Cari soci e socie,

è indetta l'assemblea straordinaria e ordinaria per Lunedì 6 Marzo 2017  in seconda convocazione alle ore 20.30 all’Umanitaria,Via S.Barnaba 48, Sala Bauer con il seguente ordine del giorno:

Parte straordinaria:

1. Proposta del Consiglio Direttivo di revisione delle Statuto Sociale e approvazione dello Statuto Sociale modificato.

 

Parte ordinaria:

1. Relazione della Presidente: primi 6 mesi insieme al Sindaco Beppe Sala; considerazioni e confronto con i Soci;

2. Approvazione bilancio con presentazione rendiconto economico e finanziario anno 2016;

3. Condivisione e aggiornamento situazione politica città Milano vs panorama regionale e nazionale;

4. Preparazione convegno MMC sulla mobilità;

5. Varie ed eventuali.

In allegato la lettera di convocazione dell’Assemblea, con la parte da utilizzare per un'eventuale delega.

Possono partecipare i Soci iscritti in regola con il versamento della quota associativa 2017 (€ 30,00 o più e € 10 per under 30).

Si ricorda che i Soci presenti possono versare la quota 2017 all’atto della registrazione; i Soci che danno delega devono aver versato la quota 2016 prima dell’assemblea oppure aver inviato una mail dal proprio indirizzo di posta a movimentomilanocivica@gmail.com indicando il delegato che verserà la quota alla registrazione e l’importo.

Votanti: Soci presenti + Soci per delega (max 1 delega per Socio presente).

 

 E' gradito un cenno di conferma sulla partecipazione a movimentomilanocivica@gmail.com

LE RAGIONI DEL SI – LE RAGIONI DEL NO
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Il 4 dicembre é la data fissata per il referendum sulla modifiche della costituzione.
Una scelta importante che ci vedrà tutti direttamente coinvolti e che, qualunque sia il risultato, influenzerà in maniera significativa il futuro del paese.

Come Movimento Civico ci sembra importante organizzare un dibattito civico ed aperto di approfondimento sulla riforma proposta: saranno proposte le ragioni del SI e le ragioni del NO per una migliore conoscenza ed un voto più consapevole.

Vi aspettiamo il 7 Ottobre (ore 18, sala del Grechetto Palazzo Sormani Via F.Sforza, 7) a discuterne insieme a 2 rappresentanti del SI e 2 del NO.


Intervengono:

  • Luciano Belli Paci esponente del Circolo Rosselli, promotore Comitati del NO,
  • Felice Besostri già Senatore e docente universitario, promotore Comitati del NO
  • Roberto Cociancich Senatore, Coordinatore nazionale dei Comitati del SI
  • Giulio Enea Vigevani Professore di Diritto Costituzionale Milano Bicocca, ha sottoscritto appello dei costituzionalisti favorevoli alla riforma

Modera:
Elisabetta Strada Presidente del Movimento Milano Civica, Consigliera comunale

 

Link al testo comparato: http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/AC0500N.Pdf

Verso le elezioni
Per ottenere l'appoggio del civismo l'ex A.D. di Expo deve costruire un’idea forte e condivisa di città metropolitana
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MILANO - Finora non è che la (possibile) candidatura di Giuseppe Sala a sindaco di Milano abbia suscitato consensi unanimi tra i milanesi. Lasciamo stare le reazioni di coloro che da tempo avevano annunciato di volersi candidare: è chiaro come aver a che fare con un avversario in più (e dotato di appoggi pesanti) non faccia piacere. Ma quei candidati erano (per un verso o per l’altro) deboli e dovevano comunque aspettarsi che il PD e la coalizione di centro-sinistra si sarebbero dati da fare per trovare un candidato (meglio ancora una candidata) più “sostanzioso/a”. Il problema è se Giuseppe Sala possa essere, effettivamente, tale.
Aver condotto in porto sul filo del rasoio l’operazione Expo (avviata sotto i peggiori auspici da Letizia Moratti e Roberto Formigoni) è certamente un merito politico-manageriale. I conti definitivi ancora non ci sono (e chissà se mai ci saranno) a certificare l’effettivo o mancato successo economico. Ma essere stato un manager accorto non basta a fare di Sala un buon candidato sindaco. Lasciamo stare gli elementi di rischio “giudiziario” (e quindi politico) che un gestore di qualche miliardo di appalti pubblici si porta inevitabilmente dietro in misura assai maggiore di altri potenziali candidati. Un rischio che potrebbe azzopparlo in qualsiasi momento da qui al giorno delle elezioni.
Il primo problema è come sta nascendo la candidatura: con un atto di imperio del Presidente del Consiglio nonché segretario del PD. Imperio nato, come spesso accade, da feeling personale più che da meditata valutazione politica. Una candidatura, dunque, che non emerge dalla partecipazione dei cittadini milanesi e forse neanche dalla convinta scelta del PD milanese. In più, le prime dichiarazioni attribuite a Sala sembrano o sciocche cantonate («Milano è meglio di Roma. Noi ci confrontiamo col mondo») o così anti-politiche da far pensare a un candidato grillino e non di centro-sinistra («Se sono di destra, di sinistra, di centro o di altro? Io dico: me ne frego»). Qualcuno gli ha attribuito anche un «Non sono Pisapia. Io guardo a destra» che colpisce per il mancato rispetto dovuto alla fruttifera e positiva esperienza amministrativa in corso. Per carità: non saremo certo noi a predicare una assoluta continuità che avrebbe potuto garantire soltanto lo stesso Pisapia, ricandidandosi. Ma non è invertendo la rotta rispetto alla più apprezzata (in Italia e all’estero) amministrazione degli ultimi vent’anni che si costruisce una candidatura di successo e una coalizione che veda convergere partiti di centro-sinistra e civismo politico. Pisapia ha governato grazie a una brillante invenzione politica, di cui gli va riconosciuto il merito. Ora ci vuole il genio di migliorare quell’invenzione, non quello di voltare pagina e disegnare un perimetro politico nuovo per Milano, assai simile all’alleanza PD più NCD, attualmente (precaria) maggioranza di governo a Roma.
Non sembra che una candidatura così caratterizzata possa trovare l’appoggio del civismo politico milanese, che ha fatto la differenza, consentendo a Pisapia di vincere nel 2011 e ad Ambrosoli di vincere a Milano nel 2013 (perdendo in Regione solo per l’improvvida candidatura di Albertini, apaticamente sostenuta da Mario Monti). Quell’appoggio Giuseppe Sala se lo deve guadagnare se vorrà veramente candidarsi e, dopo l’avvio malaccorto, la strada è in salita. Se lo deve guadagnare, con idee, programmi, gesti politici concreti e convincenti. Un’idea forte e condivisa di città metropolitana da costruire, a partire dalle istituzioni e dal bilancio, con attenzione al disagio sociale e alla creazione di «capacità», non solo alle magnifiche e progressive sorti della Milano globale. Se lo deve guadagnare garantendo un metodo di decisione politica partecipata e inclusiva (per esempio impegnandosi al débat public per tutte le nuove opere pubbliche): l’opposto dell'uomo solo al comando. Se lo deve guadagnare con una chiara presa di distanza dal mondo dei «palazzinari» (che ci sono a Milano come a Roma e non sono agnellini) e dai traffici ciellini nella sanità lombarda e milanese. Il tempo che Sala si è giustamente preso per decidere lo usi bene. Altrimenti non sarà lui il candidato per cui il civismo milanese vorrà unanimemente spendersi.

di Nanni Anselmi e Andrea Boitani

Un contributo di Paola Colombini

MILANO - Sono fondamentali gli interventi giudiziari, il coinvolgimento mediatico e il finanziamento (sempre troppo poco: un dramma sacrificato sull’altare del contenimento della spesa e dell’inadeguata legislazione) della politica statale e locale sulla violenza verso le donne.
Le violenze fisiche sono oggi illuminate – per fortuna – dai fari dell’informazione che raccontano le tragedie delle donne che subiscono violenza.
«Secondo una ricerca del Dipartimento Pari Opportunità e dell'Istituto nazionale di Statistica, diramata il 5 giugno e relativa al quinquennio 2009/2014, il 31,5 per cento delle donne italiane fra i 16 e i 70 anni ha subìto violenza fisica o sessuale almeno una volta nel corso della vita. Si tratta di circa 6 milioni e 788mila persone, una donna su tre: un dato impressionante...» (la Repubblica).
Poi ci sono le donne discriminate familiarmente, socialmente, politicamente ed economicamente, e che non si possono difendere dagli abusi esercitati contro le loro capacità e competenze.
Infine c’è la pratica quotidiana della silenziazione, che dopo giorni o anni nei quali la donna è semplicemente annullata come un fantasma, ella accetta come qualcosa di ineluttabile l’essere messa da parte. Si china la testa, si tace, si fanno passi indietro. La tua parola vale poco, donna, e comunque meno della parola di un maschio.
Avete mai provato, care amiche, a essere le uniche interlocutrici in un gruppo di maschi? Per esempio in un gruppo decisionale importante.
Se non rivesti ruoli dirigenziali, e allora ti devono ascoltare per forza per lo meno i tuoi sottoposti, tra pari avviene questo: cominci a parlare, dici cose interessanti, poi vieni interrotta – come se nemmeno tu esistessi – da un maschio e gli occhi di tutti si fissano su di lui. Che probabilmente sta dicendo una banalità già sentita mille volte. Tu, donna, sei tagliata fuori e alla fine sei messa all’angolo perché l’attenzione a quel che stavi dicendo è svanita, gli occhi di tutti si sono allontanati da te, sei diventata invisibile. E allora te ne vai. Per dignità. Nulla più conta di quel che hai detto e hai fatto. Semplicemente non esisti più. Il maschio che parla è diventato il centro dell’attenzione.
«Quando si tratta di nomine vince sempre il Pmi: Partito maschilista italiano», scrive l’Espresso. Ma vale anche per molto meno.
Come si diceva un tempo: il personale è politico.
Ho letto in gioventù un libro che ci ha fatto pensare al nostro destino di donne nella storia: Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (1949; la mia edizione italiana è del 1977). Vi riporto un piccolo estratto «Quel che è certo è che finora le capacità della donna sono state soffocate e disperse per l’umanità e che è veramente tempo, nel suo interesse e in quello di tutti, che le sia concesso finalmente di sfruttare tutte le sue possibilità».
Potremo mai consegnare alle nostre figlie e ai nostri figli una pratica di uguaglianza?
Questo deve essere un progetto di impegno politico e culturale di donne e di maschi che ci credono. Non a parole, ma nella pratica quotidiana: nella famiglia, nella società, nel lavoro e nella politica.

Paola Colombini
MMC - Movimento Milano Civica
Coordinamento dei Civici Metropolitani







 

Elezioni
Parità di ruoli tra esponenti dei partiti e civici per un civismo politico

MILANO - Cominciano a convergere alcune opinioni di metodo. Il che significa che c'è voglia di discutere sul percorso di avvicinamento alle elezioni amministrative non dando per scontato ciò che alcuni "addetti ai lavori" fanno (sempre più) intendere che sia scontato. Sabato 24 ottobre è stata una giornata articolata al riguardo. Al mattino alle Stelline affollata assemblea, promossa dall'assessore Franco D'Alfonso, attorno a come evolve il sentimento sul cosiddetto partito della città. Alla sera, nel quadro di BookCity, per parlare - pretesto il mio libro Civismo politico (edito in questi giorni da Rubbettino) - dell'aggiornamento di una alleanza complessa tra partiti (PD in testa) e civici con il sindaco Giuliano Pisapia e due esponenti di primo piano della "società civile". Per parlare cioè di un interesse per gli affari generali della città espresso da punti di vista fuori dai partiti, Ferruccio De Bortoli, il rettore della Statale Gianluca Vago e lo stesso Pisapia.

Il metodo delle affinità

"Partito della città", comincia ad essere tema inteso non solo come il contrapposto politico al "partito della nazione" (che a Milano suonerebbe in discontinuità con l’esperienza incarnata dalla giunta Pisapia). Quindi come la conferma di una ampia alleanza di centrosinistra con parità di ruoli per esponenti di partiti ed esponenti civici. Un modello che Franco D'Alfonso ha indicato come "metodo delle affinità non delle egemonie". "Partito della città" è anche e soprattutto un modo di intendere la responsabilità a gestire il cambiamento in atto sui tempi medio-lunghi. Non immaginando dunque, questo cambiamento solo in capo a una persona, come poteva essere nel 2011. Ma in capo al consolidamento di quella che si chiama "classe dirigente". Una volta la scuola sociologica italiana (Mosca, Pareto, Michels, eccetera) usava l'espressione "élite", che poi è stata osteggiata come anti-democratica. In realtà quell'espressione significava la declinazione meritocratica (valutabile) e non di filiera politico-fiduciaristica della costruzione della classe dirigente.

Perché questo fattore sia forte nella prospettiva, esso va ancorato a tre temi della città: essere consapevole del proprio ruolo trainante la dimensione nazionale; formare una identità metropolitana e non di borgo; esprimere una vocazione globale e non provincialistica. Ma perché esso sia forte vi è chi dice che si devono rimettere in carreggiata argomenti irrisolti (tema toccato da Ada Lucia De Cesaris, che ha ripreso la parola in pubblico dopo un certo silenzio): la qualità dell'apparto amministrativo e dell’organizzazione; la capacità di raccontare e comunicare processi (tema su cui sono ancora deboli i luoghi del dibattito pubblico e insufficiente il ruolo dei media di opinione). Aggiungo io: anche agire su una leva abbandonata, cioè la ricerca interpretativa dei fenomeni e delle tendenze e avviare legami più importanti con il sistema universitario e di impresa.

Smarrimenti e decisioni

Questi rafforzamenti presuppongono che la città non torni alle culture egemoniche espresse da partiti politici (che a volte non percepiscono che il dato di reputazione, nel paese, che li riguarda resta inchiodato al 3%) - argomento su cui Pietro Bussolati e Lia Quartapelle all'assemblea della mattina hanno dato qualche assenso - ma dando appunto prospettiva alle alleanze attorno alle affinità. Ecco quindi annunciato il rilancio di un "civismo politico", che non si limita a valorizzare le buone maniere, l'educazione e il rispetto degli altri. Civismo oggi è altro. E' responsabilità non solo di chiedere ma anche di assumere - dimostrando le competenze - una parte importante del processo di indirizzo e gestione. E' stata vista (anch'io ne ho scritto) una certa titubanza nell'avvio della campagna elettorale, una sorta di smarrimento del tessuto partecipativo cittadino attorno all'improvvisa necessità di sostituire la guida della città per indisponibilità di Pisapia di dare un "tempo 2" al suo mandato. La titubanza sembra superata, nel senso di affermare ora la necessità di discutere del progetto politico per la città e quindi di disegnare meglio il profilo che deve avere il più adeguato prossimo interprete di quel processo.

Programmi e profili

La giornata di sabato 24 ottobre ha fatto capire che una certa Milano apprezza poco il processo opposto: inventare candidati funzionali a certi interessi e poi tentare di far coincidere quelle candidature con una lettura approssimativa del sentimento collettivo. Ma si è anche posto il tema (Piero Bassetti in apertura) che l’esito delle elezioni non è scontato e che l’ipotesi di “perdere” va presa in considerazione. La domanda risorge come qualche tempo fa. I diversi segmenti del “civismo politico milanese” (che non stanno tutti nella lista civica che si è manifestata nel 2011) riescono allora a scegliere punti programmatici comuni e a disegnare il profilo di un candidato idoneo ad incarnare quei punti? Le cose sentite nell’assemblea (e altrove) porterebbero lì.

Nel corso della serata, poi, Giuliano Pisapia ha ricordato che l’esperienza civica milanese si è posta criticamente rispetto ai partiti ma accettando un’alleanza a scopo migliorativo della politica. Ferruccio De Bortoli ha colto nel libro accenti di delusione circa l’evoluzione politica del civismo. Gianluca Vago ha inteso un punto di forza nel civismo come ambito di formazione di nuova classe dirigente (il tema del “merito” nei processi gestionali resta un nodo della crisi della politica). Ho replicato attorno al ruolo di Milano di servizio ad un paese debole di civismo (come dimostrarono anni fa le ricerche in Italia di Robert Putnam), ma a condizione che il rifiuto della verticalizzazione di associazioni e movimenti (altrimenti diventati “grillini” o “leghisti”) non può ora nemmeno diventare pura orizzontalità. E in questo lo stesso Pisapia – che lasciando un “potere” indossa culturalmente una casacca civica - ha la responsabilità di sollecitare una riflessione collettiva e quindi anche una proposta nelle diverse anime del civismo milanese.

di Stefano Rolando

Consiglio degli 11 esperti
11 esperti riuniti per stabilire la scala di valori sulla quale costruire il progetto Milano

Lunedì 13 luglio il “Consiglio degli 11 esperti” della coalizione di centrosinistra, incaricato di elaborare il sistema valoriale attorno al quale costruire un progetto per il futuro governo di Milano e della Città Metropolitana, ha presentato ai cittadini, presso la Casa della Cultura, le prime considerazioni per aree tematiche. Hanno dato il proprio contributo di idee tutte le forze politiche del centrosinistra: questa è la riflessione di Nanni Anselmi, Presidente del Movimento Milano Civica.
L’occasione di questa sera riveste particolare importanza nel percorso di avvicinamento alla scadenza elettorale del 2016. Bene ha fatto il Partito Democratico, insieme agli altri soggetti politici della coalizione, a organizzare questo appuntamento molto significativo.
Grati sicuramente dobbiamo essere a Giuliano Pisapia per l’ottimo lavoro svolto e che svolgerà fino all’ultimo giorno del suo mandato di sindaco, ma altrettanto decisi vogliamo essere nel continuare e – laddove possibile – portare a termine il progetto che lo ha visto leader vincente nel 2011.
Non si cambia una città in soli 5 anni, ma giorno dopo giorno la si migliora come è avvenuto per Milano grazie a un’Amministrazione innanzi tutto onesta, e poi capace di lavorare duramente e con una grande forza innovativa.
Ora dobbiamo tutti insieme raccogliere – partiti e forze civiche di governo – il testimone consegnatoci idealmente da Pisapia.
L’idea di unire forze politiche di partito con movimenti civici di cittadini mai coinvolti prima nella gestione diretta della Cosa pubblica deve continuare il proprio percorso vincente, in quanto unica vera novità politica di questi ultimi anni.
La fase “sperimentale” è stata ampiamente superata con un risultato netto positivo, nonostante alcuni inevitabili ritardi di chi ha dovuto prendersi sulle spalle 20 anni di malgoverno delle destre.
La Nuova Darsena, la soluzione di un buon numero di parcheggi mai terminati o ambientalmente devastanti, l’AreaC, la presa in carico da parte di MM della gestione delle case popolari di proprietà del Comune, interventi importanti di riqualificazione delle periferie (mai sufficienti, ma le risorse sappiamo essere poche) sono alcuni esempi del lavoro fatto.
E infine, propongo alla vostra riflessione il rilancio della cultura dei diritti, del rispetto e della solidarietà: eravamo una città spaventata, oscurantista, rannicchiata su sé stessa: ora siamo in una Milano Liberata e oggi libera dalla paura.
E questo è merito della Giunta che ci ha governati, e di tutti noi cittadini che abbiamo accolto e interpretato nei nostri quartieri questo nuovo modo di vivere e praticare il Buon Governo e il senso politico della comunità.
Occorre lucidità e coesione da subito nel campo del centrosinistra.
La cronaca “benaltrista” propria di certe testate cosiddette amiche va depotenziata da una solida base di pensiero politico coraggioso e capace di guardare lontano, e in grado di portare di nuovo il centrosinistra a una vittoria che è alla propria portata se le forze partitiche e civiche dell’attuale coalizione si presenteranno agli elettori unite sugli obiettivi e sui basilari valori etici che ci guidano.
Il Civismo democratico e di governo, rappresentato dal Movimento Milano Civica, farà la sua parte accanto ai partiti della coalizione perché siamo ormai riconosciuti quale forza leale e propositiva.
Quanto ai candidati sindaci, accoglieremo – e volentieri ci batteremo – per coloro che sentiremo vicini ai nostri ideali e alla nostra visione comunitaria e ambrosiana della città di Milano e della Città Metropolitana.

Nanni Anselmi - Presidente di MMC

Documento politico
Principi, valori e visione civica del Movimento Milano Civica

MILANO -  Da oggi coloro che consultano questo sito, accanto allo Statuto e all'Atto Costitutivo, tra i documenti fondamentali di MMC, troveranno anche il Documento Politico Generale del movimento. Al termine di un lavoro durato oltre sei mesi e che ha visto coinvolti il Consiglio Direttivo e via via i soci in assemblea, e' stato elaborato un Manifesto politico in cui si trovano i principi, i valori e la visione civica che noi abbiamo della societa' in cui viviamo. Accanto a principi di carattere generale, lungo le pagine del Documento, chi legge trovera' anche proposte e indirizzi rispetto ai principali argomenti del dibattito attuale sia nazionale che regionale che metropolitano. La nostra idea di partecipazione dei cittadini alla vita democratica del Paese, la nostra visione di economia solidale e condivisa, l'idea di Europa e di Citta' Metropolitana.

Una forza poitica deve riconoscersi in linee guida e programmi di medio periodo. E questo il risultato che abbiamo ottenuto".

 

Il Paese che vogliamo

Nelle società così dette più evolute,  sia sul piano del reddito pro capite e sia parallelamente su quello del consolidamento dei valori democratici che regolano la vita delle comunità, sta emergendo una profonda crisi di speranza nei confronti del futuro e conseguentemente anche una crescente sfiducia nella democrazia, nelle sue istituzioni e nella CAPACITA’ della politica di  SALVAGUARDARE L’INTERESSE GENERALE E IL BENE COMUNE DEI CITTADINI

In Italia, in particolare, la recessione causata dall’esplosione della crisi finanziaria nel 2008 si è innestata e sommata a un declino ormai ventennale, che non è solo economico, ma che è divenuto anche sociale, politico ed istituzionale.

Nel nostro Paese, la sfiducia e la preoccupazione per l’oggi e il domani hanno raggiunto livelli impensabili a causa della pericolosa persistenza di un vuoto politico, provocato dalla inadeguatezza di proposta sia da parte dei partiti così detti novecenteschi, sia da parte delle nuove espressioni organizzate, caratterizzate da personalizzazione, da affarismo ed infine da dirigismo unico e plagiante che trasforma in digitale quello che una volta era l’espressione di consenso e dissenso interno, scambiandolo per democrazia diretta.

Un vuoto politico che a sua volta è la causa prima della perdita di credibilità delle istituzioni, e dei loro modelli di governance sia transnazionali che locali, la cui conseguenza sono la provocazione e il diffondersi di un populismo negazionista delle regole democratiche, l’empatia ricorrente per l’uomo solo al comando, la semplificazione distruttiva delle regole e dei processi da contrapporre agli arroccamenti conservativi. 

Nell’Italia che vogliamo, non può che esserci – al contrario -  il rispetto  quasi sacrale dello Stato di diritto, della democrazia quale valore in sé, intesa come principio basilare, ‘’formale, ma non formalistico’’ - come Bobbio ci ha insegnato - e che occorre tenere ben fermo in un’epoca di continuato e più o meno dichiarato attacco da parte proprio dei sedicenti nuovi “liberali” e “democratici”.

 

La democrazia che vogliamo

Siamo per una democrazia deliberativa e dignitaria;  siamo più che mai convinti della necessità del costante accrescimento - all’interno del delicato equilibrio fra libertà e uguaglianza - del secondo elemento rispetto al primo, poiché vediamo nella democrazia un sistema di valori che deve tendere a una progressiva riduzione delle disuguaglianze nei tre ambiti fondamentali economico, politico-sociale, culturale.

La libertà individuale - infatti - identifica solo uno dei valori che stanno alla base di una società giusta e non può essere considerata un valore assoluto, in quanto oltre a un certo limite essa limita necessariamente l’esercizio di quella altrui. 

Un valore da molti anni trascurato è quello della comunità. L’ideologia politica da tempo prevalente ha dato per scontato che “gli individui precedono la società” (qualche volta arrivando addirittura a negare che la società sia un concetto dotato di senso) e che la politica debba limitarsi a massimizzare la somma totale dei redditi (e/o delle ricchezze) individuali, trascurando la loro distribuzione, nonché la promozione di esperienze, istituzioni e attività economiche e culturali che promanano dalle comunità.

Riconoscere tale verità significa percorrere il primo passo verso quella comunità di valori condivisi e quella coscienza associativa, base del vivere civile a cui noi aspiriamo. 

Crediamo che l’ideologia della competizione senza limiti, delle disuguaglianze “naturali” e perciò inevitabili e ineliminabili, della ricchezza di pochi che avvantaggia tutti, sia stata smentita dai tristi fatti della crisi in cui il mondo e l’Europa in particolare si dibattono da più di sei anni.

Il nostro impegno è quindi  per una società inclusiva, che non lasci indietro nessuno, che dia a tutti pari opportunità impegnandosi ad allargare le possibilità di vita dignitosa per la maggior parte degli individui.

 

Cittadini attivi nel territorio

La democrazia, in tutte le sue forme di espressione e rappresentazione  non dovrebbe mai privarsi della dimensione dell’esperienza concreta, in particolare di quella associativa e della possibilità per i cittadini di praticare una effettiva azione di partecipazione politica, così come previsto dalla Costituzione e dalla profonda condivisione che l’avvento delle nuove tecnologie ciò meglio consente e facilita; 

Tocqueville,  quasi due secoli fa, nel descrivere la qualità della democrazia in America, rimase impressionato dalla serietà del processo deliberativo e del dibattito pubblico. Egli aveva intuito che questa era la sostanza della democrazia, attribuendone il merito al livello delle associazioni (di volontariato, economiche, politiche, sociali) pubbliche in cui il cittadino imparava a discutere, progettare e responsabilizzarsi.

In altri termini, egli aveva attribuito la causa della qualità della democrazia al “capitale sociale” prodotto anche fuori dal sistema politico tradizionale.

A maggior ragione l’analisi è valida oggi, momento storico in cui sono i movimenti – a volte anche quelli pregiudizialmente o strumentalmente antagonisti – e non più i partiti novecenteschi o personali a esprimere nuove idee, a individuare i nuovi bisogni sociali e in cui il territorio insieme con le tematiche della democrazia locale è diventato protagonista  nel dibattito politico a tutti i livelli. 

Non più dialogo unilaterale di governo tra Centro e Periferie, ma nuova interazione in cui viene riconosciuta l’importanza del “locale” come ambito socio-politico rilevante  da coinvolgere nella definizione delle strategie politiche nazionali, nonché in quelle costituzionali.

Una concezione della politica che al centro pone il recupero delle capacità e delle competenze/conoscenze dei cittadini nelle forme della cittadinanza attiva, patrimonio altrimenti perduto/sottratto alla politica.

 

La politica che vogliamo: la partecip-azione

I singoli cittadini diventano attivi proprio in quanto sono autori di azioni. Ma a causa del processo di autorizzazione/delega ai rappresentati, essi “NON LE COMPIONO MAI ”( Sartori ).

Infatti, se da una parte si dà forma e rappresentazione al diritto alla politica attraverso le elezioni, dall’altra si prevede la partecipazione della cittadinanza limitatamente all’esercizio del diritto/dovere di voto, prescindendo dalla condivisione progressiva.

L’elettorato – nella migliore delle ipotesi – “decide chi deciderà senza possibilità di entrare sia nel merito dei contenuti delle decisioni che nei successivi processi di scelte pubbliche’’ (Sartori)

Pertanto di fronte alla manifesta crisi di credibilità dei partiti tradizionali, sempre più gusci vuoti di idee e progetti , di fronte al crescente distacco tra popolazione ed istituzioni, la difesa ed il rilancio dei valori della democrazia non può che ripartire dalla dimensione territoriale e da quella comunale in particolare, come indica una fondamentale raccomandazione dell’ Unione Europea: 

“i processi di produzione delle politiche pubbliche dovrebbero avere per attori quelle autorità che sono più vicine ai cittadini” (Consiglio d’Europa, 1985, art.4.3.).

Il Movimento Milano Civica è pertanto più che mai impegnato a sviluppare, INSIEME/oltre i partiti, attività anche non convenzionali e “intermittenti” di politica simbolica, attraverso la mobilitazione su singole questioni concrete e non ideologiche (cause umanitarie/solidali, ambientali, di tutela del territorio e delle minoranze).

Farsi “imprenditori di policy”, mobilitando risorse altrimenti non disponibili e individuando nuove reti di relazioni informali (network associativi).

La partecipazione dei cittadini è decisiva, in particolare, per porre su basi condivise e sostenibili le decisioni riguardanti le opere pubbliche che impattano sul territorio e – soprattutto nelle fasi di realizzazione - sullo svolgimento delle normali attività dei cittadini. 

Non è possibile andare avanti con delibere (nazionali e locali) e affidamenti fondati su progetti di larga massima, solo a valle seguiti da una progettazione completata nel chiuso di uffici tecnici, senza confronto con la cittadinanza e senza valutazioni preventive dei costi e dei benefici delle diverse alternative. Il che porta a una fase di mera difesa del progetto di fronte a una cittadinanza che tende, in questo modo, a prendere inevitabilmente l’atteggiamento conflittuale di tipo NIMBY.

Bisogna invece partire dalla progettazione di un ristretto ventaglio di soluzioni alternative al problema infrastrutturale individuato, sottoporle a un’accurata e indipendente valutazione dei costi e dei benefici e procedere a un “dibattito pubblico”, regolamentato e di durata prefissata, nel corso del quale le istanze e le idee positive dei cittadini interessati vengono discusse e incorporate nel progetto. 

La decisione potrà così avvenire scegliendo il progetto che ha il miglior saldo tra benefici sociali e costi sociali (inclusi quelli ambientali) e che risulta essere condiviso dalla cittadinanza che ha partecipato alla discussione.

 

L’economia che vogliamo: la democrazia economica

È indispensabile che, nella complessità della globalizzazione e di fronte ai soprassalti di autarchia e nazionalismi più o meno velati, il sistema economico, finanziario, produttivo e degli scambi sia percepito come fondamentalmente “giusto”, principio chiave per la sua sostenibilità politica. 

Questa percezione non può più essere data per scontata, visto che l'interazione di tecnologia, globalizzazione e deregolamentazione dei mercati finanziari ha esacerbato la disuguaglianza di reddito e ricchezza all’interno dei Paesi, anche se il divario medio fra Paesi è diminuito, soprattutto grazie alla tumultuosa crescita di alcuni paesi molto popolosi, come l’India e la Cina, al cui interno, peraltro, le disuguaglianze sono andate acuendosi. 

La disuguaglianza di reddito e ricchezza è “buona”, se moderata e premia il merito acquisito con lo studio e il lavoro (a cui tutti siano effettivamente in grado di accedere, come detta la nostra Costituzione) e se fornisce gli incentivi giusti allo sforzo creativo e innovativo, mentre è “cattiva” se eccessiva e nasce dalla rendite patrimoniali familiari, dagli eccessi della finanza e dal culto delle “superstars”. 

Una disuguaglianza che non solo è dannosa per la crescita di lungo periodo ma genera anche instabilità economica e sociale, eccesso di indebitamento, espansione della povertà relativa (quando non assoluta), aumento dell’esclusione sociale e di altre correlate “illibertà” (Sen).

La disuguaglianza può paralizzare il sistema politico e la crescita di un Paese. Per combatterla non basta un sistema di imposizione fiscale progressivo su redditi e patrimoni, capace di minimizzare continuamente l’evasione e l’elusione. Occorre anche una politica che attivamente garantisca l’accesso equo a beni e servizi  che costruiscono “capacità” (come l’istruzione, l’accesso alle risorse idriche e l’assistenza sanitaria) di uguale qualità per tutti, indipendentemente dal reddito familiare, dal quartiere o dalla località in cui si abita. 

È improbabile che il mercato, lasciato a se stesso (e al codice civile), fornisca garanzie sufficienti. Proprio perciò è imprescindibile l’efficienza della produzione pubblica e l’efficacia della regolazione pubblica, quando non si possa prescindere dall’efficienza della produzione privata.

In alcuni casi la soluzione più adeguata può rivelarsi la produzione basata sulla gestione comune, senza fine di lucro, da parte della società civile auto-organizzata.

Per questi motivi, come ha indicato  Elinor Ostrom nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per l'economia, proponiamo lo sviluppo di una economia policentrica basata su tre pilastri: quello non profit dei beni comuni, quello fondato sul mercato competitivo e quello dell'economia pubblica (da declinarsi in produzione pubblica o in regolazione pubblica della produzione privata) per i beni e i servizi che più economicamente vengano prodotti in regime di monopolio. 

Per quanto riguarda i beni comuni – cioè le risorse tendenzialmente non esclusive e non rivali condivise dalle comunità a tutti i livelli, come l'ambiente, Internet, l'acqua, le conoscenze e l'informazione, le reti, la cultura, le risorse naturali – la Ostrom ha dimostrato che i commons possono essere gestiti in maniera più efficiente e sostenibile dalle comunità rispetto alle corporations o allo Stato: infatti questi ultimi sfruttano in maniera forsennata i beni comuni ma sono quasi sempre inefficienti e non equi, sprecando le risorse con strategie di breve termine e privilegiando ristrette elites economiche. 

La proprietà e la gestione privata e statale dei commons non sono sostenibili nel medio-lungo termine senza la condivisione per il controllo dal basso dei cittadini direttamente interessati. È importante che per i servizi a forte intensità di infrastrutture e di tecnologia (come quello idrico integrato, di cui la fornitura del bene comune acqua alle famiglie è solo una parte) le comunità siano in grado di provvedere e remunerare in modo equo e certo il capitale necessario a mantenere e migliorare la qualità del servizio.

A questo fine, purtroppo, l'attività rivendicativa e negoziale e i conflitti sindacali si sono dimostrati largamente inefficaci in questa crisi: la realtà è che i cittadini stanno sopportando il peso delle politiche recessive di austerità e non riescono a incidere sulle strategie aziendali e, più in generale, sulle politiche economiche del Paese. 

Pensare di difendere il lavoro solo con le lotte e le contrattazioni sindacali o ricorrendo alla concertazione nazionale, è retorica di un obsoleto modello di relazioni industriali; è illusorio anche il solo supporre che basti un cambio di governo per cambiare i rapporti di forza sul terreno decisivo dell'economia e per uscire dalla crisi. 

Occorre quindi procedere per soluzioni più efficaci e innovative, prevedere nuove regole per valorizzare il capitale umano nell’impresa, soprattutto in quella post fordista per rafforzare la capacità propositiva e decisionale dei lavoratori nell'impresa stessa, in modo che il loro potere decisionale possa equilibrarsi a quello del capitale, troppo spesso condizionato dal prevalere di strategie più finanziarie che industriali, dal venir meno della propensione al rischio imprenditoriale, dall’assenza di volontà e capacità di innovazione; dall’impossibilità competitiva.

Occorre anche e forse soprattutto costruire una nuova cultura diffusa della “co-decisionalità attiva”

Esistono infatti  profonde ragioni morali, sociali, politiche, economiche per pretendere la democrazia nelle aziende, negli enti pubblici, nella gestione dei beni comuni e in generale nell'economia:

  • sul piano morale,  il lavoro costituisce la principale attività umana ed è impossibile mantenere la dignità della persona senza minimi livelli di democrazia sul posto di lavoro,
  • sul piano sociale, la gravissima crisi occupazionale europea alimentata dalla finanza speculativa e dalle politiche di austerità forzata può essere contrastata efficacemente con l'introduzione della democrazia anche nella sfera economica, dove è tuttora del tutto assente.

Un sussidio di disoccupazione universale, dignitoso e di durata adeguata, accompagnato da politiche attive per la riqualificazione e il reinserimento al lavoro, è la premessa indispensabile per qualsiasi riforma del mercato del lavoro che non si traduca semplicemente in un aumento della flessibilità in uscita. 

Una ridotta protezione del “posto di lavoro” (a parte i casi di licenziamento discriminatorio, che devono rimanere difficili e fortemente penalizzati) richiede una ben più solida protezione sul “mercato del lavoro”. Sotto questo profilo, il recente “Jobs Act” varato dal governo italiano appare purtroppo assai carente.

Ma l’esigenza di democrazia economica impone di contrastare il modello di governance delle imprese secondo cui esse creano valore solo in quanto sono  valorizzabili sul mercato finanziario in base ai risultati di breve periodo a discapito di quelli a medio e lungo termine. Proprio per contrastare questa impostazione assume rilevanza un modello di relazioni industriali/aziendali che veda in primo piano sia la tutela del capitale umano e sia la promozione della competitività di lungo periodo.

La dimensione delle aziende italiane (sia industriali che di servizi) è mediamente troppo piccola, con svariate conseguenze negative: 

1) la capacità innovativa e la produttività del lavoro sono basse; 

2) la competitività sui mercati internazionali è affidata alla compressione dei salari reali; 

3) la governance aziendale è per lo più fondata su un vecchio modello padronale/paternalistico; 

4) la specializzazione produttiva è concentrata su settori a bassa intensità di capitale umano e di tecnologia; 

5) le imprese (medie e piccole) sono finanziariamente arretrate, molto più dipendenti che altrove dal credito bancario e quindi più esposte alle restrizioni creditizie che seguono le crisi finanziarie e alla (in)capacità delle banche di valutare i progetti di investimento e le idee.

Attualmente la proprietà delle aziende di maggiori dimensioni ha natura quasi sempre finanziaria attraverso società che hanno obiettivi speculativi: banche d'affari, hedge fund, fondi d'investimento, fondi sovrani, in certa misura anche i fondi pensione.

Senza la rappresentanza del capitale umano aziendale nel board delle grandi e medie imprese è molto difficile, se non impossibile, garantire continuità produttiva, occupazione, sviluppo sostenibile, innovazione e flessibilità nell’uso del lavoro.

Come indicano le analisi dello European Trade Union Institute, ETUI, il centro studi europeo dei sindacati, nell'Unione Europea 12 paesi su 27, soprattutto nell'area renana (Germania, Austria, Olanda, Lussemburgo) e scandinava (Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia), hanno introdotto forme avanzate di partecipazione co-decisionale dei lavoratori nei board delle aziende pubbliche e private.

In questi Paesi le imprese sono mediamente di maggiori dimensioni; si registra più bassa disoccupazione, più elevati redditi per i lavoratori, maggiore competitività delle aziende, maggiore innovazione, migliore sostenibilità ambientale e maggiore potere sindacale. 

 

Comuni, Città Metropolitane, Regioni : le istituzioni che vogliamo

Tra lo Stato che doveva fare le norme e i Comuni che dovevano erogare i servizi e non solo quelli, sono state costituite le Regioni per realizzare, forse, la innovazione istituzionalmente più complessa, ovvero l’integrazione, la programmazione ed il coordinamento legislativo degli enti territoriali. 

Questo processo di articolazione istituzionale si è via via involuto in una doppia visione centralista esercitata sia dalle Regioni che dallo Stato centrale.

A causare questa involuzione sono state sia l’adozione di politiche di bilancio sempre più centralizzate, con l’INTENTO NON RAGGIUNTO di ottimizzare risorse e ottenere risparmi. Politiche adottate senza discrimine tra buone e cattive amministrazioni, e per alcuni versi per la carenza di esplicitazione nel dettato costituzionale a causa di un eccesso di visione centralistica da parte dei costituenti.

Ad aggravare il quadro vi è stata l’esondazione delle attività delle Regioni, che oltre alla gestione sanitaria hanno indirizzato la loro potestà su molteplici ed onerose attività venendo meno ad impegni indispensabili sull’assistenza e sulla conservazione dell’ambiente.

La Riforma del titolo V della Costituzione ha trasferito poteri alle Regioni senza responsabilizzarle fiscalmente di fronte ai propri cittadini, mentre è invece diventato di tutta evidenza che il motore e il traino dello sviluppo è oggi rappresentato dalle grandi città del mondo con le loro aree metropolitane. 

A livello mondiale, in queste aree metropolitane si vanno a concentrare, anche se non in modo esclusivo, le risorse umane e finanziarie, ricorrendo in primo luogo alla fiscalità derivata da attività prodotte in loco. Non è pensabile che analoghe modalità non siano adottabili anche in Italia ed in particolare per l’area metropolitana milanese, l’unica in grado di competere con le altre aree europee e globali nonché fondamentale fucina di imprenditorialità per poter rimettere in movimento tutti i vagoni del lungo treno italiano. Non è un caso che a Milano sia concentrato un maggior numero di imprese multinazionali rispetto alle città sue concorrenti in Europa. 

Va dunque progressivamente ripensato il potere di imposizione fiscale dal centro (nazionale) alla periferia, a partire dalle nuove città metropolitane, allo stesso tempo in cui si comincia a spostare potere di imposizione fiscale (e competenze di spesa) a livello europeo. 

La fiscalità di competenza della città metropolitana deve essere sussidiaria: le imposte devono essere riscosse, a parità di pressione fiscale, dalle città metropolitane e poi devolute, per la parte di competenza, alle regioni e allo Stato. 

Questo è possibile da subito per la tassazione sul patrimonio immobiliare e sui servizi che non devono comportare trasferimenti allo Stato. 

Occorre progressivamente giungere a un sistema di prelievo fiscale semplificato e diretto, che realizzi la corrispondenza tra imposizione fiscale e competenze di spesa e che riduca i trasferimenti da Stato e Regioni ai Comuni alla necessaria perequazione  legata alla diversa capacità fiscale dei territori. 

Solo così è realizzabile una piena responsabilità fiscale e di spesa dei diversi livelli di governo ed  eliminare le partite di giro sui fondi pubblici e restituire il rapporto tassazione-rappresentazione politica a livello di comunità locale. 

La Città Metropolitana milanese potrà rappresentare un volano fondamentale per lo sviluppo economico, culturale e sociale del Paese in quanto è area storicamente vocata all’innovazione, alla sperimentazione e all’apertura internazionale. Sapremo cogliere questa straordinaria opportunità a condizione di costruire un nuovo ente di vasta area policentrico che metta i territori in primo piano con le loro vocazioni, identità e progettualità, dotato di adeguate risorse, di autonomie e di funzioni all’altezza del ruolo strategico assegnato alle Città anche in sede europea. 

Per quanto riguarda l’elaborazione dello Statuto della Città Metropolitana di Milano, il contributo del civismo si è incardinato sui seguenti obiettivi: elezione a suffragio universale del Consiglio e del Sindaco metropolitani; articolazione del Comune di Milano in Municipalità dotate di risorse e di autonomia; organizzazione della partecipazione dei cittadini e dei gruppi sociali, creazione di istituti di democrazia partecipativa; coinvolgimento dei cittadini alla governance attraverso il bilancio trasparente e il bilancio partecipativo, già in fase di sperimentazione in Comuni governati da sindaci e giunte civiche; pareggio di bilancio di suolo e riuso del suolo edificato nell’ambito di una pianificazione territoriale basata su tutela, riqualificazione e valorizzazione del paesaggio, dello spazio agricolo e del sistema dei parchi.

Obiettivi concreti e al tempo stesso di stimolo per tutta l’attuale coalizione progressista di maggioranza

Nell’ambito dell’elaborazione del piano strategico metropolitano il civismo punterà sulla realizzazione di sistemi integrati e coordinati di infrastrutture e di servizi, semplificazione, costruzione di reti, azioni per la promozione delle energie sociali, economiche,  imprenditoriali e culturali dei territori.

 

Da dove ricominciare? 

Concorrendo a promuovere una necessaria riforma istituzionale sia su scala europea, da dove proviene ormai il 50% circa dei nuovi impianti legislativi nonché sul nostro ordinamento istituzionale.

Ma ora, già da subito, con tre stimoli che possono funzionare a condizione di viaggiare su una moderna comunicazione pubblica saldata con gli interessi sociali: 

  1. uno Stato votato alla “spiegazione”, ovvero in grado di creare partecipazione e condivisione propedeutici al perseguimento dell’Articolo 1 della Costituzione per l’appartenenza della Sovranità. 
  2. un sistema regionale votato allo “sviluppo” e ricondotto alla sua missione originale; 
  3. un quadro delle autonomie locali a presidio dell’ascolto e della partecipazione del cittadino e delle imprese. 

Una de-burocratizzazione delle amministrazioni, frenandone la bulimia legislativa, minaccia ed alibi alla responsabilizzazione degli amministratori.

Trasformare a termine, con possibilità di rinnovo in funzione dei risultati perseguiti, l’assegnazione delle dirigenze pubbliche nazionali e territoriali.

Definire dei tetti retributivi fissi per la dirigenza sia delle amministrazioni pubbliche e che delle aziende/enti controllati o partecipati, assegnando una correzione variabile in funzione del raggiungimento dei risultati loro precedentemente assegnati come obiettivi. 

Proseguire la battaglia per dare piena legittimità democratica alla neonata Città Metropolitana di Milano e per innervarla con una attiva e consapevole partecipazione dei cittadini ai processi decisionali,  a partire dal Bilancio, fondamentale strumento di condivisione conoscitiva e di trasparenza, oltre che di capacità d’azione politica. 

In questo senso rimarrà alta nell’agenda la proposta civica di anticipare quanto più possibile l’elezione diretta, a suffragio universale, del Sindaco e del Consiglio della Città Metropolitana, senza la quale la Città Metropolitana rischia l’indifferenza della cittadinanza e quindi di vedere compromessa la sua portata politica innovativa. 

 

L’Europa che vogliamo

Come riportano numerosi documenti civici regionali: “la ripresa dell’economia e il superamento della crisi necessitano di più Europa”. Le speranze di una rinascita del vecchio continente sono legate allo sviluppo innovativo dei suoi centri metropolitani. Le città metropolitane, potranno d’altro canto prosperare solo in una Europa dinamica e rinnovata. Lo sguardo di un movimento civico deve dunque allargarsi a comprendere l’orizzonte europeo.

Se vogliamo che il lavoro di cinquanta anni di storia europea sopravviva, è necessario che le istituzioni comunitarie cambino. Il tempo e la congiuntura, da soli, non convinceranno i mercati che le strutture dell'Unione non hanno bisogno di essere riformate in senso federale. Tanto meno è utile la minaccia di un’uscita unilaterale dall’euro da parte di uno o più paesi in difficoltà. Un’uscita difficilmente realizzabile e dai costi altissimi per chi dovesse scegliere di andare in questa direzione. D’altra parte, è ormai evidente come proseguire con politiche di austerità simultanee in tutti i paesi dell’Eurozona non fa che aggravare la crisi e ridurre la fiducia dei cittadini nell’Unione, senza peraltro contribuire ai desiderati miglioramenti della finanza pubblica.

È invece urgente convincere i paesi del “Nord” (con minori problemi di debito pubblico) che devono da subito mettere in atto politiche fiscali più espansive, facendo così crescere la domanda aggregata nell’intera area euro e quindi diminuire il tasso di disoccupazione. A tale scopo, un attento coordinamento delle politiche fiscali tra i governi nazionali è assolutamente necessario.

È necessario che l’Europa si trasformi dal luogo delle elites al luogo dei cittadini. Bisogna cominciare a disegnare la Federazione Europea come l'avevano pensata i “padri fondatori”. 

Contemporaneamente all’avvio del coordinamento delle politiche fiscali è perciò indispensabile cominciare a riscrivere i trattati, accrescendo i poteri del Parlamento Europeo. Per superare l’anacronistica Europa delle Patrie, bisogna ridurre i poteri del Consiglio Europeo (dove si concentra il potere dei governi nazionali) e aumentare quelli della Commissione, a condizione che questa non venga “nominata” dalla contrattazione tra i governi nazionali ma si formi con la fiducia del Parlamento Europeo, su incarico conferito da un Presidente Europeo da eleggere direttamente a suffragio universale federale.

Fin da subito l’Unione Europea può provare di essere un’entità viva e utile per i territori e i cittadini’’, cominciando a:

1) Mettere ordine nel settore finanziario attraverso:

  • lotta ai paradisi fiscali; 
  • creazione di una agenzia di rating europea che si affianchi alle tre grandi americane oggi dominanti; 
  • divieto del proprietary trading (l’acquisto di titoli delle banche per conto delle banche stesse e non per i clienti); 
  • separazione delle banche commerciali (degne di speciale tutele)  da quelle di investimento che devono usare capitali di rischio e non quelli dei depositanti; 

2) Individuare nei sussidi di disoccupazione il nucleo di un bilancio federale europeo, da finanziarsi con un’imposizione europea (sostitutiva di una parte di quella nazionale). Un bilancio federale è, tra l’altro, condizione essenziale perché l’Unione Bancaria sia dotata di un credibile e potente meccanismo di risoluzione delle crisi.

3) Dare alla BCE un mandato di politica monetaria pieno, sulla falsariga di quello che ha la FED negli Stati Uniti, compreso il ruolo di prestatore di ultima istanza alla nascente Federazione Europea. 

4) Rivedere gli indirizzi relativi alle risorse trasferite dal bilancio europeo - a partire dalla PAC (che, in prospettiva, dovrebbe essere depurata dal carico di sussidi distorsivi che ancora oggi porta con sé) - per ampliare il supporto alle attività innovative e competitive indispensabili per un futuro competitivo dell’Europa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Solidarietà
La musica in aiuto della ricerca, a tempo di rock
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MILANO - L'Associazione non-profit Slanciamoci (www.slanciamoci.it) è entrata a far parte di Fondazione Serena Onlus, ente gestore del Centro Clinico Nemo, in qualità di socio partecipante. La collaborazione tra il Nemo e Slanciamoci è cominciata nel 2010 con una serata all’Atlantique di Milano per continuare con l’annuale Festa Rock all’Alcatraz, sempre a Milano.

Il presidente di Fondazione Serena Onlus, Alberto Fontana, è «particolarmente contento di questa alleanza, perché Nanni Anselmi, presidente di Slanciamoci, e tutta l’Associazione rappresentano al meglio lo spirito del Nemo, in quanto antepongono l’interesse della collettività e delle persone affette da patologie neuromuscolari al proprio».

L’Associazione, infatti, intende aiutare e sostenere, attraverso la musica e la cultura rock, i centri scientifici di eccellenza nazionali e internazionali che si occupano di ricerca e cura delle malattie neuromuscolari, in particolare della Sclerosi Laterale Amiotrofica. L'interazione tra il Centro Clinico Nemo e Slanciamoci nel corso di questi anni ha consentito la conduzione di progettualità mirate a comprendere uno degli aspetti più dibattuti sulla SLA, quali la comprensione del ruolo dei fattori genetici nello scatenare o modificare la patologia, in particolare attraverso la collaborazione con la S.S. di Genetica Medica dell'AO Niguarda Ca’ Granda.

«Fin dal primo momento in cui sono stato preso in cura dal Nemo ho condiviso un’empatia con le persone che vi lavorano, a tutti i livelli, e che mi hanno sempre trasmesso un’energia positiva», così Nanni Anselmi spiega il motivo per cui Slanciamoci associazione non-profit, di cui è il presidente, è entrata a far parte di Fondazione Serena Onlus in qualità di socio partecipante. «Credo, infatti, che il successo del progetto Nemo stia proprio nella umanità delle persone che lo hanno fatto nascere e che lo fanno vivere tutti i giorni. Un luogo dove mi sento compreso in tutte le specificità, a volte dolorose, che si devono sopportare per una patologia come la mia, la SLA. Un modo laico di interpretare la cura solidale. Un’esplosione di energia trasversale che unisce i giovani, i loro genitori e persino i loro nonni! Un contagio di passione. Una sfida ai nostri limiti e ai nostri mostri».

Nanni Anselmi di anno in anno ha saputo coinvolgere un numero crescente di amici in serate danzanti, fino alle 3.000 persone dell’ultima Festa Rock nel marzo 2014, durante la quale sono stati raccolti 45.000 euro. Un esempio di come tutti insieme - soci, amici, operatori sanitari e sostenitori – si possa coltivare la passione per la musica con entusiasmo, in modo solidale, originale e vincente, in una parola: ROCK!

nella foto: Nanni Anselmi

Elezioni Consiglio della Città Metropolitana di Milano
Elisabetta Strada, spiega i criteri di scelta delle candidature del Civismo
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MILANO - Il civismo politico guarda con grande attenzione e fiducia all’appuntamento del prossimo 28 settembre, quando verrà eletto il primo Consiglio della Città Metropolitana di Milano.

Partendo dalla bellissima esperienza di Milano, che vede la grande squadra del centro sinistra unita a sostegno del nostro Sindaco Giuliano Pisapia, lunedì 8 settembre, la coalizione del centrosinistra (composta da PD, Movimento Civico, Sel e Rifondazione Comunista) ha presentato la lista unitaria con i candidati alle elezioni della Città Metropolitana che si terranno il 28 settembre.

Abbiamo lavorato alla formazione della lista perché il nostro contributo portasse un valore aggiunto alla coalizione. Non é stato semplice, la rete civica metropolitana non é ancora consolidata e l'organizzazione non così strutturata come in un partito. Questo percorso, cominciato con il sostegno alle candidature delle amministrative del 2013, ci ha portato a conoscere e incontrare anche altre liste civiche e a recepire esigenze, bisogni, desideri, anche paure, nella costruzione del nuovo scenario metropolitano.

Siamo partiti con la suddivisione dell’area metropolitana in 4 aree omogenee. All’interno di queste si è cominciato con l’ascoltare proposte di persone che si sono candidate perché il territorio glielo chiedeva. Non solo. Consapevoli della vastità dell'area che rappresentano (sono quattro i nostri candidati) questi cittadini attivi hanno costituito comitati, avvalendosi di altri rappresentanti del territorio che li supporteranno nella loro attività di consiglieri. Quello della cittadinanza attiva è un valore in cui crediamo e arriviamo a questa cruciale scadenza di legge consapevoli del ruolo innovativo e sempre più decisivo che rappresentiamo nell’ambito dell’offerta politica del centrosinistra. Vogliamo essere il ponte tra i partiti tradizionali e i cittadini indipendenti che desiderano partecipare attivamente alla vita pubblica della comunità in cui vivono.

Nel dibattito politico, sul futuro della Città Metropolitana, il leit motiv costante tra le liste è l'esigenza di fugare ogni pericolo di "milanocentrismo". Per questo abbiamo deciso di fare una scelta coraggiosa. Milano sarà già molto ben rappresentata dai partiti della coalizione. Il Movimento Civico ha deciso quindi di sostenere i candidati della provincia, con una visione politica centrifuga, rispetto a Milano non candidando il consigliere comunale di Milano per favorire i comuni più piccoli. Il voto "pesante" di Milano (il voto della Città Metropolitana è un voto ponderato che pesa in base al numero degli abitanti del Comune di riferimento) può fare la differenza per un candidato del territorio, quindi aiuterà i nostri candidati a diventare consiglieri, non viceversa.E’ un’opportunità che vogliamo mettere sul tavolo per dare più forza al territorio rispetto a Milano.

È proprio il fortissimo legame con il territorio che ha costituito il principio guida nella scelta dei candidati per queste elezioni metropolitane, manifestandosi con una strategia precisa:

1) la decisione di sostenere quattro candidati, sindaci e consiglieri di realtà provinciali, dimostrando una visione politica centrifuga rispetto al capoluogo.

2) la scelta dei quattro candidati nata dal territorio, avendo recepito le indicazioni arrivate dalle liste civiche del nord/ovest, nord/est e sud milanese. Che sono state tradotte in candidature.

3) la creazione di reti civiche territoriali (i comitati), che ha dato inizio a un’operazione politica collegiale, condivisa e di cittadinanza attiva civica, che ha consentito di dare un forte valore aggiunto alla coalizione del centrosinistra.

La creazione di reti civiche territoriali ha dato anche inizio a un'operazione politica collegiale, condivisa e di cittadinanza attiva civica. Abbiamo la presunzione di pensare di aver fornito un forte valore aggiunto alla coalizione del centrosinistra. Non é che l'inizio: ci auguriamo di avere quattro consiglieri metropolitani civici. Ma un risultato lo abbiamo già ottenuto: la grande partita di squadra che stiamo giocando, con un numero sempre maggiore di adesioni ai comitati e di lavoro congiunto con l’unico obiettivo del bene comune.
Creare la nuova Città Metropolitana insieme agli eletti del centro sinistra sarà un’opportunità fantastica atta a creare una nuova città per tutti. Una città che offrirà a tutti i cittadini + Opportunità, + Territorio, + Semplicità e +Servizi.
Partendo dalle esigenze del territorio sarà un’occasione per fare scelte e strategie che dovranno ricadere su un miglioramento effettivo della vita quotidiana dei cittadini. Altrimenti sarà un'occasione persa.

La Città Metropolitana ci permetterà di avere ad esempio +servizi. Si potrà pensare a come sviluppare un nuovo livello di cittadinanza/residenzialità metropolitana. Che vada ad aggiungersi a quella comunale. Una formula che permetta ai singoli cittadini residenti di un Comune di poter usufruire dei servizi di un altro Comune alle medesime tariffe di quest’ultimo e senza essere considerati non residenti, ma residenti della Città Metropolitana. Un caso molto frequente e specifico: un residente di Arese che lavora a Milano che per motivi lavorativi desidera iscrivere il proprio figlio ad un nido in Milano oggi può farlo ma deve sostenere la tariffa da non residente.

Si dovranno sviluppare tre livelli di residenza, come avviene ad esempio per i cittadini Italiani verso quelli della Comunità Europea o verso quelli non Comunità Europea.

1) residente del Comune di provenienza

2) residenza/cittadino della Città Metropolitana

3) non residente.

I candidati che il territorio ha scelto sono :
· area nord ovest : Michela Palestra Sindaco di Arese.
· area nord est : Roberto Maviglia - Sindaco di Cassano d'Adda e Ilaria Scaccabarozzi - Consigliera Comunale di Gorgonzola
· area sud: Roberto Masiero - Consigliere Comunale di Corsico.

Partendo dall’esperienza di Milano che vede le forze di centro sinistra unite, arriviamo a questa cruciale scadenza di legge consapevoli del ruolo innovativo e sempre più decisivo che rappresentiamo nell’ambito dell’offerta politica del centrosinistra, quale ponte tra i partiti tradizionali e i cittadini indipendenti che vogliono partecipare attivamente alla vita pubblica della comunità in cui vivono.

di Elisabetta Strada Presidente del Gruppo Consiliare di Milano Civica

Tutto si riduce a un nome altisonante dato al territorio della provincia preesistente
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MILANO - Sulla carta la Città Metropolitana doveva essere una delle riforme caratterizzanti un nuovo sistema di governare i territori, cioè un superamento effettivo delle Province, ma anche del neo-centralismo regionale. Per le Città Metropolitane, parafrasando il detto celebre dei repubblicani francesi “ Quanto era bella la Repubblica sotto la Monarchia!, si potrà dire quanto fossero meravigliose quando erano soltanto immaginate. Del resto i riformatori istituzionali italiani dovrebbero averci fatto il callo: basta pensare cosa si diceva e scriveva alla vigilia della riforma regionale del 1970. Ora le Regioni sono ricordate principalmente per le inchieste sugli abusi dei consiglieri regionali per farsi rimborsare di tutto e di più o per non essere capaci di utilizzare i finanziamenti europei.
La città metropolitana era prevista dalla legge 142/1990, come organo di governo dell’area metropolitana dall’art. 17 della richiamata legge :”. Aree metropolitane. - 1. Sono considerate aree metropolitane le zone comprendenti i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli e gli altri comuni i cui insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali. “. Tali aree andavano individuate dalle Regioni sentiti i Comuni interessati. Era chiaro che si trattava di un superamento dei territori provinciali, che richiedeva un processo difficile e complesso. Ora le Città Metropolitane sono un’altra ben povera cosa, cioè un nome altisonante dato al territorio della provincia preesistente. Anche se in concreto l’estensione di un’area metropolitana poteva non trovare unanimità tra sociologi urbani, pianificatori territoriali ed economisti, quel che è sicuro che l’area metropolitana milanese non può limitarsi al territorio della Provincia di Milano, per di più amputato, successivamente al 1990, dei territori lodigiani (1992) e brianzoli (2004).
L’istituzione della Città Metropolitana, sull’esempio per esempio della Francia, richiede non solo il trasferimento di compiti e funzioni dei comuni, per essere esercitati al livello sovracomunale, ma anche delle Regioni. In paesi, con sistemi costituzionali simili al nostro, gli enti intermedi tra Comune, da un lato, e Regione, Comunità autonoma o Land dall’altro, sono di norma retti organi rappresentativi eletti dalla generalità dei cittadini: n una scelta imposta o dalle proprie costituzioni o leggi organiche ovvero dalla ratifica della Carta Europea dell’Autonomia Locale, convenzione firmata a Strasburgo il 15 ottobre 1985 , nell’ambito del Consiglio d’Europa, che prevede all’art. 3 l’elezione diretta degli organi delle autonomie locali, che rientrano nell’ambito di applicazione della convenzione. La CEAL è entrata in vigore il 23 settembre 1987 è stata ratificata dall’Italia con L. 30 dicembre 1989, n. 439, senza riserve ed l?italia è stata uno dei pochi Stati, che l’ha recepita nella sua integralità. Ebbene con le modifiche costituzionali del 2001 gli obblighi internazionali sono vincolanti per il legislatore statale e ragionale ai sensi dell’art. 117, c. 12 Cost.: la legge 56/2014 se ne è dimenticata prevedendo come per le Province un’elezione di secondo grado.
L’esigenza era di fare in fretta dopo che la Corte costituzionale aveva annullato la legge sull’accorpamento delle province, che nel caso di Milano avrebbe posto un termine all’anomalia dell’esclusione dalla sua area metropolitana di Monza e Brianza. Invece di abolizione delle Provincie, rimandata all’approvazione della riforma costituzionale approvata in prima lettura dal Senato, che non le prevede più all’art. 114 Cost., si è abolita la democrazia rappresentativa nelle province, purtroppo trascinando con sé anche la Città Metropolitana. L’ispirazione originale è stata quindi doppiamente tradita sia a livello territoriale che delle istituzioni. La Città metropolitana ha un senso se supera il particolarismo municipale, quindi se è retta da un Sindaco e da un consiglio Metropolitano di diretta elezione popolare. Teoricamente, a differenza delle Province, questa scelta è ancora possibile a livello statutario, ma con un corpo elettorale composto da sindaci e consiglieri comunali reso più difficile. Inoltre per disincentivare la scelta dell’elezione diretta si o esclusi dal futuro Senato i Sindaci metropolitani eletti direttamente: i futuri senatori infatti vanno scelti esclusivamente tra i consiglieri regionali e i sindaci di comuni. La scelta dell’elezione indiretta si spiega soltanto con esigenze politiche contingenti della maggioranza di governo e delle opposizioni di destra Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia: nei consigli comunali il M5S è poco rappresentato essendo un fenomeno recente esploso con le elezioni politiche del 2013. Inoltre le leggi con premi di maggioranza sono a rischio di in costituzionalità dopo la sentenza n. 1/2014 della Consulta sul porcellum. Una legge maggioritaria al massimo consente di sapere chi governerà la sera delle elezioni, con quelle di secondo grado, invece, si può sapere che vincerà già la sera prima delle elezioni. Nelle elezioni di secondo grado l’uguaglianza e la segretezza del voto ex art. 48 Cost., non sono garantiti, come non è garantito il riequilibrio della rappresentanza di genere previsto dall’art. 51 Cost.. Tutto bene anche se non mi è facile comprendere il ruolo dei sindaci o la mancanza di presenza nel dibattito pubblico dei Sindaci di grandi città capoluogo di future Città Metropolitane come Milano, Genova o Napoli, che pure avevano incarnato uno spirito di rinnovamento: Renzi se fosse rimasto soltanto sindaco di Firenze lo avremmo sentito

di Felice Besostri

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25/03/2015 23:30 - SALUTE. FARMACIE COMUNALI APERTE PER ESAMI GRATUITI AI MILANESI
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23/03/2015 21:30 - CONSIGLIO COMUNALE. DIMEZZATO IL NUMERO DELLE BENEMERENZE CIVICHE
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