Cultura e istituzioni
Milano e (è) la Scala
Un invito al sindaco Pisapia a "fare chiarezza" sulle problematiche del nostro "tempio della lirica"
Pubblicato: 19/04/2014 14:40:00

MILANO - La stampa locale, nazionale e internazionale registra in questi giorni il “caso Pereira”, stigmatizzando l’operato del futuro sovrintendente del Teatro alla Scala, che vende e acquista da se stesso i diritti di allestimento di sette opere: licenziato con tre anni di anticipo dal Festival di Salisburgo, Pereira cerca di salvarne i conti in rosso acquistando come Scala, senza essere legittimato a prendere impegni e firmare contratti prima della sua nomina a sovrintendente, cioè prima del 30 settembre, alla scadenza del mandato di Stéphane Lissner.

Che gli spettacoli proposti da Pereira al CdA e ai Sindacati – e subito divulgati dalla stampa –fossero quelli di Salisburgo non è sfuggito neppure all’appassionato più distratto, invece il Sindaco dice di averlo “appreso dalla stampa”. La musica non è il suo mestiere e forse gli va stretto il ruolo di Presidente della Fondazione Teatro alla Scala che gli è imposto per legge. Però, Pisapia ha una solidissima esperienza come avvocato e all’ultimo CdA avrebbe potuto comportarsi come tale e decidere di chiudere subito il rapporto di consulenza con Pereira, senza aspettare di “vedere le carte”, anzi recandosi a quello stesso CdA conoscendole già. Possibile che nessuno abbia informato il Sindaco in anticipo? Possibile che con la sua esperienza non abbia avvertito qualche puzza di bruciato? Insomma, in questa vicenda il Sindaco non ha dimostrato verso la Scala un’attenzione adeguata: poteva ammettere subito che la scelta di Pereira come futuro sovrintendente è stata improvvida ed evitare il putiferio scatenatosi nei giorni successivi; oppure poteva confermare subito la propria fiducia nel sovrintendente designato e chiudere la questione sul nascere. Pisapia ha scelto di prendere tempo, di aspettare le reazioni del Ministero e l’evoluzione degli equilibri politici intorno alla vicenda: speriamo sia una tattica vincente, in mancanza di un’autentica strategia.

Ora si invocano l’incombenza di Expo e l’urgenza di definire una programmazione all’altezza della fama di cui gode (godeva?) il Teatro e che soddisfi le aspettative del pubblico internazionale del 2015 come scorciatoia per eludere il problema più urgente, quello dell’identità del Teatro che si concretizza nella sua programmazione.

La Scala funziona grazie a una macchina organizzativa ben collaudata da tutti i punti di vista ed è in grado di proporre ottimi spettacoli anche in situazioni di urgenza: le masse artistiche – orchestra, coro, maestranze di palcoscenico – sono capaci di prestazioni d’eccezione in particolare con direttori di alto livello (come dimostra l’opera attualmente in scena, Les Troyens, diretta da Antonio Pappano); i Laboratori Ansaldo sono in grado di realizzare scenografie e costumi in tempi contenuti; la direzione artistica gode di un buon numero di collaboratori affidabili per la scelta dei cast. Dunque, l’urgenza di programmare per Expo è uno specchietto per le allodole rispetto alla questione Pereira: la Scala è in grado di muoversi con le proprie forze, senza importare spettacoli già visti nella vicina Salisburgo (se del caso, piacerebbe fossero confermate le due opere più recenti: Die Soldaten di Zimmermann, un capolavoro del Novecento mai allestito a Milano, e Finale di partita, il primo e nuovo impegno teatrale dell’anziano e ottimo György Kurtág).

Sono tanti i problemi aperti per il Presidente del Teatro alla Scala, in primis la questione dell’autonomia con una sorta di “statuto speciale”, diverso da quello di ogni altra Fondazione, rivendicato per la storia e l’importanza internazionale del nostro “tempio della lirica”. Però, alle considerazioni di “buon governo” devono accompagnarsi riflessioni artistiche. La Scala è in primo luogo il teatro di Milano, dunque dell’opera italiana della quale dovrebbe fornire allestimenti indiscutibili e indimenticabili: da questo punto di vista le ultime stagioni sono state carenti e in particolare le produzioni di opere di Verdi nell’anno del bicentenario sono state troppo modeste. Anche per questo motivo, sarebbe benvenuta la presenza di un sovrintendente italiano, affiancato da un direttore artistico italiano: due personalità che siano libere dai condizionamenti dei circuiti delle agenzie internazionali.

Propongo qui di seguito un documento redatto e condiviso con professionisti del settore e personalità della scena culturale milanese, inviato al Sindaco poco dopo l’annuncio delle dimissioni di Lissner nell’ottobre 2013, e tuttora valido.


«Egregio signor Sindaco,
l’annunciato cambio della guardia alla Scala dovrebbe offrire alla città l’occasione per una riflessione sulle prospettive di quello che continua a essere il più importante simbolo culturale di Milano.
Sin dalla difficile crisi del 2005 – innescata da scelte dei soci non condivise (per sua successiva ammissione) dal Sindaco di allora – resta aperta la questione del legame tra il Teatro e la città, mediato dal ruolo e dalle funzioni, statutarie e di moral suasion, attribuiti al Sindaco pro tempore. Da questo punto di vista, si può osservare come tale legame si sia di fatto molto attenuato, tradendo lo spirito della riforma in Fondazione, che non ha mai prefigurato una netta abdicazione del potere pubblico, e tanto meno dell’amministrazione civica, garante, tra l’altro, di un rilevante finanziamento riconosciuto con l’attribuzione per legge del ruolo di Presidente al Sindaco, il quale, dunque, deve riassumere la capacità di guida e di indirizzo del Teatro nei confronti della cittadinanza.
Senza mettere, ovviamente, in discussione l’apertura al contributo dei privati, che in fondo ha funzionato effettivamente solo a Milano, e senza rivendicare alcuna prevalenza dei soggetti pubblici, è doveroso che la città svolga il ruolo che le spetta, non solo per la veste di Socio Fondatore ma, soprattutto, per l’importanza che la Scala assume per la proiezione internazionale della città e la sua capacità attrattiva, per il rafforzamento dello spirito civico e per la definizione di nuove politiche culturali, coerenti con le esigenze di profondo rinnovamento imposte dalla crisi economica.
Assume perciò valore prioritario, nella fase di individuazione del nuovo Sovrintendente, la definizione della vocazione che la Scala si attribuisce, riconducibile all’esigenza di garantire qualità e identità, tanto più alla luce del ruolo che il Teatro potrà svolgere nei mesi dell’Expo. Il Teatro deve riaffermare la propria eccellenza attraverso la riacquisizione di un’immagine, oggi appannata, intorno a figure artistiche stabili e qualificate, auspicabilmente espressione del patrimonio di eccellenza nazionale e milanese, insieme con una programmazione artistica che rilanci l’opera e la musica italiane, che il mondo identifica con questo Teatro.
Sarebbe quindi opportuno, in questa fase di riflessione e per le successive decisioni, che l’Amministrazione si dotasse di strumenti decisionali adeguati, quali dettagliate ricerche sulle performances dei principali competitor a livello internazionale, per verificare i margini di miglioramento possibili sul fronte della gestione economico-finanziaria e per avviare in piena consapevolezza il conseguente, ineludibile confronto sindacale.
Da questo punto di vista, la dra

mmatica situazione economica, che sta imponend

sacrifici durissimi e di lunga durata a tutti i cittadini, rende non procrastinabile una riflessione sulle funzioni sociali che questo grande soggetto culturale, abbondantemente finanziato con risorse pubbliche, deve svolgere, con l’obiettivo di aumentare la domanda, diversificare la composizione sociale degli spettatori e coinvolgere con continuità i giovani.
Infine, è importante sensibilizzare in tale dibattito tutta la città, le istituzioni milanesi dello spettacolo dal vivo e, in particolare, il sistema delle imprese, che dovrebbero essere richiamate non tanto a una generica generosità nei confronti della Scala, ma alla definizione di una politica precisa di rilancio dell’immagine complessiva di Milano e della sua attrattività che passi, o addirittura parta, dalla nuova proiezione internazionale del marchio Scala che il mondo dovrà associare all’eccellenza artistica e gestionale e a una precisa e caratterizzante identità culturale italiana.

Sulla base di queste premesse si chiede al Sindaco, quale Presidente della Fondazione, di fare chiarezza riguardo a:
- mission del Teatro, come istituzione di “pubblico servizio” e secondo la sua vocazione di “tempio dell’opera italiana”;
- aumento del numero di recite alla luce delle possibilità offerte dal nuovo palcoscenico;
- maggiore accessibilità, per favorire la presenza e la formazione culturale di un pubblico ampio e socialmente diversificato;
- trasparenza nelle modalità e nei criteri di selezione del nuovo Sovrintendente, al quale si devono affiancare un Direttore artistico e un Direttore musicale con impegno teatrale esclusivo in Scala;
- severa spending review sulle politiche retributive di alto livello con l’obiettivo di garantire sostenibilità e pareggio di bilancio;
- valorizzazione dei Laboratori Ansaldo;
- Scala ed Expo: sviluppare le capacità progettuali e gestionali del Teatro con una “regia” che abbia i suoi tempi di programmazione e coinvolga tutte le istituzioni.
È quindi auspicabile che il Sindaco assuma le decisioni conseguenti in tempi contenuti, al fine di evitare il protrarsi di una situazione di precarietà con il pericolo di generare conflitti di interessi.»

I “conflitti di interessi” ai quali si faceva riferimento in questo documento riguardavano la Scala e l’Opéra di Parigi, ora riguardano Salisburgo, dunque… siamo ancora allo stesso punto oppure siamo passati dalla padella nella brace?

di Anna Maria Morazzoni  (Musicologa, ha insegnato nei Conservatori e attualmente è docente all’Università di Milano-Bicocca. Membro del comitato direttivo di Movimento Milano Civica).




 

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