Lotta agli sprechi
Equilibrare eccedenze e carenze alimentari in una rete solidale
L'esempio può venire da Milano che ha una antica tradizione di solidarietà e accoglienza
Pubblicato: 16/04/2014 17:15:00

MILANO - Sono sempre stata sensibile al tema degli sprechi, soprattutto di cibo, perché in vita mia ne ho visti tanti e sono rimasta impotente. Credo che diventi sempre più necessario spostare gli avanzi ancora integri, per convogliarli a chi ha fame. Riporto la mia esperienza di una ventina d’anni fa quando facevo parte della Commissione Mensa nella Scuola elementare dei miei figli a Milano. I bambini rimanevano a pranzo, con orario continuato, permettendo a noi mamme di lavorare fuori casa, sollevandoci dal fare la spesa, cucinare ed essere presenti a metà giornata. Le maestre venivano invece afflitte da due ore di caos aggiuntivo, di cui avrebbero fatto volentieri a meno, nei refettori dal basso soffitto a volta dove l’effetto rimbombo raggiungeva livelli infernali e ognuna doveva tenere a bada decine di ragazzini tra urla e schizzi. I cibi più graditi tipo tortellini e budini finivano subito, mentre certe carni e la frutta restavano nei piatti e, a volte, sul pavimento.
Le cassette di mele impilate sul marciapiede fuori da scuola alle 8 di mattina destinate a 850 bambini, ritornavano uguali a se stesse alle 4 del pomeriggio, impregnate di “decibel”. Erano mele sonore. Chiedevo al Preside e agli addetti alla ristorazione dove andassero a finire e mi rispondevano che non si potevano riutilizzare per questioni igieniche, quindi andavano buttate. Non so se il giorno dopo rientrassero ancora le stesse. Mi auguro che fosse così, perché se si considerano 850 mele al giorno x circa 180 giorni scolastici fanno 153 000 all’anno, magari per i 5 anni di elementari, fanno 765 000 di mele. Le dietiste applicavano teorie giuste, ma purtroppo nessuno ne verificava gli esiti. Meglio qualche budino in più negli stomaci infantili e qualche mela in meno in pattumiera. Quelle mele, frutto del lavoro di tante persone, a partire dagli agricoltori, facevano poi molta strada: carico, scarico, viaggi andata e ritorno. O forse bisognava ricattare i bambini con “due gelati e un pelouche” omaggio - non c’erano ancora i-Pod e cellulari - contro il consumo di una mela?
Ho avuto poi esperienze in Ospedali, Cliniche, Residenze per Anziani, nei supermercati dove faccio la spesa, nei ristoranti e anche sugli aerei. Capita a tutti noi di osservare quanto cibo fresco venga gettato. Chiedevo se si potesse recuperare e riusare, ma mi rispondevano che c’era sempre un problema legale insuperabile. Per fortuna, da qualche anno, è stata approvata la Legge del “Buon Samaritano” e molte organizzazioni tipo Caritas, Banco Alimentare, Siticibo, City Angels e altre hanno compiuto il miracolo, quella svolta necessaria a concretizzare l’idea banale di far confluire ciò che è in eccesso dove c’è carenza. Fin troppo semplice. Ma questo non avviene ancora in modo strutturato.
In Germania, dove mi reco spesso per lavoro, è prassi consolidata il recupero degli avanzi nei Ristoranti, spesso gestiti da italiani. A fine pasto, ci si fa confezionare ciò che è rimasto nel piatto e si porta via anche la bottiglia di vino o birra non finita.
Riprendo l’articolo del 20 marzo sul Corriere, firmato Elisabetta Soglio, che evidenziava un dato impressionante: nel mondo vengono sprecati ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo (1/3 della produzione alimentare mondiale) contro 868 milioni di persone che soffrono la fame e che potrebbero essere nutrite x 4 anni con il cibo sprecato in un anno. In tutto ciò un miliardo e mezzo di persone sono obese o sovrappeso con conseguenti malattie cardiovascolari ecc., che vanno poi ad incidere sulla spesa sanitaria pubblica.
Le emissioni derivanti dagli sprechi di cibo corrispondono a 4 milioni di tonnellate di CO2, pari a ¼ dei tagli richiesti per rispettare gli accordi di Kyoto, per non parlare del cibo non utilizzato nell’industria alimentare e i prodotti lasciati nei campi. Si stima che quella quantità potrebbe riscaldare 122 000 appartamenti da 100 mq per un anno.
Si portava l’esempio dell’impatto ambientale di 1 kg di carne: 26 kg di emissioni di CO2, 15500 litri di acqua e 109 mq di terreno, mentre per 1 kg di pomodori sono 11kg le emissioni, 214 litri di acqua e 1,5 mq utilizzati. Anche questi dati fanno riflettere. Bisognerebbe limitare i consumi di carne e nutrirsi di più di verdura e frutta, anche più benefiche per la salute. La tradizione indiana ha sempre fatto suo questo sapere.
L’Expo di Milano dal 1-5 al 31-10- 2015 sarà un’occasione eccezionale in questo senso, dato che ha per tema: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. La Fondazione Barilla (Center for Food and Nutrition) sta quindi impostando un Protocollo Alimentare e ha inserito nel board tre persone importanti: Carlo Petrini fondatore e presidente di Slow Food, Paolo de Castro, presidente della Commissione agricoltura e sviluppo del Parlamento Europeo, e Alberto Grando, prorettore per lo sviluppo Sda Bocconi. Carlo Petrini ha realizzato progetti grandiosi a livello mondiale, ridando dignità e valore ai prodotti naturali e alla loro biodiversità, agli agricoltori come anello fondamentale della catena, che sono invece sottopagati e il cui apporto essenziale non viene riconosciuto e mettendo in rete tramite il sistema integrato “Terra Madre” i produttori, che si scambiano opinioni e conoscenze e vendono i loro prodotti. Ha creato l’Università di Scienze Gastronomiche conosciuta a livello internazionale per diffondere la cultura del cibo “buono, pulito e giusto”. Qualità e sostenibilità ambientale del sistema alimentare sono i temi principali portati avanti da Petrini in un trentennio.
La Fondazione Barilla si pone 3 obbiettivi: 1. Diminuire del 50% entro il 2020 il cibo sprecato nel mondo 2. Attuare riforme agrarie e combattere la speculazione finanziaria, dando un limite all’uso di biocarburanti a base alimentare (1/3 della produzione di cibo è destinato al bestiame). 3. Lottare contro l’obesità diffondendo le regole per stili di vita e alimentazione sani.
Carlo Petrini chiede alle Istituzioni di prendere atto del problema e di valutarne le conseguenze, dato che il produttivismo sfrenato ci ha portati a questa situazione disastrosa. Si parla tanto di mangiare con chef e ricette in televisione, si spreca tanto e poi abbiamo il paradosso di bambini obesi nei paesi ricchi, e sottonutriti in quelli poveri. Petrini si augura che Expo sia un’ occasione di analisi e soluzioni a questi contenuti e non si riduca ad una kermesse turistica.
Il tema della fame e degli sprechi si fa attuale e urgente, perché nel nostro paese sta crescendo in modo esponenziale il numero di nuovi poveri, persone che perdono il lavoro e non possono reinserirsi sul mercato per via della stagnazione del sistema, che ci auguriamo venga superata con riforme e provvedimenti per far ripartire il meccanismo.
Di fronte a questa situazione terribile lo spreco non è più tollerabile, non si può più gettar via ciò che può essere riutilizzato, distribuendolo a chi si trova in stato di necessità. Inoltre, anche i rifiuti andrebbero riciclati in modo più sistematico.
La recente pubblicità di un supermercato parla di “Spreco stupido”. Infatti, oltre ad essere moralmente offensivo, lo spreco è idiota, se si pensa che si parla di beni già esistenti, di grande valore umano e sociale, grandemente richiesti e che non devono essere creati dal nulla, ma solo spostati da dove sono troppi a dove mancano. E’ un paradigma semplice.
Mi domando chi abbia avuto interesse finora perché ciò non avvenisse o se si tratta solo di pigrizia mentale e coscienze in letargo.
Come i cambiamenti climatici stanno mettendo in discussione tutti i nostri vecchi parametri e ci chiamano direttamente in causa, così la crisi economica ci pone di fronte a grandi responsabilità individuali e abbiamo la fortuna di poter ancora agire prima che sia troppo tardi. Possiamo rimettere in circolo energie e risorse per una solidarietà concreta, perché là dove non si spreca, avviene un risparmio di fondi da mettere a disposizione per creare lavoro per giovani e meno giovani.
Noi tutti vorremmo che Milano, che ha una antica tradizione di solidarietà e accoglienza, potesse dare il buon esempio ad altre città italiane mettendo in moto un sistema integrato per creare condizioni migliori per tutti i cittadini, senza costringerli ad espatriare per trovare altrove un modello di società più equo.

di Emanuela Niada

 

Milano città con il cuore in mano, Milano città dell'accoglienza, Milano che dà un'occasione a tutti.
Quante volte sentiamo dire queste frasi o le pronunciamo noi stessi? La maggioranza dei cittadini spesso, visto che, chi prima, chi dopo, ha vissuto l'esperienza di arrivare a Milano e capire che è tutto vero, che una città descritta storicamente come fredda e frettolosa, ha invece un'anima calda, accogliente, composta, forse dall'insieme delle energie vitali di tutti coloro che ci vivono e che qui hanno trovato il futuro. Questa riflessione si può applicare a diversi aspetti della vita di questa città, uno in particolare, che Emanuela Niada ha indagato, si riferisce a due problemi in uno, meglio ad un problema che può trasformarsi in opportunità.
Avanzare cibo è un delitto, ma si può far qualcosa perché lo spreco sia ridotto sempre più e, magari, diventi risorsa per chi fatica a nutrirsi adeguatamente?
Milano dimostra che si può e gli esempi in questi ultimi tempi sono molti, in particolare tra chi sarà il nostro futuro, infatti, grazie agli Assessorati all'Educazione e alle Politiche Sociali e al contributo di Milano Ristorazione, la società che gestisce le mense scolastiche della città, sono già molte le buone pratiche messe in atto nelle scuole milanesi per ridurre gli avanzi e ridistribuire le risorse.-
Aldo Palaoro




 

Commenti:
commento di Paola Colombini lasciato il 17/04/2014 alle 23:55
Per completezza informativa dovuta ai nostri lettori sarebbe stato opportuno specificare, com'è consuetudine nella comunicazione giornalistica, la qualifica di Aldo Palaoro: Consulente Relazioni pubbliche e Strategia di comunicazione di Milano Ristorazione.
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