Mobilità
Una conferma del successo dell'area C "che da tempo è diventata una best practice europea e mondiale”
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MILANO – È Milano con Area C a vincere il prestigioso premio Transport Achievement Award del 2014, assegnato ogni anno dall’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.
Il premio sarà consegnato al Comune di Milano dal Vice Ministro alle Infrastrutture e Trasporti Riccardo Nencini domani a Lipsia, alla presenza di Ministri e rappresentanti dei diversi Paesi membri, durante la prima giornata del Forum mondiale dei trasporti (International Transport Forum) che l’Ocse organizza nella città tedesca, dove si confrontano i principali decision makers pubblici e privati.
L’Ocse premia Milano per i risultati concreti sulle politiche dei trasporti che sono state in grado di migliroare la qualità della vita dei propri cittadini. La giuria dell’International Transport Forum ha riconosciuto in particolare a Milano il successo di Area C e, come spiega l’Ocse nelle motivazioni del premio, il significativo risultato di “migliorare il sistema urbano dei trasporti”. In particolare, ciò che ha maggiormente colpito è stato il “coraggio politico di sostituire la precedente pollution charge, non più in grado di raggiungere gli obiettivi per i quali era nata, con una misura più efficace in grado di potenziare gli effetti positivi”.

“Questo premio rappresenta uno dei più grandi riconoscimenti nei confronti di uno dei principali provvedimenti del Comune per migliorare la qualità della vita dei cittadini“, ha dichiarato il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia. “Milano ha proposto un modello che è già diventato una best practice europea e mondiale. In poco tempo abbiamo raggiunto ottimi risultati sia per quanto riguarda la riduzione del traffico sia delle emissioni degli inquinanti. Ma c’è un altro aspetto positivo: i milanesi, i turisti e i city users utilizzano meno l’auto e sempre più il trasporto pubblico locale, che grazie ad Area C è anche più efficiente“.
La motivazione riportata dall’Ocse risiede principalmente nei risultati che Area C ha conseguito: il traffico in centro si è ridotto di circa il 30% (del 7% nel resto della città), si è verificato un calo della domanda di sosta del 10% e un aumento della produttività per quel che riguarda la consegna merci del 10%. Inoltre sono calati gli incidenti del 26% in centro, si sono ridotte le emissioni inquinanti (-10% PM10 e -35% CO2) e sono aumentate sia la velocità dei mezzi di trasporto pubblico (+6,9% autobus e +4,1% tram) sia l’utilizzo di veicoli a basse emissioni dal 9.6% del totale al 16.6%).

Il premio ad Area C, come sostiene anche l’Ocse, nasce anche dall’importante consenso popolare espresso con il referendum di gennaio 2012, quando la congestion charge ottenne quasi l’80% dei consensi. Un risultato decisamente alto, secondo quanto riportato dall’Ocse, rispetto ad altre esperienze simili: a Stoccolma i consensi si fermarono al 51%, mentre a Manchester ed Edinburgo la proposta fu bocciata. A Londra, infine, fu introdotta nel 2003 senza referendum.
Sul podio dopo Milano si è classificata, al secondo posto, l’associazione europea di aeroporti Airport Council International Europe. La medaglia di bronzo ha invece preso la strada di Londra.

Domani sarà possibile seguire la premiazione in streaming all’indirizzo http://2014.internationaltransportforum.org 

di Elisabetta Strada

Convegno
Occasioni da non perdere per Milano e la nascente città metropolitana
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MILANO - Dopo l' Europa dei popoli e l'Europa della moneta unica occorre ritrovare uno spirito ed un'anima perchè l'Unione Europea torni ad incarnare il sogno di pace e prosperità come è stato nei primi cinquanta anni della sua storia.

La civiltà europea è stata caratterizzata dalle città, che hanno preceduto la nascita della Nazione di un millennio: è proprio dalla spinta delle città, luoghi dell'innovazione e dello sviluppo, che l' Europa può ripartire. Si tratta di una consapevolezza che non è nostra, ma che tra i nostri partner è già consolidata: già dal prossimo settembre una quota consistente dei famosi " fondi europei" saranno accessibili alle città metropolitane senza l'intermediazione delle Regioni o dei Governi nazionali.

Milano e la nascente città metropolitana hanno una grande occasione.

Cominciamo a parlarne al convegno "Europa delle città" che si terrà mercoledì 21 Maggio, ore 18.00, presso il palazzo delle Stelline in C.so Magenta 61, Milano.

Nel corso della manifestazione interverrà il Sindaco Giuliano Pisapia.

di Franco D'Alfonso

Cultura e istituzioni
Un invito al sindaco Pisapia a "fare chiarezza" sulle problematiche del nostro "tempio della lirica"
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MILANO - La stampa locale, nazionale e internazionale registra in questi giorni il “caso Pereira”, stigmatizzando l’operato del futuro sovrintendente del Teatro alla Scala, che vende e acquista da se stesso i diritti di allestimento di sette opere: licenziato con tre anni di anticipo dal Festival di Salisburgo, Pereira cerca di salvarne i conti in rosso acquistando come Scala, senza essere legittimato a prendere impegni e firmare contratti prima della sua nomina a sovrintendente, cioè prima del 30 settembre, alla scadenza del mandato di Stéphane Lissner.

Che gli spettacoli proposti da Pereira al CdA e ai Sindacati – e subito divulgati dalla stampa –fossero quelli di Salisburgo non è sfuggito neppure all’appassionato più distratto, invece il Sindaco dice di averlo “appreso dalla stampa”. La musica non è il suo mestiere e forse gli va stretto il ruolo di Presidente della Fondazione Teatro alla Scala che gli è imposto per legge. Però, Pisapia ha una solidissima esperienza come avvocato e all’ultimo CdA avrebbe potuto comportarsi come tale e decidere di chiudere subito il rapporto di consulenza con Pereira, senza aspettare di “vedere le carte”, anzi recandosi a quello stesso CdA conoscendole già. Possibile che nessuno abbia informato il Sindaco in anticipo? Possibile che con la sua esperienza non abbia avvertito qualche puzza di bruciato? Insomma, in questa vicenda il Sindaco non ha dimostrato verso la Scala un’attenzione adeguata: poteva ammettere subito che la scelta di Pereira come futuro sovrintendente è stata improvvida ed evitare il putiferio scatenatosi nei giorni successivi; oppure poteva confermare subito la propria fiducia nel sovrintendente designato e chiudere la questione sul nascere. Pisapia ha scelto di prendere tempo, di aspettare le reazioni del Ministero e l’evoluzione degli equilibri politici intorno alla vicenda: speriamo sia una tattica vincente, in mancanza di un’autentica strategia.

Ora si invocano l’incombenza di Expo e l’urgenza di definire una programmazione all’altezza della fama di cui gode (godeva?) il Teatro e che soddisfi le aspettative del pubblico internazionale del 2015 come scorciatoia per eludere il problema più urgente, quello dell’identità del Teatro che si concretizza nella sua programmazione.

La Scala funziona grazie a una macchina organizzativa ben collaudata da tutti i punti di vista ed è in grado di proporre ottimi spettacoli anche in situazioni di urgenza: le masse artistiche – orchestra, coro, maestranze di palcoscenico – sono capaci di prestazioni d’eccezione in particolare con direttori di alto livello (come dimostra l’opera attualmente in scena, Les Troyens, diretta da Antonio Pappano); i Laboratori Ansaldo sono in grado di realizzare scenografie e costumi in tempi contenuti; la direzione artistica gode di un buon numero di collaboratori affidabili per la scelta dei cast. Dunque, l’urgenza di programmare per Expo è uno specchietto per le allodole rispetto alla questione Pereira: la Scala è in grado di muoversi con le proprie forze, senza importare spettacoli già visti nella vicina Salisburgo (se del caso, piacerebbe fossero confermate le due opere più recenti: Die Soldaten di Zimmermann, un capolavoro del Novecento mai allestito a Milano, e Finale di partita, il primo e nuovo impegno teatrale dell’anziano e ottimo György Kurtág).

Sono tanti i problemi aperti per il Presidente del Teatro alla Scala, in primis la questione dell’autonomia con una sorta di “statuto speciale”, diverso da quello di ogni altra Fondazione, rivendicato per la storia e l’importanza internazionale del nostro “tempio della lirica”. Però, alle considerazioni di “buon governo” devono accompagnarsi riflessioni artistiche. La Scala è in primo luogo il teatro di Milano, dunque dell’opera italiana della quale dovrebbe fornire allestimenti indiscutibili e indimenticabili: da questo punto di vista le ultime stagioni sono state carenti e in particolare le produzioni di opere di Verdi nell’anno del bicentenario sono state troppo modeste. Anche per questo motivo, sarebbe benvenuta la presenza di un sovrintendente italiano, affiancato da un direttore artistico italiano: due personalità che siano libere dai condizionamenti dei circuiti delle agenzie internazionali.

Propongo qui di seguito un documento redatto e condiviso con professionisti del settore e personalità della scena culturale milanese, inviato al Sindaco poco dopo l’annuncio delle dimissioni di Lissner nell’ottobre 2013, e tuttora valido.


«Egregio signor Sindaco,
l’annunciato cambio della guardia alla Scala dovrebbe offrire alla città l’occasione per una riflessione sulle prospettive di quello che continua a essere il più importante simbolo culturale di Milano.
Sin dalla difficile crisi del 2005 – innescata da scelte dei soci non condivise (per sua successiva ammissione) dal Sindaco di allora – resta aperta la questione del legame tra il Teatro e la città, mediato dal ruolo e dalle funzioni, statutarie e di moral suasion, attribuiti al Sindaco pro tempore. Da questo punto di vista, si può osservare come tale legame si sia di fatto molto attenuato, tradendo lo spirito della riforma in Fondazione, che non ha mai prefigurato una netta abdicazione del potere pubblico, e tanto meno dell’amministrazione civica, garante, tra l’altro, di un rilevante finanziamento riconosciuto con l’attribuzione per legge del ruolo di Presidente al Sindaco, il quale, dunque, deve riassumere la capacità di guida e di indirizzo del Teatro nei confronti della cittadinanza.
Senza mettere, ovviamente, in discussione l’apertura al contributo dei privati, che in fondo ha funzionato effettivamente solo a Milano, e senza rivendicare alcuna prevalenza dei soggetti pubblici, è doveroso che la città svolga il ruolo che le spetta, non solo per la veste di Socio Fondatore ma, soprattutto, per l’importanza che la Scala assume per la proiezione internazionale della città e la sua capacità attrattiva, per il rafforzamento dello spirito civico e per la definizione di nuove politiche culturali, coerenti con le esigenze di profondo rinnovamento imposte dalla crisi economica.
Assume perciò valore prioritario, nella fase di individuazione del nuovo Sovrintendente, la definizione della vocazione che la Scala si attribuisce, riconducibile all’esigenza di garantire qualità e identità, tanto più alla luce del ruolo che il Teatro potrà svolgere nei mesi dell’Expo. Il Teatro deve riaffermare la propria eccellenza attraverso la riacquisizione di un’immagine, oggi appannata, intorno a figure artistiche stabili e qualificate, auspicabilmente espressione del patrimonio di eccellenza nazionale e milanese, insieme con una programmazione artistica che rilanci l’opera e la musica italiane, che il mondo identifica con questo Teatro.
Sarebbe quindi opportuno, in questa fase di riflessione e per le successive decisioni, che l’Amministrazione si dotasse di strumenti decisionali adeguati, quali dettagliate ricerche sulle performances dei principali competitor a livello internazionale, per verificare i margini di miglioramento possibili sul fronte della gestione economico-finanziaria e per avviare in piena consapevolezza il conseguente, ineludibile confronto sindacale.
Da questo punto di vista, la dra

mmatica situazione economica, che sta imponend

sacrifici durissimi e di lunga durata a tutti i cittadini, rende non procrastinabile una riflessione sulle funzioni sociali che questo grande soggetto culturale, abbondantemente finanziato con risorse pubbliche, deve svolgere, con l’obiettivo di aumentare la domanda, diversificare la composizione sociale degli spettatori e coinvolgere con continuità i giovani.
Infine, è importante sensibilizzare in tale dibattito tutta la città, le istituzioni milanesi dello spettacolo dal vivo e, in particolare, il sistema delle imprese, che dovrebbero essere richiamate non tanto a una generica generosità nei confronti della Scala, ma alla definizione di una politica precisa di rilancio dell’immagine complessiva di Milano e della sua attrattività che passi, o addirittura parta, dalla nuova proiezione internazionale del marchio Scala che il mondo dovrà associare all’eccellenza artistica e gestionale e a una precisa e caratterizzante identità culturale italiana.

Sulla base di queste premesse si chiede al Sindaco, quale Presidente della Fondazione, di fare chiarezza riguardo a:
- mission del Teatro, come istituzione di “pubblico servizio” e secondo la sua vocazione di “tempio dell’opera italiana”;
- aumento del numero di recite alla luce delle possibilità offerte dal nuovo palcoscenico;
- maggiore accessibilità, per favorire la presenza e la formazione culturale di un pubblico ampio e socialmente diversificato;
- trasparenza nelle modalità e nei criteri di selezione del nuovo Sovrintendente, al quale si devono affiancare un Direttore artistico e un Direttore musicale con impegno teatrale esclusivo in Scala;
- severa spending review sulle politiche retributive di alto livello con l’obiettivo di garantire sostenibilità e pareggio di bilancio;
- valorizzazione dei Laboratori Ansaldo;
- Scala ed Expo: sviluppare le capacità progettuali e gestionali del Teatro con una “regia” che abbia i suoi tempi di programmazione e coinvolga tutte le istituzioni.
È quindi auspicabile che il Sindaco assuma le decisioni conseguenti in tempi contenuti, al fine di evitare il protrarsi di una situazione di precarietà con il pericolo di generare conflitti di interessi.»

I “conflitti di interessi” ai quali si faceva riferimento in questo documento riguardavano la Scala e l’Opéra di Parigi, ora riguardano Salisburgo, dunque… siamo ancora allo stesso punto oppure siamo passati dalla padella nella brace?

di Anna Maria Morazzoni  (Musicologa, ha insegnato nei Conservatori e attualmente è docente all’Università di Milano-Bicocca. Membro del comitato direttivo di Movimento Milano Civica).




 

Proposte civiche per far ripartire Milano
Verso la prima Conferenza Generale del Civismo Metropolitano e Regionale.
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Milano - ''You’ll never walk alone!'' : il famoso (per chi segue il calcio) coro dei tifosi del Liverpool accompagna da sempre le partite della squadra. In casa, in trasferta, all'estero, migliaia di voci a incitare e sostenere i 'reds'' dal primo all'ultimo minuto, quando stanno vincendo, ma soprattutto nei momenti in cui sono in difficoltà, in cui soffrono non riuscendo a uscire dall'area di rigore.
 

Viene quindi spontaneo, dal cuore fare sentire - ora più che mai - alla squadra ''rosso-arancione'' di Palazzo Marino, il sostegno forte e chiaro di chi come noi forse proprio tifoso non lo è mai stato, ma dichiarato e appassionato attivista civico - mettendoci faccia, energie, lavoro - sicuramente si!
 

''Ma ....noi...chi? Chi siete? Di chi stai parlando?''domanda incredulo e sornione l'amico che mi sta davanti e prosegue '' vedi ancora facce allegre, motivate e piene di speranza di cambiamento in giro? Io no! Smarrimento e Sogni infranti tra gli elettori, Solitudine e Sbandate continue in Giunta.....parenti molto prossimi di Sconfitta in arrivo!!'' .
 

''Sei tu che sbagli '' replico convinto ad alta voce '' il lavoro fin qui fatto è stato enorme, in mezzo alla crisi più dura del dopoguerra e con il Governo che taglia risorse economiche agli enti locali per centinaia di milioni di euro.
PGT, area C, derivati, parcheggi e Pisapia con l'indice di gradimento sempre alto..... Proprio in questi giorni stiamo lavorando alla seconda edizione di un opuscolo che racconta le attività e i progetti realizzati dalla Giunta nel suo secondo anno di lavoro......più di 20 pagine!'' concludo soddisfatto.
 

''Bene! buona iniziativa, ma la città dovrebbe essere coinvolta, non solamente informata ex post, nelle decisioni, almeno in quelle più rilevanti. Per davvero però! Il Sindaco ritrovi il tempo per il dialogo continuo e diretto con i cittadini. Affronti con noi le questioni più spinose e ci faccia partecipi delle difficoltà che incontra. La partecipazione è il comandamento civico per eccellenza oppure un effimero slogan elettorale?? Il Sindaco dimostri di essere il responsabile di una Comunità e non il comandante di un fortino assediato!''
 

L'amico ora è un fiume in piena. Provo a interromperlo ''… ma… i partiti.... la coalizione....le maggioranze....la realpolitik....''.
 

'' Finiti per sempre. Guarda i dati dei votanti delle ultime comunali: i numeri parlano chiaro, così come l'indicazione politica : vincono i candidati sostenutiapparentati con le Liste Civiche.
 

Anche Maroni lo ha capito e in tutta fretta ha dato vita a una lista civetta risultata decisiva (con l'election day) per la sua sofferta vittoria in Regione a febbraio''.
 

Fin qui il breve dialogo immaginario tra i due ''sè'' presenti oggi - molto probabilmente - dentro ogni milanese festante in Piazza Duomo appena due anni fa.
 

Ma la partita è ancora apertissima....siamo soltanto alla fine del primo tempo, in cui - dopo un inizio promettente - la squadra è andata progressivamente smarrendosi tra poco comprensibili sostituzioni di giocatori (i rimpasti) e clamorosi autogol mediatici (i gelati).
 

Uscendo anche dalla metafora calcistica - lontani dall'universo dei critici di professione e nulla pretendendo di insegnare - intendiamo unicamente di nuovo porre in evidenza alcuni elementi di riflessione politica, frutto dell'esperienza di tre recenti campagne elettorali vissute - con ruoli differenti- sempre in prima linea:
 

 

  1. il progetto vincente del 2011 prefigurava una visione complessiva di Milano proiettata nel futuro, dinamica, attrattiva, multietnica, inclusiva, attenta a non lasciare indietro nessuno. Se ne sono - purtroppo - perse le tracce, travolti dalle urgenze - pur importantissime e a volte terribili - dell’amministrare quotidiano
     
  2. ritorni il coraggio  di ''pensare in grande''. Per il ruolo di Milano in Italia e nel mondo, ma anche per i tantissimi cittadini che si sono messi in gioco, molti per la prima volta, in nome di una credibile promessa politica di cambiamento a portata di mano
     
  3. la città venga coinvolta sul serio sulle questioni strategiche, di lungo periodo. Ad esempio su EXPO 2015 e Città Metropolitana 2014, il reale livello di informazione/conoscenza è ancora vicino allo zero
     
  4. vengano ricercate e poste in essere modalità concrete di dialogopermanente/coordinamento tra i vari attori del civismo (Assessori indipendenti, Consiglieri Comunali, Movimenti e Comitati).Verrà così rafforzato il sostegno politico al Sindaco ed evidenziato il ruolo di “facilitatore laico” della componente civica nella comunicazione verso i cittadini
     
  5. più in generale, venga data forza organizzativa e maggiore visibilità politica al civismo metropolitano e regionale. Lo si faccia crescere, investendo sulla costruzione di ''un pensiero forte e unificante'' e di reti territoriali di competenze diffuse, connesse e collegate. Il tempo del dialogo alla pari con i partiti è arrivato. I voti sempre più verranno ‘’pesati’’ e non soltanto contati per misurare rapporti di forza e stabilire alleanze durature nel tempo
     
  6. La formula del Patto Civico venga non solo mantenuta ma rafforzata

 

Per tutte queste ragioni, proponiamo a tutte le sopramenzionate espressioni  del civismo lombardo di condividere l’organizzazione della Prima Conferenza Generale del Civismo Metropolitano e Regionale.
 

Noi del Movimento Milano Civica ci saremo.
 

di Nanni Anselmi presidente MMC

MILANO - Che la revoca delle deleghe all’assessore alla cultura del Comune di Milano non sia un fatto eccezionale molti l’hanno detto ma che fosse parte di un sostanzioso rimescolamento in Giunta è una novità così com’è una novità che un gruppo di cittadini, per la maggior parte intellettuali,prendano posizione in maniera formale contro questa revoca. Forse il sindaco allargando l’operazione, ha cercato di mescolare un po’ le carte nella speranza che questa revoca facesse meno rumore di quanto ne ha fatto ma, mese più mese meno, tutti se lo aspettavano.

Eppure questa revoca è diventata l’occasione perché si manifestassero con maggior evidenza una serie di disagi nella maggioranza di Palazzo Marino, anch’essi in parte noti ma non nel loro insieme.
Troppi nodi e tutti al pettine. Da un lato il coro greco continua la sua litania sull’inadeguatezza del Pd che per alcuni, in maniera molto trasversale, fa dire che il Pd con la sua inerzia, la stanchezza dei suoi quadri, la sua incapacità di fare proposte sia il vero ostacolo a una rigenerazione della politica italiana.
Sarà anche vero ma siccome non lo si può accompagnare al cimitero e comunque se anche ci andasse, sarebbe dopo una lunghissima agonia – sua e nostra-, tanto vale che ci si dia da fare dall’interno e dall’esterno a promuoverne una rigenerazione.Il popolo della sinistra lo deve incalzare.

Ma questo è il connotato nazionale del Pd, quello locale sembra essere il punto più basso della sua capacità di rappresentanza. Restringendo dunque lo sguardo al nostro Comune, la cosa più sbagliata sarebbe di accodarsi all’opinione espressa da Sergio Romano sul Corriere che parla di una sorta di sindrome balcanica del tutto contro tutti. A Milano non è così. A Milano invece tutti nella maggioranza vogliono qualcosa dagli altri.
I consiglieri eletti nella lista del Pd vorrebbero essere interpellati e non scavalcati dal sindaco che tratta direttamente con i segretari della federazione ma anche lamentano che la federazione non senta le loro opinioni;la consigliera Anita Sonego di Sinistra per Pisapia sventola il programma elettorale del sindaco in nome della partecipazione, tutta la maggioranza vuole essere interpellata e non trovarsi solo a votare le delibere proposte dalla Giunta. Insomma il “vogliamo contare di più” è il vento che agita le acque.
Il sindaco in Consiglio comunale, dopo aver ringraziato Boeri per il lavoro svolto, ringraziamenti ripetuti anche dagli altri consiglieri della maggioranza intervenuti nel dibattito – tanto da far polemicamente dire all’opposizione “ma allora perché lo mandate via” – ha dichiarato che questa nuova squadra, più coesa, più concorde e ben equilibrata avrebbe dato maggior impulso all’attività amministrativa.
Non dubitiamo delle buone intenzioni ma da tempo andiamo chiedendo che Giunta e sindaco presentino alla città un bilancio intermedio del loro mandato e che indichino quali siano concretamente gli obiettivi che ritengono perseguibili da qui a fine mandato in questi tempi di crisi ma che spieghino anche ai cittadini cosa intendano fare rispetto a una macchina burocratica che non sembra assolutamente aver avvertito il cambiamento dei tempi.

Si continua a parlare di costi della politica ma mai dei costi della burocrazia, si continua a parlare della “casta” dei politici: quando, sindacati permettendo, potremo parlare della “casta” della burocrazia? Come direbbe Bersani, la burocrazia è una pelle di leopardo con le sue belle macchie nere, vogliamo smacchiarla prima che la sua inefficienza sia il lenzuolo funebre della politica? Costo zero.

di Luca Beltrami Gadola

Elezioni Regione Lombardia
Il momento è giunto: adesso si cambia
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BERGAMO (Lombardia) - Fuori nevica: con poca convinzione, ma nevica. Il Centro Congressi Giovanni XXIII è nascosto in un vecchio palazzo e, da fuori, è difficile credere che si chiuda qui la campagna elettorale. L’unico segnale è, sulla destra dell’ingresso, una foto di Ambrosoli con la scritta: “Ci siamo” . E nella sala, come soldatini rossi, i cartelli “Ci siamo” poggiano sui braccioli delle poltrone col duplice rimando: noi siamo qui, tutti, questa sera; ma ancora: è giunto il momento, adesso si cambia!
Il Centro Congressi si riempie dei soliti cicalecci, di saluti gridati, di sorrisi. Che aria tira? Di quieta sicurezza, direi; come tutto fosse già compiuto. Intanto, sullo schermo scorrono immagini di uomini (poche donne) che riprendono e spiegano, ognuno a suo modo, lo slogan “Forte perché libero”.
Gli Ottavo Richter aprono la serata con i loro imperiosi ottoni, mentre i cartelli “Ci siamo” si alzano tutti insieme; Alessandra Faiella e Davide Paniate introducono gli ospiti con ritmo veloce e battute pungenti.
Il primo a prendere la parola è il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, bergamasco di famiglia: fa riferimento alle simiglianze con Ambrosoli. Entrambi provengono dalla società civile e dalle professioni. Porterà fortuna? Lo spera. E spera anche che il rinnovamento davvero parta dalla Lombardia.
Poi sale sul palco Giuliano Pisapia, in un tifo da stadio. “Siamo liberi di cambiare; siamo liberi di sognare; sognare di vincere. E vinceremo”. E ancora: “Felicità è essere al posto giusto, con le persone giuste, nel momento giusto: questo sta accadendo adesso”. Ma ricorda che non è finita: è necessario parlare con tutti, per convincere anche l’ultimo indeciso, ricordando le false promesse di chi niente ha saputo mantenere. La politica che segnerà la prossima storia della Lombardia, continua Pisapia, sarà contro il malaffare; sarà trasparente e segnata dalla passione. A Milano è stata vinta una tappa a cronometro; altre a Como e a Monza: adesso bisogna vincere il Giro di Lombardia; se accadrà, avremo vinto il giro d’Italia. Così con Bersani non ci vergogneremo più di essere Italiani; e con Ambrosoli saremo fieri di essere Lombardi, perché egli sarà il presidente di tutti i cittadini onesti che lavorano in questa terra.
Poi è il turno dei rappresentanti della coalizione: 6 uomini e una donna (De Lucia, Di Stefano, Sora, Marcella Messina, Bruni, Martina, Bettoni); anche loro declinano il proprio “Forte perché libero/a”.
In maglioncino celeste e jeans, fra evviva ed applausi, arriva Ambrosoli. Parla con pacatezza e passione insieme: è cresciuto rapidamente ed ha acquisito forza; e il pubblico lo avverte.
Deve essere una Regione che aiuti, esordisce; una Regione che consenta a chi ne ha la responsabilità di governare al meglio. Ed elenca alcune delle realtà complesse incontrate in campagna elettorale: l’ospedale di Sondalo, ad esempio, che è a rischio; a Colico ci sono imprenditori che costruiscono le più ricercate valvole per pozzi petroliferi e che chiedono solo di lavorare come, a Lomazzo, i giovani ricercatori sul grafene. E poi il mondo agricolo e la sua solidità alla Cassinazza (Pavia); o, a Mantova, la filiera agro-alimentare del grana e del parmigiano. E, per ultima, cita la giovane donna diventata sindaco di un piccolo paese 7 giorni prima del terremoto, e che è ripartita dalla ricostruzione della scuola materna. Formigoni passò una sola volta per una foto e li lasciò con fondi pressoché inesistenti.
La gestione che abbiamo avuto nella regione Lombardia è stata inefficiente, continua Ambrosoli: ora propongono cose che avrebbero potuto fare prima, avendone avuto il potere ma guai a chiederne conto… si ritengono offesi, come è accaduto con Maroni.
Il correttivo all’insipienza e sedersi insieme al tavolo: imprese, agenzia delle entrate, università e progettare il da farsi. E’ mettere insieme l’aiuto immediato alle singole imprese, ai negozianti, agli ambulanti e l’applicazione di un comportamento virtuoso. Allora potrebbero tornare gli investitori esteri: abbiamo artigiani e imprese che fanno le cose nel migliore dei modi. Ma c’è troppa corruzione, e legami troppo stretti con la ‘ndrangheta: dove c’è corruzione non vince il merito. E, in questo contesto, i giovani non vedono il futuro: perché nessuno sta investendo sul loro futuro.
E chiude con una storia: quella dell’avvocato torinese che racconta, ancora adesso, che il momento più bello della sua vita fu quando venne letto il suo nome fra i difensori d’ufficio di un gruppo di brigatisti rossi. Era stata una scelta dura, sofferta, quella di accettare: ma era stata la cosa giusta da fare. Una scelta giusta come quella di aver accettato di candidarsi alla guida della Lombardia; e come quella di tutti coloro che hanno lavorato in questa campagna.
L’urlo gioioso che chiude la serata è: “Vinciamo! Vinciamo!”
E’ una certezza, ormai. I “se” paiono aboliti; i dubbi lontani. Da martedì, però, avrà inizio un cammino difficile: le cancrene di un ventennio non svaniranno per incanto. Ma i lombardi stanno cambiando: vanno nelle piazze povere e fuggono dalle ricche convention. Buon segno: di sanità mentale e di cosciente realismo. Chissà che non sia davvero la fine di un ventennio da dimenticare.

di Giuliana Nuvoli

Nel Comune di Milano incarichi esterni diminuiti dell'80%


MILANO -  “La trasparenza e la correttezza nella gestione delle risorse pubbliche sono alla base di ogni attività del Comune di Milano. In questo senso la collaborazione con la Corte dei Conti è fondamentale. La magistratura contabile riveste un ruolo decisivo non solo per il controllo della regolarità e della legittimità della spesa pubblica, ma, attraverso la possibilità di esprimere pareri preventivi, anche nel momento delle scelte che siamo quotidianamente chiamati a fare. 
Lo ha affermato il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia che questa mattina ha partecipato all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2013 della Corte dei Conti della Lombardia. 
“L’Amministrazione Comunale sta operando  seguendo i principi di sobrietà e risparmio che sono necessari. Voglio ricordare che nei primi 18 mesi di mandato, dal giugno 2011-dicembre 2012, gli incarichi esterni (consulenze e contratti di collaborazione) si sono ridotti dell'80% rispetto ai primi 18 mesi dell'amministrazione precedente, con un risparmio netto di 15 milioni di euro”. 
“Le relazioni di oggi, in particolare quella del Procuratore Regionale Antonio Caruso, hanno evidenziato che il moltiplicarsi di comportamenti di particolare gravità all’interno delle amministrazioni pubbliche. Il comportamento del Comune di Milano si è dimostrato invece assolutamente corretto e questo conferma il nostro impegno per una gestione delle risorse che sia trasparente ed efficiente”, ha concluso il Sindaco Pisapia. 


Patto per l'Expo
Il segretario Pd: "Da premier aiuterò Milano"

MILANO - È un patto per Expo, quello che hanno idealmente siglato. Un patto «sociale, politico e istituzionale con un forte segnale di discontinuità rispetto al passato», lo ha definito Giuliano Pisapia. Tutti insieme per assicurare un «impegno comune » per il 2015: il sindacocommissario, il candidato alla presidenza della Regione Umberto Ambrosoli e il candidato premier Pier Luigi Bersani. Tutti insieme ad assicurare che, se la foto scattata ieri dopo il voto si trasformerà in quella della vittoria, l’Esposizione rappresenterà davvero l’occasione per creare «lavoro e sviluppo» e per contribuire a uscire dalla crisi.
Una svolta necessaria. Basata su quattro proposte del sindacocommissario straordinario, diventate altrettante promesse del segretario del Pd: «Se toccherà a me, le cose chieste dal sindaco Pisapia mi impegno a farle. Dobbiamo portare a casa il risultato», ha scandito il leader democratico. Dall’eterna richiesta di una deroga al patto di stabilità che possa alleggerire il peso degli investimenti degli enti locali, alla possibilità per il commissario di (ri)avere in mano i poteri cancellati con i grandi eventi per accelerare i cantieri; da un sottosegretario dedicato all’Expo a una “Legge speciale” sull’esempio di quello che fu fatto per le Olimpiadi di Torino del 2006; fino a una «grande campagna di promozione » in Italia e all’estero.
Per il centrosinistra è tutto in quella foto di gruppo, il rilancio di Expo. «Noi tre andiamo d’accordo », ha sorriso Bersani evocando i continui litigi in casa centrodestra. «Tremonti non ci ha mai creduto, la Moratti e Formigoni litigavano e Expo è arrivata vicina a un rischio estremo. Se il percorso è ripreso è grazie alla nuova giunta », ha detto il segretario del Pd. Adesso, però, — è il messaggio — bisogna superare gli ostacoli che ancora rimangono sul cammino. E serve una «coalizione forte e coesa» a tutti i livelli: dal Pirellone a Palazzo Chigi. «Da parte del governo Berlusconi e, purtroppo, anche del governo Monti — ha attaccato Pisapia — non c’è stato nessun atto concreto per superare le difficoltà». Il riferimento è soprattutto a quella deroga ai rigidi vincoli del patto «promessa a parole» ma mai diventata realtà. Ma anche a una mancanza di collegamento tra Milano e Roma che solo un sottosegretario creato all’interno della presidenza del Consiglio (un ruolo che sembrerebbe destinato all’attuale direttore generale Davide Corritore) potrebbe garantire. Punti su cui Bersani si dice d’accordo: «Expo è un grande fatto italiano el’Italia ha un bisogno disperato di trovare leve credibili per andare avanti, per ridare fiducia e lavoro ». Anche Ambrosoli ha assicurato «una nuova responsabilità e impegno» dopo «i passi falsi del duo Moratti-Formigoni e di un governo nazionale che non ha saputo cogliere l’opportunità». Aggiungendo tre idee: «recuperare il ruolo dei Comuni», fare «massa critica con le altre regioni», portare a termine le infrastrutturegià in cantiere. Dagli avversari non sono mancati i contrattacchi. L’ex ministro del Tesoro Tremonti ha rivendicato: «L’Expo è stato approvato, organizzato e finanziato con il governo Berlusconi ». Formigoni instilla veleno: «Pisapia ha mai detto a Bersani di essersi dimesso da commissario straordinario per paura delle proprie responsabilità?».

di Alessia Gallioni



 

Ricorrenze
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MILANO - "Giorgio Gaber ci ha lasciati dieci anni fa, ma le sue parole, la sua musica, la sua arte sono e saranno sempre con noi. A Giorgio Gaber intendiamo intitolare il Teatro Lirico, un teatro amato dai milanesi come lo è stato il grande cantautore che alla nostra città e ai suoi quartieri ha dedicato canzoni bellissime. Il bando per il restauro del Lirico è già stato approvato dalla Giunta e farò tutto perchè il Teatro, che è chiuso da moltissimi anni, torni alla città entro la fine del mio mandato. Per me è stato un momento di orgoglio quando poche settimane fa con Dalia Gaber abbiamo presentato a Palazzo Marino un Cd che contiene tante straordinarie canzoni di suo padre, canzoni che potremmo risentire nel Teatro che prenderà il suo nome".
Lo afferma il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia nel decennale della scomparsa di Giorgio Gaber.

Dalla pagina facebook del Sindaco di Milano
Pisapia fa il punto sul Movimento Arancione 18 mesi dopo la sua elezione
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MILANO - Un anno e mezzo… Era dal giugno del 2011,da quando sono diventato sindaco,che non riuscivo ad avere un po’ di tempo per me. Scrivo solo ora queste riflessioni, che avevo in testa da un po’ e che molti mi sollecitavano, dopo aver ricevuto da Gianni - fotografo per passione e tappezziere di professione - un meraviglioso regalo: un album con tante foto bellissime della campagna elettorale che ha cambiato colore a Milano, togliendo dopo diciassette anni la città al governo della destra.
 
Quelle immagini delle assemblee, delle strade colorate strapiene di gente in festa, di quella piazza del Duomo tinta di arancione, affollata come accadeva solo nei grandi comizi del dopoguerra, mi spingono a intervenire su quello che è stato chiamato il «movimento arancione». Perché all’orizzonte vedo un pericolo: quello che il fenomeno politico più interessante, originale e promettente degli ultimi anni, venga ucciso prima di diventare grande. Vedo il rischio che una nuova specie di leaderismo impoverisca, e ponga fine, alla preziosa novità che consiste nella reale partecipazione collettiva. Ora, se non esiste un copyright depositato all’ufficio brevetti per quel fenomeno che è sembrato una nuova primavera della politica italiana, certo sono state Milano e la campagna elettorale per il sindaco della mia città, il punto di partenza e il centro di quel rinnovamento. In campagna elettorale ho pubblicato un diario della mia esperienza, che si intitolava proprio «Cambiare si può» (nome che ho visto ripreso…) ed era la cronaca fedele dell’ondata di partecipazione che ha coinvolto le associazioni, gli scout, le parrocchie, i quartieri, i partiti, ogni genere di comitati, i genitori delle scuole, gli studenti, i centri sociali e che si andava ingrossando ogni giorno di più.
 
Milano era la città più saldamente in mano al centrodestra, la città di Berlusconi, di Bossi e dei colonnelli di La Russa. E se la nostra vittoria elettorale è stata possibile, è perché quel movimento ha trovato la sua più alta e libera espressione. Ed è da qui che poi si è diffusa - anche con i segni esteriori: i palloncini, le bandiere, i braccialetti arancioni… - in tutte le elezioni comunali del 2011.
 
Ma non è per mettere il cappello, né per difendere una primogenitura, che ho deciso di prendere posizione. Ho deciso di farlo perché sono preoccupato per i pericoli che vedo concretizzarsi all’orizzonte: vedere il popolo arancione strattonato da tutte le parti, trasformato in un aspirante piccolo partito, strumentalizzato al fine di ottenere qualche deputato, plasmato per infilarlo in una lista, accodato a questo o a quel candidato leader scelto dall’alto, mi preoccupa. E mi fa temere che questa, di trasformare gli «arancioni» nei tesserati di qualcuno, sia la strada sicura per perderli e per perdere. Siccome la conosco bene, so che la filosofia del popolo arancione è quanto di più libero esista: gli arancioni sono quelli che hanno partecipato spesso senza avere una tessera; sono quelli che hanno lavorato per il bene comune senza essere incasellati in un partito e senza aspettarsi niente in cambio; coloro che hanno fatto politica immaginandola come servizio, non come ruolo.
 
Il movimento arancione è stato, ed è, qualcosa di veramente rivoluzionario: è fatto di persone che, semplicemente - ed è un insegnamento di don Milani - hanno deciso di «usare le mani, invece di tenerle in tasca». La sua forza sta nella passione disinteressata e nell’unità; il contrario delle divisioni che si intravedono oggi. Sta nell’essere inclusivo, che è il contrario dell’essere settario. Nell’essere direttamente protagonista della partecipazione, non per interposta persona. 
 
Non è stato, quello arancione, un simbolo inventato a tavolino. Il processo è stato il contrario: chi ha deciso di occuparsi della cosa pubblica - che non è né scendere, né salire in politica - e di farlo a seconda di modalità sue proprie, all’interno del proprio contesto, si è raccolto sotto quel colore vitale, ottimista, positivo. L’arancione della primavera milanese - e poi di quella di Cagliari, di Genova e di centinaia di amministrazioni comunali in tutta Italia - è stato un percorso di coinvolgimento, ascolto, partecipazione di centinaia di migliaia di persone che avevano trovato il modo di manifestare un nuovo atteggiamento, non di infilarsi in una nuova formazione, tanto meno se formata da tante sigle, spesso in contrasto fra loro. Non è pre-politica; piuttosto, se proprio occorre una definizione, è post-politica. La forma-partito, al popolo arancione sta stretta. Non ha bisogno di simboli e di leader; sono tante persone diverse unite dalla voglia di partecipare e di rinnovare la politica con l’impegno in prima persona. L’arancione, dal luglio 2010, è diventato una filosofia, un’idea, un percorso, una scelta anche di vita fatta da donne e uomini molto diversi tra loro che hanno deciso di cambiare in profondità i territori dove vivono mettendo al centro del loro pensare la partecipazione attiva dei cittadini.
 
È un cambiamento radicale che pone al centro dell’agire politico la ridefinizione di un nuovo senso civico di appartenenza alla città e alla comunità. Un nuovo senso civico che si caratterizza attraverso il rispetto dei diritti di tutti e la salvaguardia del territorio e dei beni comuni e che deve continuare ad avere le primarie come premessa per un modo diverso di selezionare la dirigenza politica e/o l’esperienza parlamentare. Ecco perché credo che una realtà così complessa non possa essere rappresentata da una lista.
 
Ecco perché sono convinto che non siano i pur bellissimi slogan a dover unire, ma il metodo. Ecco perché non ho dubbi sul fatto che il nuovo modo di fare politica, nato nel luglio del 2010 e fondato sulla democrazia partecipata, debba avere inizio dalle primarie.Infine, ecco perché condivido l’opinione di chi giudica le manovre intorno alla costituenda lista arancione un’appropriazione «politicamente indebita» e un’operazione pericolosa. 
 
Sono particolarmente attento a tutto ciò che si sta muovendo nel vasto universo della sinistra, e so quanto possa essere difficile elaborare percorsi innovativi senza subire forzature non richieste e sempre dannose. L’arancione è il colore che ha tinto i sogni di tantissime persone e non può e non deve essere utilizzato solo da una parte di queste, né contro qualcosa o qualcuno, ma per l’interesse collettivo e il bene comune. Attenzione a non uccidere l’esperienza più bella che tante donne e tanti uomini hanno costruito per dare una speranza di futuro migliore per tutti. 

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