Documento politico
Il Paese che vogliamo
Principi, valori e visione civica del Movimento Milano Civica
Pubblicato: 28/04/2015 00:04:00

MILANO -  Da oggi coloro che consultano questo sito, accanto allo Statuto e all'Atto Costitutivo, tra i documenti fondamentali di MMC, troveranno anche il Documento Politico Generale del movimento. Al termine di un lavoro durato oltre sei mesi e che ha visto coinvolti il Consiglio Direttivo e via via i soci in assemblea, e' stato elaborato un Manifesto politico in cui si trovano i principi, i valori e la visione civica che noi abbiamo della societa' in cui viviamo. Accanto a principi di carattere generale, lungo le pagine del Documento, chi legge trovera' anche proposte e indirizzi rispetto ai principali argomenti del dibattito attuale sia nazionale che regionale che metropolitano. La nostra idea di partecipazione dei cittadini alla vita democratica del Paese, la nostra visione di economia solidale e condivisa, l'idea di Europa e di Citta' Metropolitana.

Una forza poitica deve riconoscersi in linee guida e programmi di medio periodo. E questo il risultato che abbiamo ottenuto".

 

Il Paese che vogliamo

Nelle società così dette più evolute,  sia sul piano del reddito pro capite e sia parallelamente su quello del consolidamento dei valori democratici che regolano la vita delle comunità, sta emergendo una profonda crisi di speranza nei confronti del futuro e conseguentemente anche una crescente sfiducia nella democrazia, nelle sue istituzioni e nella CAPACITA’ della politica di  SALVAGUARDARE L’INTERESSE GENERALE E IL BENE COMUNE DEI CITTADINI

In Italia, in particolare, la recessione causata dall’esplosione della crisi finanziaria nel 2008 si è innestata e sommata a un declino ormai ventennale, che non è solo economico, ma che è divenuto anche sociale, politico ed istituzionale.

Nel nostro Paese, la sfiducia e la preoccupazione per l’oggi e il domani hanno raggiunto livelli impensabili a causa della pericolosa persistenza di un vuoto politico, provocato dalla inadeguatezza di proposta sia da parte dei partiti così detti novecenteschi, sia da parte delle nuove espressioni organizzate, caratterizzate da personalizzazione, da affarismo ed infine da dirigismo unico e plagiante che trasforma in digitale quello che una volta era l’espressione di consenso e dissenso interno, scambiandolo per democrazia diretta.

Un vuoto politico che a sua volta è la causa prima della perdita di credibilità delle istituzioni, e dei loro modelli di governance sia transnazionali che locali, la cui conseguenza sono la provocazione e il diffondersi di un populismo negazionista delle regole democratiche, l’empatia ricorrente per l’uomo solo al comando, la semplificazione distruttiva delle regole e dei processi da contrapporre agli arroccamenti conservativi. 

Nell’Italia che vogliamo, non può che esserci – al contrario -  il rispetto  quasi sacrale dello Stato di diritto, della democrazia quale valore in sé, intesa come principio basilare, ‘’formale, ma non formalistico’’ - come Bobbio ci ha insegnato - e che occorre tenere ben fermo in un’epoca di continuato e più o meno dichiarato attacco da parte proprio dei sedicenti nuovi “liberali” e “democratici”.

 

La democrazia che vogliamo

Siamo per una democrazia deliberativa e dignitaria;  siamo più che mai convinti della necessità del costante accrescimento - all’interno del delicato equilibrio fra libertà e uguaglianza - del secondo elemento rispetto al primo, poiché vediamo nella democrazia un sistema di valori che deve tendere a una progressiva riduzione delle disuguaglianze nei tre ambiti fondamentali economico, politico-sociale, culturale.

La libertà individuale - infatti - identifica solo uno dei valori che stanno alla base di una società giusta e non può essere considerata un valore assoluto, in quanto oltre a un certo limite essa limita necessariamente l’esercizio di quella altrui. 

Un valore da molti anni trascurato è quello della comunità. L’ideologia politica da tempo prevalente ha dato per scontato che “gli individui precedono la società” (qualche volta arrivando addirittura a negare che la società sia un concetto dotato di senso) e che la politica debba limitarsi a massimizzare la somma totale dei redditi (e/o delle ricchezze) individuali, trascurando la loro distribuzione, nonché la promozione di esperienze, istituzioni e attività economiche e culturali che promanano dalle comunità.

Riconoscere tale verità significa percorrere il primo passo verso quella comunità di valori condivisi e quella coscienza associativa, base del vivere civile a cui noi aspiriamo. 

Crediamo che l’ideologia della competizione senza limiti, delle disuguaglianze “naturali” e perciò inevitabili e ineliminabili, della ricchezza di pochi che avvantaggia tutti, sia stata smentita dai tristi fatti della crisi in cui il mondo e l’Europa in particolare si dibattono da più di sei anni.

Il nostro impegno è quindi  per una società inclusiva, che non lasci indietro nessuno, che dia a tutti pari opportunità impegnandosi ad allargare le possibilità di vita dignitosa per la maggior parte degli individui.

 

Cittadini attivi nel territorio

La democrazia, in tutte le sue forme di espressione e rappresentazione  non dovrebbe mai privarsi della dimensione dell’esperienza concreta, in particolare di quella associativa e della possibilità per i cittadini di praticare una effettiva azione di partecipazione politica, così come previsto dalla Costituzione e dalla profonda condivisione che l’avvento delle nuove tecnologie ciò meglio consente e facilita; 

Tocqueville,  quasi due secoli fa, nel descrivere la qualità della democrazia in America, rimase impressionato dalla serietà del processo deliberativo e del dibattito pubblico. Egli aveva intuito che questa era la sostanza della democrazia, attribuendone il merito al livello delle associazioni (di volontariato, economiche, politiche, sociali) pubbliche in cui il cittadino imparava a discutere, progettare e responsabilizzarsi.

In altri termini, egli aveva attribuito la causa della qualità della democrazia al “capitale sociale” prodotto anche fuori dal sistema politico tradizionale.

A maggior ragione l’analisi è valida oggi, momento storico in cui sono i movimenti – a volte anche quelli pregiudizialmente o strumentalmente antagonisti – e non più i partiti novecenteschi o personali a esprimere nuove idee, a individuare i nuovi bisogni sociali e in cui il territorio insieme con le tematiche della democrazia locale è diventato protagonista  nel dibattito politico a tutti i livelli. 

Non più dialogo unilaterale di governo tra Centro e Periferie, ma nuova interazione in cui viene riconosciuta l’importanza del “locale” come ambito socio-politico rilevante  da coinvolgere nella definizione delle strategie politiche nazionali, nonché in quelle costituzionali.

Una concezione della politica che al centro pone il recupero delle capacità e delle competenze/conoscenze dei cittadini nelle forme della cittadinanza attiva, patrimonio altrimenti perduto/sottratto alla politica.

 

La politica che vogliamo: la partecip-azione

I singoli cittadini diventano attivi proprio in quanto sono autori di azioni. Ma a causa del processo di autorizzazione/delega ai rappresentati, essi “NON LE COMPIONO MAI ”( Sartori ).

Infatti, se da una parte si dà forma e rappresentazione al diritto alla politica attraverso le elezioni, dall’altra si prevede la partecipazione della cittadinanza limitatamente all’esercizio del diritto/dovere di voto, prescindendo dalla condivisione progressiva.

L’elettorato – nella migliore delle ipotesi – “decide chi deciderà senza possibilità di entrare sia nel merito dei contenuti delle decisioni che nei successivi processi di scelte pubbliche’’ (Sartori)

Pertanto di fronte alla manifesta crisi di credibilità dei partiti tradizionali, sempre più gusci vuoti di idee e progetti , di fronte al crescente distacco tra popolazione ed istituzioni, la difesa ed il rilancio dei valori della democrazia non può che ripartire dalla dimensione territoriale e da quella comunale in particolare, come indica una fondamentale raccomandazione dell’ Unione Europea: 

“i processi di produzione delle politiche pubbliche dovrebbero avere per attori quelle autorità che sono più vicine ai cittadini” (Consiglio d’Europa, 1985, art.4.3.).

Il Movimento Milano Civica è pertanto più che mai impegnato a sviluppare, INSIEME/oltre i partiti, attività anche non convenzionali e “intermittenti” di politica simbolica, attraverso la mobilitazione su singole questioni concrete e non ideologiche (cause umanitarie/solidali, ambientali, di tutela del territorio e delle minoranze).

Farsi “imprenditori di policy”, mobilitando risorse altrimenti non disponibili e individuando nuove reti di relazioni informali (network associativi).

La partecipazione dei cittadini è decisiva, in particolare, per porre su basi condivise e sostenibili le decisioni riguardanti le opere pubbliche che impattano sul territorio e – soprattutto nelle fasi di realizzazione - sullo svolgimento delle normali attività dei cittadini. 

Non è possibile andare avanti con delibere (nazionali e locali) e affidamenti fondati su progetti di larga massima, solo a valle seguiti da una progettazione completata nel chiuso di uffici tecnici, senza confronto con la cittadinanza e senza valutazioni preventive dei costi e dei benefici delle diverse alternative. Il che porta a una fase di mera difesa del progetto di fronte a una cittadinanza che tende, in questo modo, a prendere inevitabilmente l’atteggiamento conflittuale di tipo NIMBY.

Bisogna invece partire dalla progettazione di un ristretto ventaglio di soluzioni alternative al problema infrastrutturale individuato, sottoporle a un’accurata e indipendente valutazione dei costi e dei benefici e procedere a un “dibattito pubblico”, regolamentato e di durata prefissata, nel corso del quale le istanze e le idee positive dei cittadini interessati vengono discusse e incorporate nel progetto. 

La decisione potrà così avvenire scegliendo il progetto che ha il miglior saldo tra benefici sociali e costi sociali (inclusi quelli ambientali) e che risulta essere condiviso dalla cittadinanza che ha partecipato alla discussione.

 

L’economia che vogliamo: la democrazia economica

È indispensabile che, nella complessità della globalizzazione e di fronte ai soprassalti di autarchia e nazionalismi più o meno velati, il sistema economico, finanziario, produttivo e degli scambi sia percepito come fondamentalmente “giusto”, principio chiave per la sua sostenibilità politica. 

Questa percezione non può più essere data per scontata, visto che l'interazione di tecnologia, globalizzazione e deregolamentazione dei mercati finanziari ha esacerbato la disuguaglianza di reddito e ricchezza all’interno dei Paesi, anche se il divario medio fra Paesi è diminuito, soprattutto grazie alla tumultuosa crescita di alcuni paesi molto popolosi, come l’India e la Cina, al cui interno, peraltro, le disuguaglianze sono andate acuendosi. 

La disuguaglianza di reddito e ricchezza è “buona”, se moderata e premia il merito acquisito con lo studio e il lavoro (a cui tutti siano effettivamente in grado di accedere, come detta la nostra Costituzione) e se fornisce gli incentivi giusti allo sforzo creativo e innovativo, mentre è “cattiva” se eccessiva e nasce dalla rendite patrimoniali familiari, dagli eccessi della finanza e dal culto delle “superstars”. 

Una disuguaglianza che non solo è dannosa per la crescita di lungo periodo ma genera anche instabilità economica e sociale, eccesso di indebitamento, espansione della povertà relativa (quando non assoluta), aumento dell’esclusione sociale e di altre correlate “illibertà” (Sen).

La disuguaglianza può paralizzare il sistema politico e la crescita di un Paese. Per combatterla non basta un sistema di imposizione fiscale progressivo su redditi e patrimoni, capace di minimizzare continuamente l’evasione e l’elusione. Occorre anche una politica che attivamente garantisca l’accesso equo a beni e servizi  che costruiscono “capacità” (come l’istruzione, l’accesso alle risorse idriche e l’assistenza sanitaria) di uguale qualità per tutti, indipendentemente dal reddito familiare, dal quartiere o dalla località in cui si abita. 

È improbabile che il mercato, lasciato a se stesso (e al codice civile), fornisca garanzie sufficienti. Proprio perciò è imprescindibile l’efficienza della produzione pubblica e l’efficacia della regolazione pubblica, quando non si possa prescindere dall’efficienza della produzione privata.

In alcuni casi la soluzione più adeguata può rivelarsi la produzione basata sulla gestione comune, senza fine di lucro, da parte della società civile auto-organizzata.

Per questi motivi, come ha indicato  Elinor Ostrom nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per l'economia, proponiamo lo sviluppo di una economia policentrica basata su tre pilastri: quello non profit dei beni comuni, quello fondato sul mercato competitivo e quello dell'economia pubblica (da declinarsi in produzione pubblica o in regolazione pubblica della produzione privata) per i beni e i servizi che più economicamente vengano prodotti in regime di monopolio. 

Per quanto riguarda i beni comuni – cioè le risorse tendenzialmente non esclusive e non rivali condivise dalle comunità a tutti i livelli, come l'ambiente, Internet, l'acqua, le conoscenze e l'informazione, le reti, la cultura, le risorse naturali – la Ostrom ha dimostrato che i commons possono essere gestiti in maniera più efficiente e sostenibile dalle comunità rispetto alle corporations o allo Stato: infatti questi ultimi sfruttano in maniera forsennata i beni comuni ma sono quasi sempre inefficienti e non equi, sprecando le risorse con strategie di breve termine e privilegiando ristrette elites economiche. 

La proprietà e la gestione privata e statale dei commons non sono sostenibili nel medio-lungo termine senza la condivisione per il controllo dal basso dei cittadini direttamente interessati. È importante che per i servizi a forte intensità di infrastrutture e di tecnologia (come quello idrico integrato, di cui la fornitura del bene comune acqua alle famiglie è solo una parte) le comunità siano in grado di provvedere e remunerare in modo equo e certo il capitale necessario a mantenere e migliorare la qualità del servizio.

A questo fine, purtroppo, l'attività rivendicativa e negoziale e i conflitti sindacali si sono dimostrati largamente inefficaci in questa crisi: la realtà è che i cittadini stanno sopportando il peso delle politiche recessive di austerità e non riescono a incidere sulle strategie aziendali e, più in generale, sulle politiche economiche del Paese. 

Pensare di difendere il lavoro solo con le lotte e le contrattazioni sindacali o ricorrendo alla concertazione nazionale, è retorica di un obsoleto modello di relazioni industriali; è illusorio anche il solo supporre che basti un cambio di governo per cambiare i rapporti di forza sul terreno decisivo dell'economia e per uscire dalla crisi. 

Occorre quindi procedere per soluzioni più efficaci e innovative, prevedere nuove regole per valorizzare il capitale umano nell’impresa, soprattutto in quella post fordista per rafforzare la capacità propositiva e decisionale dei lavoratori nell'impresa stessa, in modo che il loro potere decisionale possa equilibrarsi a quello del capitale, troppo spesso condizionato dal prevalere di strategie più finanziarie che industriali, dal venir meno della propensione al rischio imprenditoriale, dall’assenza di volontà e capacità di innovazione; dall’impossibilità competitiva.

Occorre anche e forse soprattutto costruire una nuova cultura diffusa della “co-decisionalità attiva”

Esistono infatti  profonde ragioni morali, sociali, politiche, economiche per pretendere la democrazia nelle aziende, negli enti pubblici, nella gestione dei beni comuni e in generale nell'economia:

  • sul piano morale,  il lavoro costituisce la principale attività umana ed è impossibile mantenere la dignità della persona senza minimi livelli di democrazia sul posto di lavoro,
  • sul piano sociale, la gravissima crisi occupazionale europea alimentata dalla finanza speculativa e dalle politiche di austerità forzata può essere contrastata efficacemente con l'introduzione della democrazia anche nella sfera economica, dove è tuttora del tutto assente.

Un sussidio di disoccupazione universale, dignitoso e di durata adeguata, accompagnato da politiche attive per la riqualificazione e il reinserimento al lavoro, è la premessa indispensabile per qualsiasi riforma del mercato del lavoro che non si traduca semplicemente in un aumento della flessibilità in uscita. 

Una ridotta protezione del “posto di lavoro” (a parte i casi di licenziamento discriminatorio, che devono rimanere difficili e fortemente penalizzati) richiede una ben più solida protezione sul “mercato del lavoro”. Sotto questo profilo, il recente “Jobs Act” varato dal governo italiano appare purtroppo assai carente.

Ma l’esigenza di democrazia economica impone di contrastare il modello di governance delle imprese secondo cui esse creano valore solo in quanto sono  valorizzabili sul mercato finanziario in base ai risultati di breve periodo a discapito di quelli a medio e lungo termine. Proprio per contrastare questa impostazione assume rilevanza un modello di relazioni industriali/aziendali che veda in primo piano sia la tutela del capitale umano e sia la promozione della competitività di lungo periodo.

La dimensione delle aziende italiane (sia industriali che di servizi) è mediamente troppo piccola, con svariate conseguenze negative: 

1) la capacità innovativa e la produttività del lavoro sono basse; 

2) la competitività sui mercati internazionali è affidata alla compressione dei salari reali; 

3) la governance aziendale è per lo più fondata su un vecchio modello padronale/paternalistico; 

4) la specializzazione produttiva è concentrata su settori a bassa intensità di capitale umano e di tecnologia; 

5) le imprese (medie e piccole) sono finanziariamente arretrate, molto più dipendenti che altrove dal credito bancario e quindi più esposte alle restrizioni creditizie che seguono le crisi finanziarie e alla (in)capacità delle banche di valutare i progetti di investimento e le idee.

Attualmente la proprietà delle aziende di maggiori dimensioni ha natura quasi sempre finanziaria attraverso società che hanno obiettivi speculativi: banche d'affari, hedge fund, fondi d'investimento, fondi sovrani, in certa misura anche i fondi pensione.

Senza la rappresentanza del capitale umano aziendale nel board delle grandi e medie imprese è molto difficile, se non impossibile, garantire continuità produttiva, occupazione, sviluppo sostenibile, innovazione e flessibilità nell’uso del lavoro.

Come indicano le analisi dello European Trade Union Institute, ETUI, il centro studi europeo dei sindacati, nell'Unione Europea 12 paesi su 27, soprattutto nell'area renana (Germania, Austria, Olanda, Lussemburgo) e scandinava (Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia), hanno introdotto forme avanzate di partecipazione co-decisionale dei lavoratori nei board delle aziende pubbliche e private.

In questi Paesi le imprese sono mediamente di maggiori dimensioni; si registra più bassa disoccupazione, più elevati redditi per i lavoratori, maggiore competitività delle aziende, maggiore innovazione, migliore sostenibilità ambientale e maggiore potere sindacale. 

 

Comuni, Città Metropolitane, Regioni : le istituzioni che vogliamo

Tra lo Stato che doveva fare le norme e i Comuni che dovevano erogare i servizi e non solo quelli, sono state costituite le Regioni per realizzare, forse, la innovazione istituzionalmente più complessa, ovvero l’integrazione, la programmazione ed il coordinamento legislativo degli enti territoriali. 

Questo processo di articolazione istituzionale si è via via involuto in una doppia visione centralista esercitata sia dalle Regioni che dallo Stato centrale.

A causare questa involuzione sono state sia l’adozione di politiche di bilancio sempre più centralizzate, con l’INTENTO NON RAGGIUNTO di ottimizzare risorse e ottenere risparmi. Politiche adottate senza discrimine tra buone e cattive amministrazioni, e per alcuni versi per la carenza di esplicitazione nel dettato costituzionale a causa di un eccesso di visione centralistica da parte dei costituenti.

Ad aggravare il quadro vi è stata l’esondazione delle attività delle Regioni, che oltre alla gestione sanitaria hanno indirizzato la loro potestà su molteplici ed onerose attività venendo meno ad impegni indispensabili sull’assistenza e sulla conservazione dell’ambiente.

La Riforma del titolo V della Costituzione ha trasferito poteri alle Regioni senza responsabilizzarle fiscalmente di fronte ai propri cittadini, mentre è invece diventato di tutta evidenza che il motore e il traino dello sviluppo è oggi rappresentato dalle grandi città del mondo con le loro aree metropolitane. 

A livello mondiale, in queste aree metropolitane si vanno a concentrare, anche se non in modo esclusivo, le risorse umane e finanziarie, ricorrendo in primo luogo alla fiscalità derivata da attività prodotte in loco. Non è pensabile che analoghe modalità non siano adottabili anche in Italia ed in particolare per l’area metropolitana milanese, l’unica in grado di competere con le altre aree europee e globali nonché fondamentale fucina di imprenditorialità per poter rimettere in movimento tutti i vagoni del lungo treno italiano. Non è un caso che a Milano sia concentrato un maggior numero di imprese multinazionali rispetto alle città sue concorrenti in Europa. 

Va dunque progressivamente ripensato il potere di imposizione fiscale dal centro (nazionale) alla periferia, a partire dalle nuove città metropolitane, allo stesso tempo in cui si comincia a spostare potere di imposizione fiscale (e competenze di spesa) a livello europeo. 

La fiscalità di competenza della città metropolitana deve essere sussidiaria: le imposte devono essere riscosse, a parità di pressione fiscale, dalle città metropolitane e poi devolute, per la parte di competenza, alle regioni e allo Stato. 

Questo è possibile da subito per la tassazione sul patrimonio immobiliare e sui servizi che non devono comportare trasferimenti allo Stato. 

Occorre progressivamente giungere a un sistema di prelievo fiscale semplificato e diretto, che realizzi la corrispondenza tra imposizione fiscale e competenze di spesa e che riduca i trasferimenti da Stato e Regioni ai Comuni alla necessaria perequazione  legata alla diversa capacità fiscale dei territori. 

Solo così è realizzabile una piena responsabilità fiscale e di spesa dei diversi livelli di governo ed  eliminare le partite di giro sui fondi pubblici e restituire il rapporto tassazione-rappresentazione politica a livello di comunità locale. 

La Città Metropolitana milanese potrà rappresentare un volano fondamentale per lo sviluppo economico, culturale e sociale del Paese in quanto è area storicamente vocata all’innovazione, alla sperimentazione e all’apertura internazionale. Sapremo cogliere questa straordinaria opportunità a condizione di costruire un nuovo ente di vasta area policentrico che metta i territori in primo piano con le loro vocazioni, identità e progettualità, dotato di adeguate risorse, di autonomie e di funzioni all’altezza del ruolo strategico assegnato alle Città anche in sede europea. 

Per quanto riguarda l’elaborazione dello Statuto della Città Metropolitana di Milano, il contributo del civismo si è incardinato sui seguenti obiettivi: elezione a suffragio universale del Consiglio e del Sindaco metropolitani; articolazione del Comune di Milano in Municipalità dotate di risorse e di autonomia; organizzazione della partecipazione dei cittadini e dei gruppi sociali, creazione di istituti di democrazia partecipativa; coinvolgimento dei cittadini alla governance attraverso il bilancio trasparente e il bilancio partecipativo, già in fase di sperimentazione in Comuni governati da sindaci e giunte civiche; pareggio di bilancio di suolo e riuso del suolo edificato nell’ambito di una pianificazione territoriale basata su tutela, riqualificazione e valorizzazione del paesaggio, dello spazio agricolo e del sistema dei parchi.

Obiettivi concreti e al tempo stesso di stimolo per tutta l’attuale coalizione progressista di maggioranza

Nell’ambito dell’elaborazione del piano strategico metropolitano il civismo punterà sulla realizzazione di sistemi integrati e coordinati di infrastrutture e di servizi, semplificazione, costruzione di reti, azioni per la promozione delle energie sociali, economiche,  imprenditoriali e culturali dei territori.

 

Da dove ricominciare? 

Concorrendo a promuovere una necessaria riforma istituzionale sia su scala europea, da dove proviene ormai il 50% circa dei nuovi impianti legislativi nonché sul nostro ordinamento istituzionale.

Ma ora, già da subito, con tre stimoli che possono funzionare a condizione di viaggiare su una moderna comunicazione pubblica saldata con gli interessi sociali: 

  1. uno Stato votato alla “spiegazione”, ovvero in grado di creare partecipazione e condivisione propedeutici al perseguimento dell’Articolo 1 della Costituzione per l’appartenenza della Sovranità. 
  2. un sistema regionale votato allo “sviluppo” e ricondotto alla sua missione originale; 
  3. un quadro delle autonomie locali a presidio dell’ascolto e della partecipazione del cittadino e delle imprese. 

Una de-burocratizzazione delle amministrazioni, frenandone la bulimia legislativa, minaccia ed alibi alla responsabilizzazione degli amministratori.

Trasformare a termine, con possibilità di rinnovo in funzione dei risultati perseguiti, l’assegnazione delle dirigenze pubbliche nazionali e territoriali.

Definire dei tetti retributivi fissi per la dirigenza sia delle amministrazioni pubbliche e che delle aziende/enti controllati o partecipati, assegnando una correzione variabile in funzione del raggiungimento dei risultati loro precedentemente assegnati come obiettivi. 

Proseguire la battaglia per dare piena legittimità democratica alla neonata Città Metropolitana di Milano e per innervarla con una attiva e consapevole partecipazione dei cittadini ai processi decisionali,  a partire dal Bilancio, fondamentale strumento di condivisione conoscitiva e di trasparenza, oltre che di capacità d’azione politica. 

In questo senso rimarrà alta nell’agenda la proposta civica di anticipare quanto più possibile l’elezione diretta, a suffragio universale, del Sindaco e del Consiglio della Città Metropolitana, senza la quale la Città Metropolitana rischia l’indifferenza della cittadinanza e quindi di vedere compromessa la sua portata politica innovativa. 

 

L’Europa che vogliamo

Come riportano numerosi documenti civici regionali: “la ripresa dell’economia e il superamento della crisi necessitano di più Europa”. Le speranze di una rinascita del vecchio continente sono legate allo sviluppo innovativo dei suoi centri metropolitani. Le città metropolitane, potranno d’altro canto prosperare solo in una Europa dinamica e rinnovata. Lo sguardo di un movimento civico deve dunque allargarsi a comprendere l’orizzonte europeo.

Se vogliamo che il lavoro di cinquanta anni di storia europea sopravviva, è necessario che le istituzioni comunitarie cambino. Il tempo e la congiuntura, da soli, non convinceranno i mercati che le strutture dell'Unione non hanno bisogno di essere riformate in senso federale. Tanto meno è utile la minaccia di un’uscita unilaterale dall’euro da parte di uno o più paesi in difficoltà. Un’uscita difficilmente realizzabile e dai costi altissimi per chi dovesse scegliere di andare in questa direzione. D’altra parte, è ormai evidente come proseguire con politiche di austerità simultanee in tutti i paesi dell’Eurozona non fa che aggravare la crisi e ridurre la fiducia dei cittadini nell’Unione, senza peraltro contribuire ai desiderati miglioramenti della finanza pubblica.

È invece urgente convincere i paesi del “Nord” (con minori problemi di debito pubblico) che devono da subito mettere in atto politiche fiscali più espansive, facendo così crescere la domanda aggregata nell’intera area euro e quindi diminuire il tasso di disoccupazione. A tale scopo, un attento coordinamento delle politiche fiscali tra i governi nazionali è assolutamente necessario.

È necessario che l’Europa si trasformi dal luogo delle elites al luogo dei cittadini. Bisogna cominciare a disegnare la Federazione Europea come l'avevano pensata i “padri fondatori”. 

Contemporaneamente all’avvio del coordinamento delle politiche fiscali è perciò indispensabile cominciare a riscrivere i trattati, accrescendo i poteri del Parlamento Europeo. Per superare l’anacronistica Europa delle Patrie, bisogna ridurre i poteri del Consiglio Europeo (dove si concentra il potere dei governi nazionali) e aumentare quelli della Commissione, a condizione che questa non venga “nominata” dalla contrattazione tra i governi nazionali ma si formi con la fiducia del Parlamento Europeo, su incarico conferito da un Presidente Europeo da eleggere direttamente a suffragio universale federale.

Fin da subito l’Unione Europea può provare di essere un’entità viva e utile per i territori e i cittadini’’, cominciando a:

1) Mettere ordine nel settore finanziario attraverso:

  • lotta ai paradisi fiscali; 
  • creazione di una agenzia di rating europea che si affianchi alle tre grandi americane oggi dominanti; 
  • divieto del proprietary trading (l’acquisto di titoli delle banche per conto delle banche stesse e non per i clienti); 
  • separazione delle banche commerciali (degne di speciale tutele)  da quelle di investimento che devono usare capitali di rischio e non quelli dei depositanti; 

2) Individuare nei sussidi di disoccupazione il nucleo di un bilancio federale europeo, da finanziarsi con un’imposizione europea (sostitutiva di una parte di quella nazionale). Un bilancio federale è, tra l’altro, condizione essenziale perché l’Unione Bancaria sia dotata di un credibile e potente meccanismo di risoluzione delle crisi.

3) Dare alla BCE un mandato di politica monetaria pieno, sulla falsariga di quello che ha la FED negli Stati Uniti, compreso il ruolo di prestatore di ultima istanza alla nascente Federazione Europea. 

4) Rivedere gli indirizzi relativi alle risorse trasferite dal bilancio europeo - a partire dalla PAC (che, in prospettiva, dovrebbe essere depurata dal carico di sussidi distorsivi che ancora oggi porta con sé) - per ampliare il supporto alle attività innovative e competitive indispensabili per un futuro competitivo dell’Europa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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