La comunicazione politica
Come si costruisce l'opinione pubblica e l'orientamento al voto
Riflessioni di Paola Colombini in seguito alla presentazione del saggio "Consenso" di Mario Rodriguez
Pubblicato: 21/10/2013 13:17:00

MILANO - La comunicazione politica è l’attività di costruzione di significati. Attorno a questa proposizione si svolge la narrazione di «Consenso» (editore Guerini e Associati, euro 16.50), il saggio di Mario Rodriguez presentato lunedì 14 ottobre all’Umanitaria per iniziativa del Movimento Milano Civica.
Ne hanno parlato con l’autore Umberto Ambrosoli, la sociologa Francesca Zajczyk e Massimo Gorla, dirigente Rai; moderatore, il giornalista Fabio Pizzul.
Gli argomenti si sono sviluppati in un dialogo serrato, tanto più stimolante in quanto affrontato da differenti punti di vista: politico, sociologico, dell’esperto di comunicazione televisiva... E qui non poteva mancare un riferimento al ruolo delle televisioni nella costruzione delle opinioni e nell’orientamento del voto. 

Per Gorla la TV è diventata, a partire dagli anni Ottanta, il palcoscenico della visibilità e il trionfo del mito del piacere e del desiderio. E non per nulla oggi – aggiungo io – in una crisi lunga e lacerante il buon senso comune ha rigettato quell’immagine gaudente, finalmente disvelata, determinando il crollo elettorale del Pdl.
Per Zajczyk, Berlusconi altro non ha fatto che abilmente radicare valori e aspettative valoriali che già esistevano nella società. E su questo – suggerisco ancora io – dovremmo riflettere noi donne alle quali, in questo deprimente ultimo ventennio, non è stato a quanto pare “imposto” dall’esterno un modello, bensì siamo rimaste intrappolate in frammenti della nostra realtà e dei nostri tradizionali (e forse mai rielaborati) desideri, trasformati in sogno.
E, ancora, Ilvo Diamanti nella prefazione del libro sostiene che il successo di Berlusconi è dipeso dalla sua capacità di dare “immagine” e dunque “rappresentazione” alle domande e alle attese di una società cambiata profondamente. Per dirla terra terra, abbiamo inseguito una chimera.

Tornando alla comunicazione politica, Umberto Ambrosoli ha introdotto con vigore il tema portando un esempio concreto: il concetto di legalità, punto qualificante e identificativo della campagna elettorale del centro-sinistra alle elezioni regionali lombarde.
Quale significato è stato attribuito dai cittadini a questa parola? Che percezione ne hanno avuta gli elettori? Perché il principio di legalità, che in democrazia dovrebbe essere semplicemente irrinunciabile in ogni agire politico, non è stato compreso come valore vitale per il bene collettivo?
Un’esemplificazione ci ha fatto comprendere quanto distanti possano essere i significati attribuiti alle parole. Per alcuni la legalità è stata intesa come “onestà”, il non appropriarsi di denaro pubblico e non approfittare per il proprio interesse del potere conferito dal voto. [E qui, aggiungo io, l’antipolitica ha fatto il suo lavoro sporco: “Arrivati al potere, siete tutti uguali!”]. Per altri, banalmente (ma neanche troppo nel Nord Italia), la legalità è stata intesa come “ordine pubblico” preferibilmente declinato nella repressione dell’“altro”, percepito come un pericolo personale e sociale.

Vorrei aggiungere, a proposito dei messaggi “forti” della campagna elettorale del Patto civico per Ambrosoli, un’altra considerazione.
Forti perché liberi è stata l’icona della nostra campagna elettorale: il nostro biglietto da visita che, con orgoglio, abbiamo proposto ai cittadini riconoscendoci in quel messaggio, quasi una sintesi delle nostre vite professionali, sociali e individuali.
Ma che cos’è la libertà? Quale significato ognuno di noi ha dato e ha trasmesso di quella parola? Di quali valori ognuno di noi ha caricato quel messaggio? E quale significato è stato dato a quella parola dai cittadini nelle strade, nei convegni, nei gazebo? In relazione a quali vissuti generazionali, culturali, esistenziali e anche politici di ogni elettore è stata “tradotta” quella parola?

La parola “libertà” compare per ben 3 volte nei Principi fondamentali della nostra Costituzione, e anche lì con accezioni e sensibilità diverse.
Se volessimo definire una volta per tutte cos’è per noi la libertà, ci accapiglieremmo. E non dico con i nostri competitor politici, ma anche all’interno di una qualunque riunione della nostra coalizione o del movimento nel quale siamo impegnati.
Ed è un bene, poiché la diversità di opinioni, e di provenienze culturali e ideali, crea ricchezza quando costruisce una tessitura proficua e sinergica all’interno di una visione condivisa e di grande respiro.
È anche questa la forza del civismo organizzato.

Per tornare a «Consensi», e alla costruzione del “con-senso” attraverso la leadership, Rodriguez spiega di che si tratta: «un partito o un leader non sono quello che credono o dicono di essere, ma assumono il significato che attribuiscono loro quelli che li scelgono».
Ossia: è chi riceve il messaggio che ne determina il significato, non chi comunica il messaggio.

Questa rivelazione, che può apparire sconvolgente, mi ha fatto venire in mente una citazione di August Wilhelm von Schlegel, scrittore e critico tedesco vissuto tra Sette e Ottocento, che si occupò anche di estetica: «Il paesaggio non esiste se non nell’occhio dello spettatore».
A pensarci, effettivamente è così. Tuttavia paesaggio e spettatore sono il frutto della stessa cultura: chi “abita” un paesaggio lo “riconosce” come proprio, e tale appartenenza genera “senso” e “identità”. E, con essi, la spinta a conservare il “proprio” paesaggio come un bene che appartiene a sé stessi e alla comunità.
Quando lo spazio geografico perde di significato (di senso) dentro grandi mutamenti sociali e valoriali non è più “bene” ma “merce”, da consumare in nome di altri miti e di altri bisogni sociali e individuali (il consumo di suolo è fra le tragedie della contemporaneità). Il paesaggio si può allora addirittura distruggere nell’indifferenza della collettività che pur lo possiede: perché, nell’immaginario, non appartiene più a nessuno, non è più fattore identitario.
Nella nostra storia, la civitas romana e poi l’orgoglio dei Comuni, e facendo un salto di secoli per non darvi tedio, nell’Ottocento la “magnificenza civile” di Carlo Cattaneo, hanno custodito le nostre identità e il nostro bene comune.

Nell’evoluzione del concetto di “cittadinanza” si può ancora tirar fuori quel nocciolo identitario attorno al quale dare vita all’universo valoriale di cui parlano gli esperti comunicatori?
Costruire significato, stimolare feeling.

La costruzione di “senso” e di “identità” appare dunque, e in qualunque campo, una necessità vitale in una fase storica nella quale entrambi questi valori si sono smarriti assieme alla memoria storica.
C’è un vuoto da riempire.

Infine, non potendo dar conto di tutte le sollecitazioni che sono state gettate in quella serata, propongo due ultimi temi.

Chi è il leader? Uno specialista della rappresentanza supportato dalla competenza.
Scrive Rodriguez: «Chi è impegnato in politica deve diventare uno specialista della capacità di rappresentare valori, identità e interessi dei cittadini... ma deve conoscere anche cosa non può necessariamente risolvere da solo, cosa chiedere ad altri specialisti».
In parole povere: deve sapere di non sapere.
E deve però anche essere conscio che la decisione spetta a lui: al leader.
Deve recitare al meglio la sua parte.

L’altro tema intrigante per noi civici è il seguente.
Siamo in una fase storica nella quale ci sono due aspettative: da una parte la richiesta forte di coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni di base, dall’altra la necessità di prassi decisionali rapide.
Tema importante: basta pensare al fatto che scelte prese in sede regionale, nazionale o addirittura europea condizioneranno le nostre le vite. Come conciliare?

La faccenda non è da poco, se la questione della “democrazia partecipata” è stata recentemente al centro anche del dialogo tra Eugenio Scalfari e Massimo Cacciari nell’iniziativa «La Repubblica delle idee» di Venezia.
Ha detto Scalfari: «il massimo di democrazia si realizza al livello più basso, quello dei Comuni. Man mano che si sale è sempre più una democrazia indiretta, attraverso la delega, e questo produce sempre democrazie che vivono nelle oligarchie».
Se questo è vero (non lo so, parliamone), ecco l’importanza di una democrazia partecipata “dentro un progetto politico civico”, che può dare forza, visibilità e orientamento condiviso alle nostre voci.

Rodriguez ha chiuso la serata con un appello: non separate razionalità dai sentimenti.
Subito ho pensato a noi donne. Siamo ancora mortificate dall’inadeguata rappresentanza nei luoghi elettivi pur a fronte di liste costruite nella parità di genere (perché i partiti candidano le donne e poi non le sostengono? e perché elettrici/elettori non votano le donne?).
La capacità di dare vigore sinergico all’una e all’altra delle opzioni – ragione/emozione, razionalità/sentimento – è qualità delle donne. Non so se è vocazione biologica, intelligenza di genere, specificità culturale positiva per tutti, evoluzione della nostra specie per costruire nuovi modi di governare le complessità. Forse è un mix di tutto questo.
Di certo, le donne sono una risorsa indispensabile alla democrazia.

di Paola Colombini
 

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