempi si sarebbe detto: il candidato in questione non ha un programma.
E’ certamente vero, così come è vero che Renzi tratti molti temi importanti con insopportabile e resistibile leggerezza. Questo però è il punto che la Bindi, e chi è schierato con lei, non sembra sapere cogliere. 

Renzi non ha un programma semplicemente perché non ne ha bisogno.Egli si è infatti impadronito di un tema potente: quello generazionale, che il PD ha sciaguratamente abbandonato sul terreno, consentendo così al primo “furbo” di impadronirsene e farlo proprio. Nella mente di molti elettori questa “casta” imbelle e corrotta che pretende di governarci da decenni viene – per certi versi legittimamente – identificata con una intera generazione della classe politica: dunque sarebbe proprio nel ri-cambio, nella ri-generazione il vero problema. La “rottamazione” perciò diventa l’indicatore stradale verso la terra promessa, la fine dei guai, la piena occupazione, la ripresa, la pace sociale … e chi più ne ha più ne metta.

Non aver pensato a dare spazio reale a personalità emergenti da parte del PD (non che gli altri abbiano fatto di meglio, ben inteso) è un errore politico imperdonabile. Avere consentito la creazione di questo equivoco è tuttavia responsabilità politica ancora più grave.
Guai infatti ad affrontare i problemi dell’Italia in termini di semplici categorie (la vecchia o la nuova generazione, i giovani o gli anziani, e così via). Di tutto vi è bisogno, salvo che di creare ulteriori divisioni, dopo quelle introdotte con violenza dall’ospite di Villa Certosa. Ben diverso sarebbe stato infatti il caso se Renzi, anziché servirsi abilmente di termini suggestivi, si fosse richiamato in maniera articolata e documentata ad un principio di responsabilità verso la gestione del bene comune valido non solo per gli altri, ma anche – ed a maggiore ragione – per lui.
Concludo con due considerazioni:
• mi sembra che stiamo vivendo un periodo di “pensiero debole”, per dirla con Gianni Vattimo;
• ancora una citazione, sepolta nei ricordi infantili della terra originaria della mia famiglia, la Puglia. Durante una campagna elettorale (credo agli inizi del secolo scorso) un candidato chiese alla folla che arringava nella capitale della Daunia:
• “Vulite u’ mare a Fogg?”
• “Sììììììì “ rispose in coro la folla.
• “Ebbene … l’avrete!”

di Claudio Conti

Appello per il sistema elettorale uninominale a doppio turno
Occorre garantire un forte ricambio del personale politico
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MILANO - Lo stato della politica italiana corrisponde alla qualità del ceto politico: per lo più cattiva o pessima, come dimostrano i tanti scandali, sprechi, il disinteresse per il bene comune che i politici manifestano.
La qualità dell’agire politico dipende dalla qualità dei politici; finché essa rimarrà quella consentita dall’attuale legge elettorale, che affida ai vertici dei partiti la scelta di chi entrerà in Parlamento, non potrà migliorare. Occorre restituire ai cittadini la scelta dei loro rappresentanti; così facendo, e se si adotterà una legge elettorale adeguata, avremo un ceto politico molto migliore dell’attuale.

Non basta il ricambio, occorre anche poter governare
Il panorama politico italiano è frammentato: tanti piccoli partiti coesistono con quelli maggiori e sopravvivono spesso non tanto per la forza delle loro proposte, quanto per il potere di ricatto di cui dispongono. Per governare, quando il sistema è frammentato, bisogna creare coalizioni e quanto più queste sono formate da partiti che poco hanno in comune, se non l’esigenza di allearsi per vincere, tanto più sono fragili ed aumenta il potere di ricatto dei partiti minori.
La stabilità dei governi è necessaria, per dare continuità all’azione politica e per essere credibili in ambito internazionale; per ottenerla occorre che si creino maggioranze omogenee e coese. Bisogna cioè potersi alleare con coloro ai quali si è più affini, senza l’obbligo di “imbarcare chiunque” al solo scopo di vincere le elezioni. Il che avveniva con la legge elettorale in vigore dal 1993 al 2006, il cosiddetto “Mattarellum”.

Conoscere i candidati, per scegliere a ragion veduta
Quando l’elettore deve scegliere tra una grande quantità di candidati, come avviene sia nei sistemi elettorali proporzionali, sia in quelli maggioritari basati sul sistema uninominale a turno unico, gli è impossibile acquisire una buona conoscenza dei singoli candidati. Pertanto, la sua è una scelta di schieramento e, quando gli è consentito di indicare una preferenza – cosa che l’attuale “Porcellum” non prevede – sceglie in base a informazioni frammentarie, rispetto a quelle che si dovrebbero possedere per decidere in modo appropriato.

Già abbiamo il sistema elettorale adatto al nostro panorama politico
È quello con cui eleggiamo i sindaci dei comuni con più di 15.000 abitanti, cioè il sistema uninominale a doppio turno, che soddisfa tutte le esigenze dette sopra:
consente un forte ricambio del personale politico: lo dimostrano le svolte impresse dai cittadini alle amministrazioni di Milano, Napoli, Cagliari, Genova, Parma, …;
rende stabile il governo delle città, non solo perché la coalizione che sostiene il sindaco ha un premio di maggioranza, ma per l’autorevolezza che al sindaco deriva dall’investitura popolare;
consente ai cittadini di scegliere a ragion veduta, perché nelle due settimane che trascorrono tra primo e secondo turno hanno di fronte solo due candidati, cosicché tutti coloro che hanno qualche interesse alla politica possono conoscerli e decidere in base alle convinzioni che derivano dalla conoscenza, non da scelte aprioristiche.

L’elezione dei parlamentari può avvenire con l’uninominale a doppio turno?
Certo, occorre solamente definire i collegi, in ciascuno dei quali sarà eletto un solo parlamentare (e ogni candidato dovrà potersi presentare in un solo collegio). Al primo turno si formeranno coalizioni politicamente omogenee, cioè formate da partiti con indirizzi non troppo differenti, e al secondo turno saranno ammessi solo i due candidati che hanno raccolto più voti al primo.

Perché il sistema uninominale a doppio turno migliora la qualità degli eletti?
Perché per essere eletti occorre essere votati dalla maggioranza degli elettori, cioè bisogna saper raccogliere un ampio consenso. Non potrebbero più entrare in parlamento personaggi deteriori, perché incapaci di acquisire la maggioranza dei voti in un confronto in cui sono in lizza solo due candidati.
Inoltre, si ha una molto maggiore identificazione dell’elettore con l’eletto, il che comporta un maggiore controllo e un’elevata possibilità di sanzione politica alla successiva scadenza elettorale; se un eletto ha tradito le attese o le promesse, difficilmente sarà confermato.

Chiediamo ai sindaci di sostenere il sistema elettorale con cui sono stati eletti
I partiti non adotteranno un sistema elettorale che restituisca ai cittadini la possibilità di scegliere, tanto più che con il sistema uninominale a doppio turno nessun parlamentare ha “garantita” l’elezione, ciascuno deve conquistarsela di fronte agli elettori. Per questo occorre che il sistema uninominale a doppio turno sia sostenuto da voci autorevoli, come quelle dei sindaci. A loro chiediamo di farsi promotori di un appello, che potranno sottoscrivere anche i cittadini, al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio dei Ministri perché, nel rispetto delle loro prerogative istituzionali, compiano le azioni necessarie a far approvare una legge elettorale che attui il sistema uninominale a doppio turno.

di Lorenzo Boscarelli
 

A proposito di Extrabanca
È stata riconosciuta la molestia a sfondo etnico-razziale

MILANO - Con un’ordinanza del 22 marzo scorso, il giudice del Tribunale di Milano ha dichiarato il carattere discriminatorio della condotta tenuta da Extrabanca s.p.a., l’istituto di credito creato in particolare per i cittadini migranti in Italia, in relazione ai comportamenti assunti dal suo presidente ed altri dirigenti nei confronti di un loro dipendente che sono stati riconosciuti dal giudice quale forme di molestia a sfondo etnico-razziale sanzionata dal D.Lgs. n. 215/2003, attuativo della direttiva europea sul contrasto alle discriminazioni etnico-razziali (direttiva n. 2000/43).
Nel corso dell’istruttoria che ha portato all’ordinanza, il giudice ha infatti ritenuto sufficientemente provate le evidenze apportate dal ricorrente secondo le quali il presidente della filiale bancaria e altri suoi dirigenti hanno usato espressioni offensive nei confronti del ricorrente e di un altro dipendente subordinato facenti riferimento al colore della pelle e all’origine africana di entrambi, con la conseguenza oggettiva di aver creato un clima offensivo ed umiliante nell’ambiente di lavoro.
In particolare, il presidente della banca ha cercato di dissuadere il ricorrente dalla sua candidatura alle elezioni comunali di Milano dello scorso maggio, facendo riferimento al suo colore della pelle e accomunandolo  “agli zingari e ai musulmani che …vogliono rovinare Milano”. Inoltre si è rivolto al ricorrente e ad un altro dipendente di colore utilizzando gli epiteti di “negri africani” che stanno “creando troppi problemi”, asserendo espressamente che “avere troppi negri non poteva giovare alla banca” e che pertanto era meglio assumere “una persona con un colore più chiaro”.
Inoltre, in un’occasione si rivolgeva al ricorrente dicendogli che non poteva pretendere un posto manageriale, poiché “era in caserma, che nessuno aveva bisogno della sua intelligenza”, che gli “stranieri pretendono troppo, soprattutto quelli che hanno la cittadinanza…devono sapere che sono ospiti”.
Nell’accertare il carattere discriminatorio del comportamento di Extrabanca s.p.a., il giudice ha ordinato al legale rappresentante l’immediata cessazione dei comportamenti illeciti anche mediante l’affissione, presso la sede di Milano, di un comunicato contenente il dispositivo dell’ordinanza, nonché di un invito rivolto al personale della banca ad astenersi, nei rapporti tra i colleghi e nelle riunioni di lavoro , da espressioni volgari ed offensive a sfondo razziale, anche richiamandosi alla “carta valori” della banca medesima, la cui attività e i servizi sono rivolti in particolare ai cittadini migranti.
Il giudice ha inoltre disposto il riconoscimento  in favore del ricorrente del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, quale risultante dall’oggettiva violazione del diritto fondamentale alla tutela della propria dignità e dunque quale danno da discriminazione in sé, e fissato in via equitativa nella somma di 5,000 euro.
L’ordinanza del Tribunale di Milano è particolarmente importante ed innovativa, non solo perché costituisce una della prime pronunce giudiziarie che sanzionano la fattispecie della molestia a sfondo razziale, ma anche perché è una delle poche pronunce che ha riconosciuto il principio del risarcimento del danno non patrimoniale da fatto oggettivo della discriminazione in sé, quale violazione della dignità della persona.
Da un punto di vista politico, l’ordinanza del giudice milanese è davvero un bel punto di inizio per una capillare campagna di sensibilizzazione contro le discriminazioni di ogni genere sul luogo di lavoro: siano le stesse a sfondo razziale, etnico, religioso, di genere o tendenze sessuali.
Il mercato del lavoro, in così rapida evoluzione ed in così grande crisi economica, risente indubbiamente anche di un “deficit di civiltà” nei rapporti tra datore e dipendenti e tra dipendenti stessi, con l’attuazione sovente di forme di discriminazione subdole e terribilmente lesive della dignità dell’appartenente alla comunità lavorativa.
Auguriamoci davvero che questa coraggiosa ordinanza sia un invalicabile caposaldo giuridico che contribuisca a mettere fine a tali situazioni di gravità inaudita, cui la storia ha cercato di porre rimedio con percorsi filosofici e politici che stanno alla base della nostra civiltà occidentale, con cui, tuttavia, non abbiamo finito di fare i conti alle soglie inoltrate del terzo millennio.

di Ilaria Li Vigni
 

Discriminazione
Condannata per razzismo la banca nata per "integrare"
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Il Tribunale del Lavoro di Milano ha condannato Extrabanca per comportamenti discriminatori. Secondo il giudice Fabrizio Scarzella, l'istituto di credito nato per offrire servizi agli immigrati, ha tenuto nei confronti di un dipendente "comportamenti illeciti".

Dalla sentenza emerge infatti che il presidente di Extrabanca, Andrea Orlandini, ha cercato di dissuadere il dipendente, un impiegato dell'Ufficio crediti, accomunandolo "agli zingari e ai musulmani che vogliono rovinare Milano", sostenendo che lui e un suo collegano erano "due negri africani" che stavano "creando troppi problemi", che "avere troppi negri non poteva giovare alla banca" e che era pertanto meglio assumere "una persona con un colore più chiaro". Oltre al presidente, anche un altro dirigente di Extrabanca si è rivolto al dipendente con un linguaggio discutibile. Dalla sentenza emerge infatti che "in alcune occasioni" questo dirigente "all'uscita da riunioni ove erano presenti persone di colore, proferiva spesso frasi a sfondo razzista come negroni, extra comunitari in senso dispregiativo".

Il giudice ha ordinato a Extrabanca di affiggere nella sede milanese un comunicato che non solo riporti il testo della sentenza, ma "inviti tutto il personale ad astenersi, nei rapporti tra colleghi e nelle riunioni di lavoro, da espressioni volgari od offensive a sfondo razziale". Al dipendente la banca dovrà versare 5mila euro di risarcimento.

Due anni fa, in occasione dell'apertura in via Pergolesi, nel nome del processo di integrazione persino il presidente Giorgio Napolitano aveva mandato il suo augurio a Extrabanca, "la prima banca dedicata prevalentemente, ma non esclusivamente, ai cittadini stranieri residenti in Italia", si legge sul sito. Invece oggi Extrabanca è stata condannata per razzismo ai danni di un dipendente di origine senegalese. L'ordinanza è stata firmata dal giudice del tribunale del lavoro Fabrizio Scarzella e costituisce la prima condanna in Italia in sede civile per molestie razziali sul luogo di lavoro ai sensi dell'articolo 2 comma 3 del decreto legislativo 215 del 2003 sulla parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza. Ad avviare la causa, assistito dagli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri, è stato un impiegato dell'Ufficio crediti di Extrabanca, Cheikh Tidiane Gaye,  candidato ma non eletto alle ultime elezioni comunali nella "Lista civica per Pisapia sindaco". Un italiano di origine senegalese che proprio in occasione della sua candidatura si è sentito rivolgere insulti razzisti dal presidente,  e da un dirigente dell'istituto di credito. Scarzella ha condannato per discriminazione la spa, imponendole di risarcire il dipendente con 5mila euro e di divulgare la sua decisione tra gli altri dipendenti, invitandoli ad astenersi, nei rapporti tra colleghi e nelle riunioni di lavoro, da simili comportamenti.  

Poco importa, conclude liquidando la tesi difensiva, "la specifica e speciale connotazione razziale della banca resistente e del personale ivi impiegato, trattandosi di circostanza sicuramente apprezzabile da un punto di vista sociale, imprenditoriale e lavori stico, ma di per sá sole inidonea a escludere o attenuare la gravità della eventuale commissione di condotte illecite, anche a sfondo razziale, da parte di uno o più dirigenti tenuto oltretutto conto che la presenza, fra il personale impiegato, di persone straniere appare anche sicuramente prodromica a una migliore gestione da un punto di vista linguistico, etnico e funzionale, dei rapporti commerciali con una clientela prettamente straniera". Di conseguenza Scarzella ha dichiarato "il carattere discriminatorio della condotta tenuta da Extrabanca spa" e ordinato "a Extrabanca, in persona del legale rappresentante pro-tempore, l'immediata cessazione dei descritti comportamenti illeciti anche attraverso la diramazione e l'affissione, presso la sede di Milano, entro il 2 aprile 2012, di un comunicato contenente il dispositivo del presente provvedimento e il richiamo alla 'carta valori' (della resistente) che inviti tutto il personale a astenersi, nei rapporti tra colleghi e nelle riunioni di lavoro, da espressioni volgari o offensive a sfondo razziale" Infine "condanna Extrabanca, in persona del legale rappresentante pro tempore, a corrispondere al ricorrente euro 5mila". Poco dopo aver presentato il ricorso il dipendente è stato sospeso dal lavoro.  

di Alessandro Generali
riflettere per non banalizzare
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Sembra che una cosa in cui la nostra società sia davvero capace di eccellere sia nella commercializzazione di ogni ricorrenza. E oggi si è ancora una volta dimostrata particolarmente abile nel farlo. Senza dati alla mano, girando per la città nella mia movimentata giornata mi è capitato di scontrarmi in ogni angolo in un venditore di mimose, vedere pubblicità di spogliarelli maschili per questa sera di festa e notare nelle vetrine morbidi presenti di augurio alle donne. E talmente grande è la psicosi collettiva da festività che mi sono trovato, nelle aule dell'università, di fronte a ragazze che mi domandavano come mai non le avessi fatto gli auguri. Ma auguri per cosa?

Mi sembra doveroso spendere due parole sulla immagino già nota origine di questa ricorrenza e fare un salto indietro nel tempo fino al 1908, quando un gruppo di operaie di un'industria tessile di New York scioperò contro le terribili condizioni in cui si trovavano a lavorare. Dopo diversi giorni di contestazione, proprio l'8 Marzo del suddetto anno, il datore di lavoro le rinchiuse nella fabbrica in cui trovarono la morte per un incendio. Il caso suscitò scalpore e raccapriccio nell'opinione pubblica dapprima Statunitense, poi mondiale, tanto che la giornata divenne occasione per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia invece le violenze e discriminazioni di cui sono ancora oggi vittime.
 

Improprio pensare dunque ad un augurio in un'occasione del genere; credo anzi che tale atto abbia lo stesso buongusto di un amico del defunto di cui si officia il funerale che faccia ai parenti del caro estinto gli auguri di buona morte.

Solo in pochi riescono a comprendere quanto ogni 8 marzo ci allontaniamo dall'effettiva parità dei sessi. La ricorrenza non dovrebbe essere considerata una festa, quanto la memoria da riproporre ogni anno come segno indelebile di quanto accaduto.
 

Un non augurio a tutte le donne.

di Alessandro Generali

Dal nostro "inviato speciale" - 2
A guardar bene anche il "sistema India" presenta delle debolezze...... come noi?

“Ti sbagli, sei troppo ottimista … nel migliore dei casi il futuro dell’India è incerto; ma ritengo che per noi non ci sia alcuna speranza di risolvere le nostre contraddizioni.” Gli occhi socchiusi ridotti a fessure, lo sguardo ironico, Amit Bose sembra ostentare nei miei confronti compassione, neppure troppo dissimulata. Secondo le regole della buona educazione, ho appena terminato di complimentarmi per lo stato dell’economia del suo paese; forse ho esagerato …

In effetti il quadro che si va prospettando per questo gigantesco paese non è privo di ombre. Innanzitutto, la crescita del PIL sta rallentando e le previsioni vedono un calo al 6.1%: un sogno impossibile per la totalità dei paesi europei, eppure ben lontano dal 10% di 2-3 anni fa. Inoltre, stando alle previsioni demografiche, nei prossimi 15 anni l’India da sola contribuirà per due terzi alla crescita globale della forza lavoro. Un grande surplus di forza lavoro è normalmente giudicato in modo positivo; non a caso esso viene definito come il “dividendo demografico” Indiano. Tuttavia esso comporterà nei prossimi 10 anni la creazione di almeno 100 milioni di nuovi posti di lavoro, e con questo siamo alla principale debolezza del ‘sistema India’.

Unico caso tra le grandi economie, quella indiana ha adottato un modello di sviluppo “anomalo”. La domanda di nuova occupazione è stimolata principalmente dai settori contraddistinti dal tasso di crescita più elevato; questo ruolo è toccato normalmente al settore manifatturiero: non solo nel mondo occidentale; ma anche (e soprattutto) in Cina. E’ soprattutto grazie a questa robusta piattaforma manifatturiera che si attua di norma il processo di transizione verso una economia “di servizi”. In India assistiamo alla transizione inversa, ed è il settore dei servizi il protagonista pressoché esclusivo della crescita.

La produzione manifatturiera è passata – negli ultimi 40 –anni – dall’ 1.2% al 2%; mentre la Cina è balzata in 20 anni dal 4% al 20%. Quanto al livello di produttività, il quadro è desolante: se l’output per 1 ora di lavoro nel settore manifatturiero vale 51.2 $ negli USA, e 10.9 $ in Cina, in India al confronto esso è irrilevante (0.8 $). Può allora il settore dei servizi garantire i 100 nuovi milioni di posti di lavoro di cui si è detto? Naturalmente no, perché per definizione esso si basa sulla creazione di elevati valori aggiunti e su strutture occupazionali snelle; sicché il “dividendo” di cui ho parlato rischia seriamente di trasformarsi in una “tassa demografica”; inoltre i tempi d’oro sembrano ormai essere alla fine (si veda il caso di Intel), perché già assistiamo – nell’area cosiddetta Asia South Pacific – ad uno spostamento dell’outsourcing verso paesi come il Vietnam e le Filippine, dove i costi sono ormai significativamente minori.

L’Economist recentemente (The Bollygarchs’s magic mix, 22 ott.2011) ha identificato un altro, sottile elemento di debolezza nell’economia indiana: l’assenza di una corporate economy, in luogo della quale abbiamo gruppi o conglomerati posseduti e gestiti da singole famiglie: Tata, Mittel, Ambani ecc. Questo costituisce un motivo di debolezza per molte ragioni, come si è visto in occasione dell’aspro conflitto che ha opposto tra loro i due fratelli Mukesh e Anil Ambani, e portato alla scissione in 2 del colosso Reliance.

Le considerazioni sviluppate dall’Economist potrebbero essere tranquillamente estese anche al nostro paese: si pensi ad esempio alle famiglie Agnelli, Benetton, Ferrero, Del Vecchio, Della Valle. Ligresti ecc., per non parlare dei cosiddetti “salotti buoni”; ma le analogie non si fermano qui.
Amit prosegue: “ti racconto una storia. Per quanto ti sembri incredibile, è vera. Una mia conoscente, una vedova anziana, ogni anno era solita compilare la certificazione di permanenza in vita per poter ottenere la pensione. Un certo anno non le è stato possibile, per qualche ragione, recarsi all’apposito ufficio alla data stabilita. L’anno seguente si presenta allo sportello con tutta la documentazione necessaria. L’impiegato sfoglia pigramente le carte, medita un po’, e poi chiede: d’accordo … ma come mi dimostra che l’anno scorso lei era viva?” In un altro caso, relativo ancora ad una pensionata anziana (Amit deve avere frequentazioni singolari), a questa venne contestata la differenza di calligrafia tra una firma apposta 20 anni prima e quella più recente: alla poveretta fu ingiunto di tornare con nuovi documenti, accompagnata da un legale e da un notaio in soprannumero.
Si sa che gli indiani amano la speculazione metafisica; tuttavia la spiegazione a queste stravaganti vessazioni è assai più semplice, e si chiama corruzione. Il messaggio alle due donne era chiaro: pagate, e la questione è risolta.

La corruzione costituisce a mio avviso il vero motivo che può definitivamente impedire all’India – e non solo ad essa – di risolvere le principali contraddizioni che la affliggono, e non le consentono di uscire una volta per tutte dal ghetto costituito dai paesi con più elevata concentrazione di persone al di sotto della capacità di sussistenza. L’elenco dei casi più gravi di corruzione richiederebbe volumi; mi limito a qualche esempio. A tutt’oggi si trascina ancora il gravissimo scandalo che ha visto coinvolto A Raja, ex ministro delle telecomunicazioni, nell’asta per l’aggiudicazione dello spettro di frequenze per la cosiddetta 2° generazione telecom (“voce”: cellulari ecc.). L’asta venne chiusa anticipatamente per favorire alcuni grandi interessi privati (tra i quali quelli di Anil Ambani). Il procuratore generale che dovrebbe prendere in mano il caso è un tale Goolam Vahanvati, all’epoca esperto legale del Ministero dell’Economia, e firmatario di un parere favorevole sulla insolita procedura adottata in quell’occasione …
Nel Tamil Nadu, la regione più meridionale del paese, si è consumata una storia dai toni rasputiniani. Il personaggio più influente degli ultimi 25 anni è una donna, Jayalalithaa, capo del governo, che si è scelta un’altra donna – Sasikala Natarajan, come principale consigliere. Quest’ultima, approfittando della sua posizione, ha trasformato il suo clan in un centro di potere capace di asfissiare l’economia della regione; si dice anche che abbia tentato di somministrare veleni alla sua protettrice. Conclusione: Jayalalithaa “licenzia” Sasikala, quest’ultima ed il suo gruppo sono costretti ad abbandonare il palazzo (abitavano tutti sotto lo stesso tetto …), ed inizia l’epurazione dei ministri presunti complici. Nel Maharashtra diviene ogni giorno più insostenibile la posizione dell’ “uomo forte” della sezione locale del Partito del Congresso, Kripashankar Singh. Con un reddito di circa 1000 euro mensili come membro della giunta municipale deve giustificare la proprietà di 19 tra appartamenti, negozi ed uffici; oltre a 2 BMW, 2 pistole nonché 400 proiettili … A coloro che hanno chiesto ai vertici in Delhi quale fosse la posizione del partito nei confronti di questo importantissimo dirigente, la risposta è stata: “si è già dimesso da presidente del comitato regionale … che volete di più?”

Vi ricorda qualcosa, o qualcuno? Il tema della corruzione – inteso non tanto come minaccia alla possibilità di realizzarsi di un concetto astratto di “democrazia perfetta”; quanto come nemico mortale per le possibilità di sviluppo materiale e civile (dunque etico) di un paese – non può non fare parte dell’agenda con la quale il nostro Movimento dovrà confrontarsi in un prossimo futuro. Anziano e pessimista come sono, alle democrazie “perfette” non credo; dal mio punto di vista il problema è quello di accertare quando il livello di corruzione, da fisiologico, diviene patologico trasformandosi in un cancro per il sistema: in altri termini, quando inizia a costituire una minaccia per il bene comune.
I guai giudiziari per Kripashankar sono cominciati quando un attivista sociale ha depositato una denuncia nei suoi confronti. Più precisamente, ha a dato avvio a quella che qui si chiama PIL … non equivocate, significa Public Interest Litigation. E’ dunque l’attentato al bene comune il motivo a base della chiamata in giudizio … Interessante, non vi pare?

di Claudio Conti
3 marzo 2011

Dal nostro "inviato speciale" Claudio Conti
Tutto il mondo è paese: sul sentimento civico e il dilagare della corruzione in India

MUMBAI - Fuori il termometro segna 34 gradi; persino il maraja Bhupinder Singh di Patiala, che mi guarda da una vecchia fotografia ingiallita, sembra a disagio, nonostante l’aria vagamente ironica e disincantata. Poveretto! Addosso aveva 2930 diamanti per un totale di 962.25 carati: un record pressoché insuperabile, certamente iscritto nel Guinness dei primati.
Sulla stampa locale fortunatamente si inizia a parlare in termini più calmi e sobri dell’uccisione dei due pescatori nella quale sono implicati i due marò italiani dell’Enrica Lexie. Gli indiani, per ragioni che si possono facilmente intuire, sono assai sensibili al tema della sovranità e integrità territoriale; aggiungo che – per quanto so attraverso la mia esperienza in questo paese dal 1962 ad oggi – nessuno ha mai sentito parlare di atti di pirateria messi in opera da abitanti del Kerala. D’altra parte, quest’ultimo è uno stato retto da una amministrazione comunista e, a complicare le cose, le elezioni sono imminenti ed anche il più piccolo incidente si presta a risvegliare gli umori di un elettorato facile all’eccitazione. Aggiungo che qui è stata molto apprezzata la missione del sottosegretario Staffan de Mistura, soprattutto dopo che questi ha escluso che i due pescatori potessero essere terroristi.
Affronto il tema del civismo con il mio amico Pavan Sukhdev. Pavan è un personaggio importante sulla scena internazionale: brillante economista e in precedenza top manager presso Deutsche Bank, è stato consigliere speciale e capo della Green Economy Initiative promossa dall’ONU, leader del progetto sulla biodiversità e l’economia degli ecosistemi promosso dal G8+5, speaker a Davos nel 2010 e 2011, insignito della McKluskey Fellowship a Yale sempre nel 2011 ecc. La nozione di ‘civico’ – mi dice – deve incorporare tanto l’idea della cooperazione che quella della condivisione (sharing): civismo significa essere parte di una molteplicità capace di agire assieme (proactive), e non soltanto di reagire, e di porre il bene comune – dunque condivisibile – al centro dell’attenzione.
Ignoranza e superstizione da un lato, corruzione dall’altro sono tra i veleni principali che impediscono, quando non soffocano sul nascere, ogni sentimento civico. In India si è costituito un importante movimento civico: India Against Corruption (IAC), ispirato e guidato da Anne Hazare, il quale ha riesumato i metodi “pacifici” di protesta gandhiani attraverso il digiuno. I suoi componenti agiscono tutti su base strettamente volontaria e sono vincolati al rispetto del Codice di Comportamento IAC; l’obiettivo è quello di riempire un vuoto legislativo e di approdare ad una legge “forte” contro la corruzione, basata (la legge, non la corruzione …) sul ruolo del difensore civico (ombudsman).
I partiti politici, favorevoli a parole, nella realtà resistono, sicché la legge è ancora lontana dall’essere approvata dalla Camera (Lok Sabha). A volte la resistenza viene protratta al limite del suicidio politico, come del resto sembra accadere anche in Italia: l’ultimo esempio è costituito dai risultati delle elezioni per la municipalità di Mumbai (BMC). Queste sono state vinte largamente dallo Shiv Sena, la formazione politica che costituisce la perfetta incarnazione locale della Lega Nord - Mumbai ai “mumbaiites”, obbligo di parlare il marathi (la lingua locale): una regione dove si usano almeno 5 alfabeti “maggiori” (Hindi, Punjabi, Bengali, Gujarati, Urdu), si parlano almeno 21 lingue “ufficiali” e almeno 1500 lingue diverse sono effettivamente utilizzate, oltre all’inglese. Si deve a questa formazione politica se Bombay ha cambiato nome (anche se la maggioranza degli abitanti si ostina ad impiegare quello antico); del resto neppure l’acronimo BMC – che in origine stava per Bombay Municipal Corporation – ha potuto essere rimosso dalle consuetudini, ed è perciò stato trasformato in Brihanmumbai Municipal Corporation … ridicolo.
Come mai il Congresso – lo storico partito di Nehru, guidato oggi da Sonia e Rahul Gandhi – ha potuto subire una sconfitta tanto pesante a Mumbai? La spiegazione offerta dal mio interlocutore è semplice. Il capo cittadino di questo partito – un tale Kripashankar Singh – ha messo insieme una lista di candidati pressoché impresentabile. Costui è anche un uomo notoriamente corrotto, un non-nativo (viene dall’Uttar Pradesh) il quale da origini modestissime ha risalito la scala sociale e politica fino ai gradini più elevati. Proprio in questi giorni, in seguito ad una petizione di fronte all’Alta Corte di Bombay, si è potuto accertare che le sue proprietà eccedono in misura grottesca i limiti consentitigli dalle remunerazioni “ufficiali”. Sono improvvisamente venuti alla luce appartamenti, negozi, bungalows ecc. intestati a parenti e prestanome varii: chissà, forse a sua insaputa, come sembra essere di moda altrove. La Corte ha sentenziato in modo severo che “nessun calcolo aritmetico avrebbe potuto consentire ad una indagine ragionevole di approdare alle medesime conclusioni del locale Ufficio Anti Corruzione”, secondo il quale soltanto il 12% delle proprietà detenute effettivamente da Singh risultava di difficile giustificazione.
Che costui fosse un crook, un ladro criminale, era a Mumbai un open secret, cosa risaputa. Perché allora ha potuto farsi tanta strada all’interno del Congresso? Egli è notoriamente vicino alla dirigenza del partito a Delhi, ed in particolare a Sonia Gandhi. E purtroppo molti, in India, cominciano a chiedersi se la corruzione non abbia raggiunto anche colei che – in un modo o nell’altro – è pur stata una icona di questo straordinario Paese.

di Claudio Conti

Mumbai, 25 febbraio 2012

Riscattare la vergogna/2
Non possiamo ignorare che "casa Pound" è anche nella nostra città

 

Lo stesso sentimento di appartenere a una comunità civile che ha spinto tanti di noi a mettere la faccia in una lista civica che riproponesse  valori di coesione sociale, di correttezza di relazioni, di comprensione interculturale, di senso civico, è avvilito e ferito oggi da quanto accaduto a Firenze e a Roma. 

Certo questi fatti non sono accaduti in Milano, ma casa Pound  l'abbiamo anche qui e la precedente giunta le ha strizzato l'occhio concedendo spazi  e fregandosene dell'apologia di reato. Milano non può, non deve restare in silenzio. Esprimo e sono certa di farlo a nome di tutto il Movimento Milano Civica, tutta l'indignazione, il rammarico per queste vittime inermi e incolpevoli. Sento l'urgenza di dare e fare cultura per debellare questa paura del "diverso" che è manifestazione di inadeguatezza e immaturità civile. Siamo con il cuore con quanti stanno pacificamente manifestando in questo momento davanti alla Prefettura. Milano risponde, Milano c'è.

di Antonietta Innocenti

Riscattare la vergogna
Un intervento di Laura Boldrini, portavoce dell'Alto Commissariato dell'ONU per i rifugiati

Oggi sui quotidiani si legge sconcerto e sorpresa per quanto accaduto a Firenze, per l’uccisione e il ferimento di migranti senegalesi innocenti. Si parla di azione folle di una persona esaltata. Il gesto sicuramente folle non può però oscurare la matrice razzista di questa strage tanto più perché avvenuta per mano di un uomo ispirato da dottrine radicali dell’estrema destra.

In questi anni troppo spesso incidenti e attacchi razzisti sono stati sottovalutati, sminuiti e non riconosciuti come tali, nonostante i ripetuti moniti degli organismi internazionali dal Comitato ONU per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD) all’Alto Commissariato Nazioni Unite per i Diritti Umani, dal Consiglio d’Europa all’Agenzia dell’Onu per i Rifugiati. Così come troppo spesso sono stati tollerati discorsi pubblici di politici e amministratori irresponsabili che alimentavano la paura dell’immigrato e del rom usati come capro espiatorio e presentati come minaccia alla sicurezza collettiva.

A Roma, girando nel quartiere Monteverde, non si possono ignorare manifesti che a caratteri cubitali passano il seguente messaggio: ”Immigrazione è invasione”, “Difendi il tuo lavoro, i tuoi diritti, la tua terra”. Firmato: Movimento Politico Noi Oltre. Sono lì da mesi, in bella vista. E sono i soli manifesti in tema di immigrazione che si vedono per strada, come a dire che nessuna forza politica sente il bisogno di inviare un messaggio diverso da contrapporgli. Anche in questo laissez faire ci sono delle responsabilità.

I media hanno pure giocato un’importante partita sul terreno della xenofobia, enfatizzando eventi criminali commessi da stranieri, oscurando gli aspetti positivi del fenomeno e scegliendo parole cariche di pregiudizio, una tra tutte “clandestino”, termine usato indistintamente come sinonimo di migrante e rifugiato.

C’è da augurarsi che questi ultimi episodi di Torino e Firenze rappresentino l’epilogo di una stagione opaca in cui sono stati rimessi in discussione riferimenti e valori che credevamo acquisiti per sempre. Davanti a noi c’è sicuramente tanto lavoro da fare e ci vorrà tempo ma, non si può più rimandare.  Per il futuro di tutti.

di Marco Fumagalli
La Chiesa e l’ICI.

L’espressione a ufo, con le varianti a uffo, a uffa, a ufa sembra derivare dalla locuzione latina Ad Usum Fabricae, abbreviato in AUF. Alcuni materiali edilizi erano contrassegnati da tale scritta e questi beni erano esentati da qualsiasi dazio, in quanto destinati ad opere della Chiesa Cattolica. I blocchi di marmo di Candoglia della vicina Val d’Ossola, necessari alla costruzione del nostro Duomo recavano questa scritta e senza alcuna gabella, dopo lungo viaggio via acqua e via terra arrivavano nei pressi della Cattedrale, alla Veneranda fabrica del Dom. Il significato di tale espressione è conosciuto da molti: a spese altrui, a titolo di favore, a titolo gratuito, gratuitamente, gratis, per niente, senza compenso, senza contropartita, senza spesa, senza tributo, a sbafo.

Dopo qualche secolo la Chiesa Cattolica Romana sembra volersi astenere da qualsiasi contributo (vedi ICI o IMU) . Per la manovra finanziaria ai cittadini, saranno chiesti pesanti sacrifici, anche il pagamento di questa tassa, per la Chiesa è prevista ancora l’esenzione.
Nei secoli sempre a ufo?

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Comunicati stampa
25/03/2015 23:31 - LAVORO AGILE. UNA GIORNATA SPECIALE IN 300 UFFICI DA MILANO A CATANIA
25/03/2015 23:30 - SALUTE. FARMACIE COMUNALI APERTE PER ESAMI GRATUITI AI MILANESI
25/03/2015 23:30 - AMBIENTE. IL COMUNE ADERISCE ALL’INIZIATIVA “EARTH HOUR”
23/03/2015 21:30 - CONSIGLIO COMUNALE. DIMEZZATO IL NUMERO DELLE BENEMERENZE CIVICHE
23/03/2015 21:29 - MILANO. PISAPIA: "GRAZIE A CHI MI HA ESPRESSO STIMA E APPREZZAMENTO"
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