Città metropolitana e civismo
L'intervento di Elisabetta Strada al convegno "Europa delle città"
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MILANO - Saranno le città europee, dove vive la maggioranza della popolazione, con il PIL più elevato , dove si concentra la capacità di innovazione e sviluppo, che avranno maggior peso nella creazione dell'Europa.

In Italia stiamo andando verso le città Metropolitane. Soprattutto noi qui a Milano e provincia. Quindi quale l'Europa delle città? Quale città e come dovrà essere la nostra CM in questo sviluppo e processo?

La creazione della CM sarà una straordinaria opportunità per noi cittadini, amministrativi e non, di sviluppare e costruire una città nuova. La Città dei Comuni. La città dei cittadini. Una città metropolitana che diventerà un vero interlocutore in Europa. Una nuova opportunità per mettere in rete tutte le funzioni fondamentali degli enti interessati, per ottimizzare i soggetti intermedi coinvolti, per ridefinire i ruoli e i compiti degli stessi evitando sovrapposizioni di servizi e costi raddoppiati.

Un'occasione per ridisegnare i servizi che quotidianamente coinvolgono la vita dei cittadini, in un'ottica di ottimizzazione di miglioramento degli stessi. Pensiamo ad una politica che sviluppi strategie comuni, che individui un ragionamento per aree comuni e omogenee, che sviluppi strategie collettive, come ad es . per lo smaltimento dei rifiuti, che sviluppi un nuovo sistema e nuove tariffe dei trasporti , della tutela del territorio, dell'ambiente dei parchi.

Pensiamo ad un percorso di residenzialità metropolitana, oltre ai confini dei singoli comuni. Pensiamo al miglioramento della vita quotidiana dei singoli cittadini, basato sulla necessità di un servizio e di una politica degli orari e tempi metropolitani. Ma soprattutto é la chiave di volta per individuare un percorso congiunto in termini di legalità e strategie politiche sul bene comune, che non finisce laddove iniziano i confini della città limitrofa, ma che migliori il risultato in termini di efficacia, tempistiche e qualità.

Noi come MMC stiamo portando avanti un lavoro di rete. Una rete civica organizzata ma fuori dalle logiche dei partiti. Una forza politica fortemente proiettata sul bene comune e sul bene dei cittadini, con esigenze che partono dal basso e non calate dall'alto. Una rete che lavora insieme ai partiti, ma non come i partiti.

Il civismo metropolitano oggi é rappresentato dal 45% dei consiglieri attualmente eletti in tutti i comuni della provincia di MI. Siamo una forza metropolitana.
La rete civica è partita, si é messa in moto e vuole arrivare al momento della creazione della nuova conferenza statutaria del Consiglio Metropolitano, come una forza politica quanto più compatta e coesa possibile, ma libera di rappresentare la voce della città, i reali bisogni della città e soprattutto dei cittadini.

Lontana da demagogie e ideologie. Ma vicina al bene comune. Il cammino é incominciato. Il cammino verso la città metropolitana dei cittadini.

Faccio mie le parole di Don Primo Mazzolari:
 

“MI IMPEGNO” di Don Primo Mazzolari

Mi impegno: io e non gli altri,
né chi sta in alto, né chi sta in basso,
né chi crede, né chi non crede.

Mi impegno: senza pretendere che altri
s’impegnino con noi o per loro conto,
come me o in altro modo.

Mi impegno: senza giudicare chi non s’impegna,
senza accusare chi non s’impegna,
senza condannare chi non s’impegna,
senza cercare perché non s’impegna,
senza disimpegnarci perché altri non s’impegnano.

Mi impegno perché non potrei non impegnarmi.

C’è qualcuno o qualche cosa in noi
-un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia-
più forte di me stesso.

Mi impegno: di portare un destino eterno nel tempo,
di sentirmi responsabile di tutto e di tutti,
di avviarmi, sia pure attraverso mille erramenti,
verso l’amore, che ha diffuso un sorriso di poesia
sopra ogni creatura.

Dal fiore al bimbo,
dalla stella alla fanciulla,
che ci fa pensosi davanti a una culla
e in attesa davanti a una bara.


MI INTERESSA
di perdermi per qualcosa o per qualcuno
che rimarrà anche dopo che io sarò passato
e che costituisce la ragione
e il senso del mio esistere.

 

di Elisabetta Strada   (elisabettastradaxpisapia.over-blog.it)

Convegno
Occasioni da non perdere per Milano e la nascente città metropolitana
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MILANO - Dopo l' Europa dei popoli e l'Europa della moneta unica occorre ritrovare uno spirito ed un'anima perchè l'Unione Europea torni ad incarnare il sogno di pace e prosperità come è stato nei primi cinquanta anni della sua storia.

La civiltà europea è stata caratterizzata dalle città, che hanno preceduto la nascita della Nazione di un millennio: è proprio dalla spinta delle città, luoghi dell'innovazione e dello sviluppo, che l' Europa può ripartire. Si tratta di una consapevolezza che non è nostra, ma che tra i nostri partner è già consolidata: già dal prossimo settembre una quota consistente dei famosi " fondi europei" saranno accessibili alle città metropolitane senza l'intermediazione delle Regioni o dei Governi nazionali.

Milano e la nascente città metropolitana hanno una grande occasione.

Cominciamo a parlarne al convegno "Europa delle città" che si terrà mercoledì 21 Maggio, ore 18.00, presso il palazzo delle Stelline in C.so Magenta 61, Milano.

Nel corso della manifestazione interverrà il Sindaco Giuliano Pisapia.

di Franco D'Alfonso

I possibili scenari col Movimento di Grillo
Si può sperare che i parlamentari di Cinque stelle non si lascino sfuggire un’opportunità storica eccezionale
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MILANO - 1. Il Movimento Cinque Stelle si è affermato veicolando tre messaggi diversi. Il primo sta in un rifiuto globale della classe politica italiana, senza distinzioni di partito né di persone: tutti uguali, tutti “da mandare a casa”, in attesa del camposanto. Il secondo contiene una serie di forti rivendicazioni di contenuto, sui costi della politica, sull’ambiente, sul disagio sociale, sulla finanza e su molti altri punti. Il terzo messaggio è più generale: la democrazia rappresentativa deve adeguarsi all’era del web, fondarsi sulla rete e non sui partiti, in sostanza trasformarsi in una struttura di democrazia diretta.
2. Il primo messaggio spiega il fatto che Grillo abbia raccolto tante adesioni di cittadini che da anni sono convinti che i politici “sono tutti eguali”, anzi tutti ladri (con l’eccezione, per chi lo vota, di Berlusconi, che “non ha bisogno di rubare” perché non avrebbe, dicono, bisogno della politica: quasi che l’ascesa al potere politico non sia stata una componente essenziale del suo successo di imprenditore televisivo e della sua conseguente ricchezza personale). È un messaggio che racchiude certo una parte di verità, perché è pur vero che su molti fronti gli interessi della politica e la resistenza al cambiamento sono bipartisan, frutto di radicate incrostazioni di interessi e di collaudate spinte di lobbies trasversali. Ma nella sua assolutezza e generalità questo messaggio è falso, perché forti differenze tra i partiti certamente ci sono; e perché la distinzione tra onesti e disonesti va fatta caso per caso, persona per persona, sempre.
3. Il secondo messaggio, quello sulle politiche da adottare e sui contenuti delle riforme, è a sua volta una chiave fondamentale del successo del movimento di Grillo, in una fase di crisi acuta, drammatica
2. Il primo messaggio spiega il fatto che Grillo abbia raccolto tante adesioni di cittadini che da anni sono convinti che i politici “sono tutti eguali”, anzi tutti ladri (con l’eccezione, per chi lo vota, di Berlusconi, che “non ha bisogno di rubare” perché non avrebbe, dicono, bisogno della politica: quasi che l’ascesa al potere politico non sia stata una componente essenziale del suo successo di imprenditore televisivo e della sua conseguente ricchezza personale). È un messaggio che racchiude certo una parte di verità, perché è pur vero che su molti fronti gli interessi della politica e la resistenza al cambiamento sono bipartisan, frutto di radicate incrostazioni di interessi e di collaudate spinte di lobbies trasversali. Ma nella sua assolutezza e generalità questo messaggio è falso, perché forti differenze tra i partiti certamente ci sono; e perché la distinzione tra onesti e disonesti va fatta caso per caso, persona per persona, sempre.
3. Il secondo messaggio, quello sulle politiche da adottare e sui contenuti delle riforme, è a sua volta una chiave fondamentale del successo del movimento di Grillo, in una fase di crisi acuta, drammatica del benessere collettivo e individuale, quale non si conosceva da mezzo secolo. Il ceto politico non ha saputo comprendere le cause di questa crisi, che solo in parte minore sono cause italiane, non ha saputo porre rimedio alla fondamentale e ormai radicata stagnazione dell’economia italiana, non ha saputo intervenire in modo appropriato nel segno dell’equità e dell’efficacia, cogliendo anche le opportunità che la crisi stessa offriva e offre per riformare in meglio la società: tagliando gli sprechi che ci sono, favorendo chi ha più bisogno, riformando la giustizia, riducendo le disuguaglianze eccessive, incentivando le imprese sane, risanando il paese dalle mafie, combattendo con determinazione l’evasione fiscale, investendo nella ricerca e nella tutela del paesaggio, non solo in Italia ma anche in Europa, dove urge operare con efficacia per una svolta verso un assetto federale dell’Eurozona.
Neppure il governo Monti, che comunque ha il merito indubbio di aver recuperato una dignità nazionale e una credibilità perdute, ha potuto risalire la china. Le richieste di contenuto del programma di Grillo sono in buona misura condivisibili. Ma non certo tutte: sull’Europa l’ambiguità è massima, con punte distruttive molto pericolose, perché è evidente che l’Italia non si salva se non in Europa; sull’immigrazione le pulsioni discriminanti ci sono state e sono inaccettabili; e altro ancora. Ovviamente la protesta su tanti fronti seduce e somma i consensi: ma poi bisogna decidere, quando si arriva al potere, se le diagnosi urlate sulle piazze e le promesse fatte sono giuste o sbagliate, sono o non sono contraddittorie tra loro. E di incongruenze e contraddizioni anche gravi nel programma grillino ce ne sono, eccome.
4. Il terzo messaggio di Grillo (e del misterioso Casaleggio) è in parte sottotraccia ed è forse il più importante, ma anche il più problematico e inquietante. Che le democrazie rappresentative siano in crisi è evidente. Non certo solo in Italia. Il potere dei media, intrecciato col potere del denaro, svia l’informazione dell’opinione pubblica e quindi distorce la formazione corretta della volontà popolare, dunque mina alle basi la stessa sovranità che risiede nel popolo. La necessità di ricreare un rapporto diretto tra la classe politica e il cittadino “comune” è evidente. E certamente il web può e deve esserne uno strumento fondamentale: in questo Grillo ha visto giusto e ha dimostrato di saperci fare. È una via maestra per il futuro delle democrazie. Ma ciò non significa che la rete informatica, il web globale, quale oggi si sta costituendo, garantisca di per sé una compiuta partecipazione, una migliore democrazia. Non solo la maggioranza della popolazione ancora non vi attinge. Ma anche quando, tra non pochi anni, ciò sarà avvenuto, se non ci saranno garanzie di trasparenza assoluta, se non si impediranno le forzature operate da chi gestisce il traffico sul web, se non si assicureranno le condizioni per un accesso pienamente libero e per un’informazione imparziale e corretta, se e fino a quando tutto questo non ci sarà, la “democrazia diretta” del web non sarà né diretta né democratica. I rischi di manipolazione (oltre che di controllo orwelliano) del web sono e saranno enormi. Ci vuole già oggi e ancor più ci vorrà in futuro una vera e propria “costituzionalizzazione” dell’informazione e della comunicazione, in tutti i suoi canali.
L’insieme di questi tre messaggi spiega, crediamo, il grande successo di Grillo, che in questa fase di crisi acuta ha coagulato il voto di un quarto degli elettori attivi del nostro Paese. Guai a non dare il peso dovuto a questo fortissimo segnale.
5. Ciò premesso, il negare a Bersani e al PD un via libera (anche indiretta) alla formazione di un governo che attui anche una parte importante delle riforme volute da Grillo sarebbe da parte sua, ma soprattutto da parte dei suoi eletti, ingiustificato e contraddittorio. Invece da parte di Grillo il favorire di fatto la nascita di un nuovo governo poggiante sul sostegno congiunto di PD e PdL (cioè di Berlusconi, dentro o fuori dal governo che sia) vuol dire volere il tanto peggio tanto meglio. Vuol dire lasciarsi aperta la strada per continuare a dire che i politici “sono tutti eguali” e in questo modo conquistare altri consensi nelle prossime elezioni senza far nulla per migliorare il Paese. Quanto poi all’affermare, come Grillo ha fatto – forse solo per scherzo: ma su queste cose non si può scherzare – che si vuole il 100% dei consensi, ebbene questo fa venire i brividi.
6. Gli eletti e il popolo dei Cinque Stelle, da quanto si è potuto vedere sin qui, sono persone in buona fede, di tutte le età, sinceramente desiderose di un’Italia migliore, orgogliose di partecipare attivamente al miglioramento della vita collettiva. Di qui nasce la legittima speranza che possano prevalere le spinte sane e le grandi potenzialità positive che indubbiamente negli neo-eletti di Cinque Stelle ci sono. L’auspicio è che tali spinte prevalgano ora, non in un futuro che potrebbe anche non favorirle più, neppure elettoralmente. L’occasione di sostegno, diretto o indiretto, a un governo fortemente riformatore si è aperta in virtù del risultato del voto. Nell’Italia di oggi – che ha problemi gravi, scelte urgenti e non rinviabili – l’esito elettorale conferma che un tale governo non può essere se non quello che ha il suo centro nel PD, con il sostegno dei Grillini. Non certo un governo PD – PdL.
Di qui nasce la speranza che i parlamentari di Cinque stelle non si lascino sfuggire un’opportunità storica eccezionale, che potrebbe non ripresentarsi più nel futuro.

di Antonio Padoa-Schioppa

No alla spettacolarizzazione
Non mancano gli spazi espositivi, devono essere "riempiti" nel modo giusto
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Le grandi svolte nella vita e nella gestione di Milano sono sempre state accompagnate dalla nascita e dalla crescita di realtà culturali innovative che hanno rinverdito e giustificato il ruolo di leadership della città anche e soprattutto dopo periodi di decadenza economica e politica. Per non eccedere nei richiami storici mi limito a ricordare come nel dopoguerra abbiamo visto lo sviluppo come realtà nazionale dei teatri pubblici, dalla Scala ricostruita prima ancora delle case dal sindaco Greppi, al Piccolo Teatro che diventa Teatro d’Europa quando Milano, sindaco Aniasi, diventa sede della rete della “Città d’Europa” che ebbero grande parte nello sviluppo di quella che purtroppo è restata l’unica istituzione democratica dell’odierna Unione Europea, il Parlamento votato direttamente dai popoli.
La scelta di quelle Amministrazioni comunali riformiste, come vuole essere quella guidata da Giuliano Pisapia, fu quella di privilegiare l’istituzionalità, la durata nel tempo, la solidità dell’impresa, tanto che oggi la realtà culturale cittadina poggia quasi unicamente su quei pilastri gettati dal genio di alcuni e dalla lungimiranza di chi governò la città. L’importanza e la validità della scelta istituzionale si verificò negli anni settanta e ottanta nei quali giunte politicamente omologhe a Milano e Roma fecero, in ambito culturale, scelte profondamente diverse che in breve tempo dimostrarono come la scelta “effimera” delle scintillanti estati romane dell’assessore architetto Nicolini non lasciasse di fatto seguito rispetto alle scelte apparentemente meno fantasiose dei meno noti assessori alla Cultura milanesi, che impegnarono i fondi per acquisire l’ex collegio delle Stelline e la fabbrica dismessa dell’Ansaldo.
Questa lunga premessa mi serve per dire che non mi convince l’impostazione che mi pare l’assessore Boeri voglia dare al Museo dell’Ansaldo con l’utilizzazione del nuovo capannone realizzato da Chipperfield di fatto come “spazio espositivo rotante”, mentre le collezioni, discutibili come valore intrinseco e come impostazione “troppo colonialista”, verrebbero sistemate in un’altra ala del palazzo stesso. Se le collezioni, il “contenuto” del Museo non sono considerate di valore tale da “reggere” l’istituzione e la stabilizzazione del Museo stesso, come sostiene Boeri e come non ho alcun motivo di credere che non sia, ritengo sia sbagliato affidarsi totalmente al “segno” architettonico, al valore dell’”involucro” per trovare una ragion d’essere al luogo e allo specifico: in poche parole, penso che se non abbiamo abbastanza materiale per istituire un Museo dei popoli, che resta un’idea bellissima, non credo che potremo rimediarvi sostituendovi di fatto uno “spazio espositivo” pur molto bello a disposizione di “performance” più o meno sperimentali.
L’eredità di questi anni di spettacolarizzazione portata all’eccesso ci ha fatto perdere l’attenzione al valore anche filologico delle realizzazioni, che garantisce la durata nel tempo di queste operazioni.
Le ultime due operazioni “museali” di grande rilievo realizzate a Milano, il Museo del Novecento e i recentissimi “Musei italiani” nel palazzo Anguissola di piazza della Scala sono state un grande successo di pubblico, ma, a mio avviso, sono debolissime dal punto di vista della consistenza museale. I Musei Italiani hanno il principale merito di aver restituito alla città un palazzo magnifico, ma le opere esposte non danno un particolare valore aggiunto, mentre per il Novecento è evidente a tutti come la prevalenza dell’architetto-allestitore e ristrutturatore rispetto al conservatore sia tale che è la struttura scenica dell’Arengario la ragione principale del successo dell’operazione, mentre il potenziale di una Milano che fu seconda solo a Parigi nell’architettura e nell’arte almeno del primo Novecento non risalta certo appieno nelle sue sale.
Io credo che il sistema dei musei di Milano debba essere pensato globalmente e con un occhio e una mente da “conservatori” professionisti e non con quello degli urbanisti (niente equivoci, non c’è nessuna polemica con Boeri in ragione della sua professione!). È vero che negli ultimi anni, dal Guggenheim di Bilbao al Museo di arte contemporanea di Mexico City, spesso è il segno architettonico a marcare in maniera pressoché totale l’iniziativa, ma si tratta di interventi realizzati in un “deserto culturale” cittadino che certo non è paragonabile alla realtà della nostra città. Noi abbiamo il “problema” della visibilità delle collezioni di Brera o del Castello Sforzesco ovvero quello di ridare slancio e significato a veri e propri tesori semi-abbandonati, come il Museo della Scienza e della tecnica, da rimettere in collegamento con la zona romanica attigua di Sant’Ambrogio e piazzale Aquileia.
Non ci mancano i palazzi da recuperare a un uso museale espositivo, senza bisogno evidentemente di dare seguito alla costruzione del “valorizzatore di aree” che è stato il MAC di Liebeskind, vagante fra Santa Giulia e CityLife, senza che ci fosse uno straccio di idea su cosa metterci dentro di sensato; abbiamo Palazzo della Ragione, Arengario due, perché no Palazzo Beccaria che, con la sua struttura a mini Uffizi quadrato, sarebbe a mio avviso una bella sede per le collezioni dell’Ottocento milanese e lombardo che sono un po’ spruzzate qua e là nei vari musei cittadini e nelle collezioni private di tanti che cercano, a volte infruttuosamente, spazi per condividere la visione di opere magnifiche con un pubblico più ampio. E ancora, perché non pensare a stabilizzare la porzione di Palazzo Marino sala Alessi come Museo della “partecipazione civica”, con accesso diretto alla Casa Comunale e il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo collocato in maniera non solo decorosa, ma pienamente rispettosa del suo significato simbolico e storico? Se infine ottenessimo, sogno a occhi aperti, grazie al Pgt di Lucia De Cesaris la disponibilità del carcere di San Vittore e del Palazzo di Giustizia, a seguito di un trasferimento della Città della Giustizia sull’odierno Ortomercato, che bisogno avremmo di costruire l’impossibile Beic di Porta Vittoria…
Non ci mancano le idee, nostre e dei cittadini milanesi che sull’onda della nostra spinta verso la partecipazione ci inondano letteralmente di proposte. Se siamo accorti non ci mancano nemmeno i fondi: tra partecipazione dei privati che non mancherebbe su progetti ben strutturati e destinazione di scopo della “tassa di soggiorno” penso che potremmo investire nei prossimi tre anni almeno 60 milioni di euro sul solo sistema museale, una somma ragguardevole e sufficiente a farci fare un salto di qualità importante.
Ma la condizione indispensabile, a mio avviso, è l’esistenza di un progetto condiviso di sistema elaborato dai migliori esperti disponibili che lavorino con una regia molto attenta dell’assessorato alla Cultura: se si decide in tal senso, non sarà particolarmente difficile dare seguito al proposito, essendoci potenzialmente disponibili tanto gli uni quanto l’altra.
Io, come altri, ho subito il fascino estetizzante del Manifesto Futurista di Marinetti e la conclamata volontà di distruggere musei e biblioteche, ma come tutti mi sono accorto in fretta che si trattava di un mirabile virtuosismo letterario e non certo di un programma di politica culturale: forse Giovanni Agosti nel suo “Le rovine di Milano”, in qualche modo “dedicato” alla vittoria arancione di maggio, esagera nel rigore intellettuale e morale, ma non possiamo prescindere da un progetto per il quale utilizzare le competenze specifiche e non improvvisate. E a nessuno sfugge quanto potente sarebbe come attrattore turistico, economico e sociale un sistema così strutturato.
Nel momento di impostare con la manovra di bilancio 2012 l’intero ciclo della consigliatura Pisapia aprire un dibattito su questi temi è un dovere.

Franco D’Alfonso






 

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