Commemorazioni
Prospero Moisč Loria "Il Filantropo"
Presentato a Milano il libro di Bruno Pellegrino sulla vita del fondatore dell'Umanitaria
Pubblicato: 08/04/2014 14:14:00

MILANO - Anche se Milanese solo di adozione, si trasferì a Milano solo per trascorrervi una serena vecchiaia, Prospero Moisè Loria ha fatto per Milano, per la Milano bella e giusta quella delle Arti e dei Mestieri, molto più di tanti Milanesi doc, anche contemporanei e anche di immensa ricchezza. Infatti: "È il 1892, nel suo testamento Prospero Moisè Loria lascia al Comune di Milano, più di 10 milioni di lire oro, cifra astronomica, per l'epoca, pari a 61 miliardi di lire o 31 milioni di euro di oggi. Una cifra enorme che servirà a finanziare la più importante e la più innovativa istituzione di solidarietà del riformismo italiano di tutto il Novecento: la “Società Umanitaria”Lunedì 7 aprile in occasione del bicentenaria della sua nascita, nella sala ARCI di via Solari 40, è stato presentato il libro "Il Filantropo" dello storico Bruno Pellegrino, dedicato alla vita di quel Prospero Moisè Loria, ebreo mantovano, che arrivato a Milano nel 1884, lanciando l’idea di costituire la Società Umanitaria, diceva: “si potrebbe applicare alla Beneficenza tutti i criteri che possono derivare dal grande e fecondo principio d’associazione, all’intento di coordinare tutto ciò che esiste di filantropico (…) tutti quei provvedimenti che valessero ad assicurare vitto, alloggio e lavoro alle classi bisognose, affinché i poveri abbiano a popolare le officine e i campi, che col lavoro moralizzano e producono. La Società Umanitaria si prenda a cuore l’incremento del lavoro utile, adattandolo alle vocazioni e capacità dei singoli lavoratori, facendolo insomma diventare, da penoso, come spesso è oggi, piacevole e attraente”. Lungimirante, innovatore, generosissimo Loria gettò le basi per l’emancipazione delle classi povere attraverso il lavoro e lo studio, considerando la semplice elemosina umiliante e inutile ai fini del riscatto sociale. Applicò il concetto ebraico di tzedakà (chi ha la fortuna di possedere molto denaro ha il dovere, la "missione" di fare del bene) e fu molto più di un filantropo, un vero innovatore sociale. A rievocare il suo messaggio e la sua figura, nell’incontro del 7 aprile, sono intervenuti tra gli altri, il Rabbino Capo Rav Alfonso Arbib, Bruno Pellegrino, autore del libro, Piero Amos Nannini, presidente della Società Umanitaria, l'urbanista Giorgio Romano e l'assessore Giovanni Cappelli.

di Marina Cavallo

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