L'intervento sul Piano Regionale di Sviluppo
PRS: SESSANTA PAGINE DI VUOTO POLITICO E STRATEGICO  
Dichiarazione di Umberto Ambrosoli, coordinatore del centrosinistra in Consiglio regionale  
Pubblicato: 10/07/2013 14:07:00

Gentile Presidente, il documento che siamo chiamati a valutare oggi, il Piano di Sviluppo Regionale, è un documento fondamentale per la prospettiva politica di una legislatura. La sua discussione arriva in aula allo scadere ormai compiuto dei primi cento giorni di governo, il periodo canonico in cui si ritiene che un esecutivo metta in cantiere le fondamenta dell’edificio politico che poi costruirà nel corso dei cinque anni.

Il documento è quindi fondamentale per comprendere appieno cosa si vuole fare nei prossimi anni per cambiare e migliorare la Lombardia.

In pochi minuti di discorso vorrei quindi tratteggiare perché questo documento pianificatorio vedrà il nostro voto contrario.

Non già perché in esso sia contenuta una visione diversa della gestione della cosa pubblica, ma perché in queste sessanta pagine NON è contenuta alcuna visione politico-strategica.

Se infatti si spolvera il documento da alcuni passaggi che alle nostre orecchie suonano ideologici, resta sul tavolo la collazione di una serie di report prodotti dalle varie direzioni generali, una sorta di diario di bordo di quanto gli uffici stanno facendo da tempo e, presumibilmente, continueranno a fare, soprattutto in assenza di un chiaro indirizzo politico che ne muti il corso.

Questa ASSENZA DI VISIONE POLITICA è infatti tangibile in tutto il documento ed è la prima accusa che rivolgiamo all’operato della sua giunta.

Lei, presidente, che ha fatto della discontinuità uno slogan nella sua campagna elettorale, ci mostra, nel documento fondamentale di Legislatura, come la continuità, nei fatti, sia ormai pianificata. Sarebbe gioco facile, giocando sulle iniziali, dire che questo, più che di strategie per il futuro è il Piano di una Realtà Svanita, che non c’è più.

E potrei dilungarmi in una comparazione con il PRS della IX legislatura (che pure ho qui) per segnalarle i punti sostanzialmente identici fra i due documenti. Sarebbe sicuramente un esercizio interessante - e a tratti divertente - ma credo esuli dal compito che ci siamo dati oggi. Quello cioè di dirle che questa continuità, questa assenza di qualsiasi cambiamento di rotta politica sia ormai da tutti tangibile e ci restituisca un finto formigonismo in assenza di Formigoni.

(Credo che almeno su questo, a quanto leggo, il presidente Cattaneo sia d’accordo con me (se non addirittura più severo)).

A noi pareva, e credo anche agli elettori che l’hanno votata, che la necessità di una discontinuità, di un cambio di rotta fosse auspicato e necessario. Ma, ad oggi, non ve n’è traccia alcuna. Per cui ci troviamo a vivere la fine di una lunga era politica senza vederne sorgere una nuova. Che forse parimenti criticheremmo, ma che comunque oggi non mostra alcun tratto della sua fisionomia.

Questa purtroppo è la storia dei primi giorni della sua attività legislativa, all’insegna di una serie di atti di pura manutenzione dell’esistente senza alcun guizzo significativo che faccia intravedere quale strada si voglia intraprendere da qui al 2018.

E questa, caro Presidente, non è solo un’impressione delle minoranze consiliari, ma appare sempre più manifestamente un tema anche dei vari attori sociali che, uno alla volta, dai sindacati dei lavoratori alle associazioni imprenditoriali, chi sommessamente e chi con più veemenza, fanno sentire il loro stupore per questa inerzia che sta caratterizzando l’inizio di legislatura.

Quello che è ora un mormorio imbarazzato, spesso in cerca di conferme, presto diventerà una domanda chiara e forte.

Ma cosa sta facendo la Giunta Maroni?

Qualche atto, qualche obolo elettorale non andato a buon fine e la prima caduta, grave e rovinosa, su nomine non certo di primo livello.

Tutto qui, verrebbe da dire.

Ed è proprio questo Suo immobilismo, questa Sua assenza di azione che fa sembrare il suo predecessore, del quale condividevamo poco o nulla, un campione di attivismo e dinamismo.

All’esterno c’è una situazione drammatica. Questi cinque anni di grande crisi lasciano macerie dappertutto, ma direi soprattutto in lombardia. Non voglio mettermi a citare le situazioni economiche e sociali che le cronache ci mettono ogni giorno sotto gli occhi.  La disoccupazione giovanile, e la nostra lombardia non fa eccezione, viaggia con velocità doppia (!!!) della media nazionale dei disoccupati; la mortalità delle imprese  ha superato per la prima volta nella nostra regione la natalità di nuove iniziative imprenditoriali; il crollo degli ordini interni alla regione è impressionante: da noi più che nel resto d’italia, una botta che va oltre il 7 per cento!

Per non citare il grido di dolore e di collera che appena ieri ci è giunto dall’industria edilizia, una delle filiere più importanti della nostra economia, la quale, fatto 100 il 2006,  lamenta un crollo delle compravendite immobiliari superiore al 40 per cento!

Cosa fa la Giunta? Di fronte a questa situazione può restare a guardare?

          Ed è questo il punto fondamentale. La Lombardia, come terzo ente di Governo per cittadini amministrati, può permettersi di trasformarsi in una sorta di “spettatore imbarazzato”, perdendo ogni ruolo di attore consapevole di quanto accade all’interno dei propri confini?

Purtroppo, però, è proprio il ruolo di “spettatore imbarazzato”, quello che si sta giocando su molte partite: assistiamo infatti a un esecutivo che abdica ad un ruolo di guida politica che invece, a nostro avviso, andrebbe esercitato con forza.

Lo vediamo ogni giorno nelle commissioni, dove ogni giorno si concentrano le lamentele di comuni, province, di associazioni di categoria, di sindacati. In cento giorni avremo fatto decine di audizioni in tutte le commissioni, e centinaia ne faremo ancora. E’ normale, in un tempo complesso come questo, che le lamentele siano molte e di diverso tipo. Ma quello che più stupisce sono le risposte interlocutorie, imbarazzate, dei suoi assessori, spesso senza una bussola precisa per indicare una strada, giusta o sbagliata che sia. Non c’è visione! Non siamo proprio riusciti a percepirla. E non per pregiudizio,  per partito preso!

Ci deve infatti dare atto, signor Presidente, che dalla minoranza ci siamo comunque sforzati di interpretare i primi cento giorni in modo molto corretto, con una apertura di credito che ha sempre distinto la propaganda dalla necessità di essere buoni legislatori.

Proprio per questo abbiamo lavorato insieme su alcuni progetti, senza steccati ideologici, ma cercando di migliorare, ad uso dei cittadini, quei testi proposti a diventare leggi. E questo impegno non verrà meno certo ora.

Ma, parliamoci chiaro, fino ad oggi abbiamo fatto interventi di mera manutenzione legislativa. Una proroga, una moratoria (che poi è la stessa cosa detta in altri termini), una di nomine commissariali , e una legge dettataci dal livello nazionale, quella sui costi della politica.

Altro, sinceramente, non si è visto.

E questa inerzia parte proprio dalla sua giunta, inerzia per la quale anche qui in Consiglio la sua stessa maggioranza resta spesso in attesa interlocutoria.

Come se le comunicazioni fra legislativo ed esecutivo, dalla stessa parte politica, non funzionassero poi così bene. Lo abbiamo visto, e cito solo un esempio, nel progetto di riforma dell’Aler, che Lei vorrebbe rinominate in Alpe, accolto in questo palazzo con un certo straniamento, a pochi giorni dalla presentazione da parte della Lega Nord, forza di cui lei continua ad essere segretario generale, di un progetto di Legge sullo stesso tema ma di contenuti ben diversi.

Come possiamo approvare quindi un documento così freddo, privo di anima, in cui comunque non ci ritroviamo?

E come possiamo renderlo vivo, laddove siete proprio voi ad ucciderlo? E i primi a non crederci?

Non possiamo perciò partecipare al gioco emendativo, laddove siamo convinti di dover rigettare in toto l’atto politico. D’altronde come possiamo sperare di migliorare una cosa del cui impianto non vediamo i lineamenti precisi e riconoscibili?

Ovviamente voglio essere chiaro, questo PRS contiene molte cose che prese singolarmente sono buone e lodevoli. Così come in molti emendamenti sono presentati miglioramenti condivisibili. Ma è proprio l’insieme di queste singole cose che non riesce a trasformarsi in un documento politico accettabile.

Non è un insieme di note che fa una sinfonia.

E bocciando il documento non bocciamo i singoli progetti ma l’insieme. Anche uno spartito, che esprime una pessima musica, contiene tante note che, suonate singolarmente, sono perfette; ciononostante nell’insieme possono spesso dare risultati stridenti.

 

 

Il PRS 2013 – 2018
 

Veniamo alla sessantina di pagine che costituiscono il Piano regionale di sviluppo, che già dal titolo contiene due termini fondamentali: il concetto di pianificazione e la necessità di farla per uno sviluppo.

Ho cercato nelle “Premesse” le parole chiave di una certa ispirazione. E’ l’unica occasione che il documento presenta – per come è costruito - per fissare qualche parametro generale rispetto all’annuncio di politiche fatte su segmenti separati.

Lei, presidente Maroni, provi a rileggere queste due pagine di approccio generale. Magari quando è politicamente più ispirato. Vedrà se non le viene un certo magone, come diciamo noi dalle nostre parti.

Sono sicuro che – se glielo faccio notare – anche lei conviene che quelle due paginette così scarne sono un’occasione persa. Persa per dare una cornice davvero strategica all’azione di governo.

La quale azione – finita la campagna elettorale e messi da parte gli arnesi della comunicazione - doveva significare escogitare un’equazione originale ed innovativa tra idee nuove, discontinuità necessarie e intelligente fronteggiamento della crisi delle risorse.

Poteva essere l’occasione per spiegare e far condividere ai cittadini lombardi il senso della sfida presente, cosa vuol dire, a terzo millennio cominciato, governare non il tran tran, ma l’uscita da una crisi tra le più terribili mai verificatesi..

Invece la prima mezza paginetta se ne va a ripetere i quattro arnesi della propaganda elettorale. La seconda e la terza se ne vanno a sciorinare i titoli delle quattordici competenze regionali dove al posto dei contenuti c’è, di solito, la parola “nuovo” (nuove forme, nuove modalità, nuova programmazione, eccetera); insieme alla parola “più” (più trasparenti, più competitivi, più rilevanti, eccetera).

Non vogliamo certo fare le pulci agli uffici che hanno steso i documenti, ma vederne il senso più complessivo. Tema per tema, i miei colleghi, illustrando gli ordini del giorno, aggrediranno più in profondità tutte le tematiche.

Qui invece vorrei proporre una lettura politica più generale, proprio partendo dalle considerazioni istituzionali del documento.

E qui viene spontanea una domanda diretta:

Caro Presidente, ci vuole spiegare, una volta per tutte, cosa è questa MACROREGIONE?

Qui siamo in una sede istituzionale, non abbiamo i tempi di una campagna elettorale o di un’intervista in televisione, per cui credo ci sia tutto il tempo e la possibilità di affrontare il tema in profondità.

Vorremmo infatti capire dal punto di vista istituzionale, ma anche sotto molti altri profili, che contenuto ha questa parola. E non parlo solo in termini di dialettica politica, ma le ricordo che la Macroregione è considerata nel PRS un risultato atteso, precisamente (Ist. 18.1) “l’Attuazione della Macroregione del Nord”. Un punto come un altro, alla stregua cioè della “Certificazione dei bilanci di tutte le aziende sanitarie” (Soc. 13.1) o del “Rinnovo parco autobus” (Ter. 10.2).

Per cui teniamoci al di fuori della polemica politica e, desiderando prendere con la massima serietà questo Piano – come il Presidente Cattaneo ci ha ripetutamente invitato a fare -, vorremmo sapere come pensa di attuare la Macroregione.

Quali sono gli strumenti con cui vuole attuarla? Vorremmo, in sintesi, capire, se lei ritiene che, nel 2018, vivremo tutti in una nuova entità costituzionalmente riconosciuta che si chiamerà “Macroregione del Nord”.

Come ho avuto modo più volte di sottolineare in campagna elettorale ciò ci vede pesantemente scettici, e perciò anche molto contrari. Noi pensiamo che questo sia solo uno slogan, ma ora ce lo troviamo fra i risultati attesi: perciò dovremmo aspettarci che si realizzi?

O dobbiamo pensare che anche tutti gli altri risultati attesi siano stati concepiti con lo stesso grado di fattibilità? Che quindi questo Prs sia un “libro dei sogni” – badi che l’espressione non è mia ma è tratta dalle osservazioni depositate dal Sindacato Padano, non un’autorità indipendente, si direbbe…

Perché se dobbiamo discutere di un documento la cui serietà è messa in discussione dalla stessa parte politica che lo ha presentato, allora forse è meglio fermarsi subito. Anche perché negli allegati al PRS, nel Rapporto sulla situazione economica, sociale e territoriale della regione, a pagina 7, punto 1.1.6, vengono tracciati, pur non esplicitamente, i confini della macroregione: “ipotetico aggregato dei territori regionali di Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Liguria, Emilia Romagna che danno evidenza del ruolo economico, sociale e territoriale di questa area del Paese”.

Ecco, che queste regioni abbiano numeri importanti ci vede assolutamente d’accordo, ma quello che non capiamo è come si realizzerebbe un soggetto istituzionale che le racchiuda? Come questo possa partire da questa regione? E soprattutto come possa mai verificarsi, visto che neppure i suoi alleati sembrano tanto convinti della bontà dell’idea?

Ad ora, infatti, la Macroregione viene usata per ironizzare, come quando un reggimento si sposta da Milano a Vercelli o un’industria da Milano a Verona. E’ tutta macroregione, viene ripetuto.

Ma oltre non si è andati.

Per cui le chiedo se gentilmente può spiegarci se esiste una road map per questo progetto, in modo che si possa aprire una riflessione politica sul tema o se invece dobbiamo prendere ogni affermazione sulla macroregione per come ci appare. Cioè uno slogan, forse privo di contenuto geopolitico; forse semplicemente il titolo del vostro libro dei sogni; un modo per ritornare, caduto l’impero romano, al 476, quando il re degli Eruli governava più o meno la stessa regione. Ma, se non sbaglio, si chiamava Odoacre, non Maroni!

 

Che fare degli enti locali?
Esiste poi anche un altro punto su cui il Prs non fornisce alcun chiarimento mentre noi crediamo sia un’urgenza in un’Italia in cui gli Enti Locali soffrono oltre ogni livello di guardia: come pensate di affrontare l’attività pianificatoria rispetto ai conflitti di una governance multilivello ‘irrisolta’?

Questo è uno dei temi sui quali una regione che ha la pretesa di avere una leadership sul territorio lombardo deve dare risposte convincenti.

Il suo predecessore, gentile Presidente, risolveva questo problema alla base, cioè non affrontandolo. Il neocentralismo regionale vigeva come sistema definitivo di governance, tutto il possibile veniva accentrato e riportato al 31esimo (al tempo) piano.

Lei, correttamente nella nostra ottica, ha sempre rifiutato un modello neo centralista, ma non si sta comportando di conseguenza.

Alla prima proposta di legge, quella su Aler, si è affrettato ad accentrare tutto a Milano, compresi i patrimoni storici delle comunità locali, tutto sotto un unico cappello.

Ora, anche grazie alle audizioni, capiamo che il conflitto fra i livelli sta esplodendo. Dai piccoli comuni alle province, dalle comunità montane alla città metropolitana, vediamo che gli enti lombardi cercano, un attore, un interlocutore forte nella regione Lombardia. Ma non lo trovano. Anzi in realtà trovano quello spettatore imbarazzato che non ha un indirizzo preciso e che se la cava rimarcando una terzietà che non è certo governo dei processi.

 

Expo
Infine, per rimanere a questa area fondamentale della pianificazione, vorremmo capire con chiarezza, con linee ben definite, il ruolo dell’Ente regione su tutta la partita dell’Expo 2015. Sappiamo che il suo predecessore ci teneva particolarmente a giocare un ruolo in prima persona su questa partita internazionale. Ora invece pare proprio che la Regione si limiti a fare da raccordo tra il commissario e gli altri livelli istituzionali.

Ci vorrebbe forse maggior coraggio. Anche approfittando della disponibilità appena dimostrata dalla presenza diretta del Governo e della Presidenza della Repubblica, questa domenica a Monza, chiaramente intenzionati a fare dell’Expo una scommessa di sviluppo per tutto il  Paese. 

Sarebbe da dedicarci in una visione integrata certamente UNA BUONA PARTE se non addirittura TUTTO il PRS, tra preparazione dell’evento e programmazione del DOPO Expo.

Fino ad ora invece ci siamo occupati delle infrastrutture per Expo ma, alle prime avvisaglie di quello che sarà il programma culturale che verrà presentato, mi consenta di sottolineare una certa delusione. Perché se la proposta finale dovesse essere quella illustrata nell’incontro con le regioni, ciò vorrebbe dire che non c’è nemmeno uno spunto identitario sulla Lombardia che meriti di diventare “racconto internazionale”, “narrazione” della nostra ambizione di leadershep in Europa e nel mondo.

 

Area Economica
Passiamo ora alla visione economica contenuta nel Prs. Molte singole azioni sono, come ripetuto, lodevoli ma ci consenta di dire che, in un periodo di grave crisi, non è solo questo di cui c’è bisogno.

Sembra infatti che la programmazione quinquennale sia semplicemente impostata su un criterio di mera difesa dell’esistente, una lettura quasi di cura di un sistema malato senza nessuno spunto per un rilancio. E noi abbiamo bisogno, oggi in Lombardia, di una visione di politica economica, di un indirizzo. E’ quello che chiedono ripetutamente i sistemi imprenditoriali, ed è un compito che il pubblico, soprattutto in un momento di crisi, deve prendersi.

Noi riteniamo che sia necessario un cambio di passo delle istituzioni sotto questo profilo. E crediamo che la nostra bussola debba essere quella della CREAZIONE DI VALORE.

Per troppi anni la politica italiana è stata incentrata su politiche di riduzione dei costi e sul taglio delle spese. L’accesso più diretto a nuove risorse è stato implementato con l’utilizzo massiccio della leva fiscale.

E questo sistema, purtroppo, non e’ diverso in lombardia. In tutti questi anni al potere non siete stati capaci di cambiare: e così la nostra regione si trova ad avere l’87 per cento delle entrate coperte dal GETTITO FISCALE, tra le regioni italiane unica insieme al Lazio ad avere una quota così alta.

Ma c’è di più. BEN IL 91 per cento di questa quota totale VA IN SPESA CORRENTE, dove la parte del leone (l’85%) va in spesa sanitaria. Ecco il MODELLO LOMBARDO, riproposto in questo PIANO. MI CHIEDO E CHIEDO A VOI: E’ UN MODELLO SANO?  SIAMO SICURI CHE NON SI POSSA MIGLIORARE?

La semplificazione è divenuta il centro di ogni nostro discorso, ed è un impegno che noi ci prendiamo.  

Ma temiamo che tutto ciò non sia più sufficiente per la ripresa economica.

A GIOCARE IN DIFESA NON SI VINCE MAI.

C’è la necessità di politiche vere per la creazione di valore. E’ questo il motore che ci deve spingere. E una pianificazione che si rispetti deve avere questo obiettivo come stella polare.

Oggi, pare chiaro a tutti, in queste condizioni, il valore è IL LAVORO, l’OCCUPAZIONE. 

E dovremo finalizzare le nostre risorse, le nostre idee, i nostri sforzi verso questa domanda che ci viene da tutti i settori della nostra società, da quelli più fragili a quelli imprenditoriali, a quelli istituzionali (dalla Chiesa ai Comuni…).

E’ un criterio di priorità assoluta, dovrebbe essere un’ossessione del legislatore, se mi si passa il termine.

E purtroppo quello che non vediamo in questo Prs è proprio una gerarchia, un criterio di priorità. 

Vengono invece proposti 346 obiettivi, senza alcuna priorità tra di essi. Senza alcuna visione di politica economica integrata tra i vari comparti industriali. 

Manca una indicazione di politica energetica. Manca addirittura una politica per l’agricoltura,  la quale fatica a trovare un suo spazio tra industria, artigianato e terziario. Ecco perché in questo piano,  il quale, sottolineo, dovrebbe accompagnarci fino al 2018, non si riesce a percepire una VISIONE. Al meglio può essere definito un piano tecnico, non politico: perché la scelta politica avviene proprio sulla gerarchia delle domande. E questa scelta purtroppo non c’è.

Sappiamo che in politica l’operazione più difficile è proprio passare dallo slogan al progetto. Ma quando ci sarà un progetto credibile e serio in questa direzione non faremo mancare certo il nostro impegno. Ad oggi, sinceramente, giudichiamo questo strumento pianificatorio altamente insufficiente per fronteggiare quel convitato sgradevole che è la crisi.

Occorre infatti una terapia d’urto che qui non si ravvede neppure lessicalmente. E non credo che prendersela con Roma, con il governo nazionale o centrale – che dir si voglia -  sia sufficiente. Come non basta nascondersi dietro al ritornello del 75% che abbiamo già più volte sbugiardato.

Le parole infatti più usate in questo documento sono SUPPORTO e SOSTEGNO, misure che, nella loro nobiltà, danno già l’idea di staticità e non di propulsione.

Un’idea ancillare, non protagonista.

Non c’è una seria politica per l’innovazione (verrebbe da chiedere se per voi l’innovazione è un valore), pochissimo sulla ricerca, sul commercio solo misure placebo, una delle quali l’abbiamo votata qui in Aula congiuntamente.

 

Green Economy come volano
Esiste poi una riflessione sulla Green Economy che appare al momento assolutamente insufficiente, quasi di maniera.

Le politiche per la sostenibilità non sono una concessione di maniera all’ambientalismo ma un’occasione concreta per rilanciare la ricerca, lo sviluppo tecnologico, la produzione artigianale, industriale, e particolarmente importante per noi, la produzione agricola nella nostra Regione, all’avanguardia delle coltivazioni biologiche. Sono un’occasione irrinunciabile per riposizionare la Lombardia sulla frontiera dell’innovazione e della green economy, agganciandola a un futuro che è già realtà nelle regioni più moderne e competitive d’Europa, con le quali vorremmo finalmente confrontarci.

Qualità dell’ambiente significa qualità dell’aria, dell’acqua e dei suoli, tutela del paesaggio, della biodiversità, dell’identità locale. Significa tutela della salute e qualità della vita: un nuovo welfare per i cittadini di oggi e un modo concreto per sostenere e promuovere i comportamenti virtuosi, a vantaggio delle attuali e delle future generazioni.

La strategia per la sostenibilità si deve fondare su pochi obiettivi: chiari, praticabili, graduati nel tempo. Comprensibili dai cittadini, dalle imprese, dalle istituzioni, affinché tutti si sentano partecipi e beneficiari del nuovo corso.

Esiste poi il grande tema del CONSUMO DI SUOLO, di cui altri oggi parleranno e che credo diventi un’urgenza da non rimandare oltre, anche nel quadro di una revisione complessiva della legge 12 sul territorio.

Restituire integrità al territorio lombardo, devastato da costruzioni inutilizzate, da discariche e cave, è una priorità per il futuro dei nostri giovani. Così come ridare al Po la sua dignità di Grande Fiume e all’importantissimo reticolo idrico lombardo una salvaguardia degna di questo nome. Acqua, aria e terra sono il nostro patrimonio più grande, il futuro dei nostri figli, e su queste occorre un’attenzione che va ben oltre quanto è stato messo in cantiere.

 

Area sociale
Parlando della qualità dell’ambiente in cui viviamo, parliamo anche direttamente della nostra salute.

Vorrei ricordare alcuni punti qualificanti del nostro modo di intendere la sanità, di cui non abbiamo mai disconosciuto l’eccellenza medica ma sulla quale abbiamo una visione diversa dal punto di vista organizzativo, di risparmi ottenibili e di differenza di investimento rispetto alla prevenzione.

I cittadini lombardi infatti – e purtroppo – vivono meno di quelli toscani ed emiliani, muoiono più spesso di tumore e infarto e sono più a rischio per alcool e fumo. Se a tutto questo aggiungiamo che, paradossalmente, pagano di più di tasca propria in sanità capiamo che c’è qualcosa che non va.

Facciamo un esempio su ciò che intendiamo per prevenzione. L’aria della pianura padana è tra le più inquinate d’Europa. E’ necessario quindi fare qualcosa non solo sul versante della cura, ma anche sulla prevenzione. Con una politica per il controllo dell’inquinamento atmosferico e del traffico urbano si può fare molto. Molto anche con la promozione di stili di vita più salutari ma soprattutto con campagne più intense di diagnosi precoce di alcune malattie e tumori.

Questo deve essere un impegno prioritario, perché se i cittadini sono messi in condizioni di seria prevenzione si spenderà di meno per la cura. Serve una stagione che rilanci la prevenzione, si occupi di cosa e come si produce e non solo di quanto e a che costi.

Le eccellenze cliniche che esistono nella nostra Regione possono e devono trovare valorizzazione e espressione in una rete di presidi e servizi che collaborano operativamente tra di loro, in cui l’accoglienza e l’attenzione ai bisogni essenziali dei pazienti sia il criterio di azione.

In sanità poi solo un certo livello di competizione è potenzialmente fruttuosa.

Se la competizione diventa eccessiva, mirata al profitto e alle rendite di posizione, allora produce inefficienze, duplicazioni, frammentazione dei servizi per gli utenti. La Lombardia,   e tanto più il resto del Paese, ha bisogno di più efficienza nel pubblico e meno opportunismo nel privato accreditato. 

Ha bisogno di solidarietà di sistema, di sviluppare forme di collaborazioni tra aziende e enti non profit e profit, tra reti professionali, tra sociale e sanitario, evitando duplicazioni e frammentazioni dei servizi.

La scarsa collaborazione tra pubblico e privato sfocia in situazioni evidenti di antagonismo tra i produttori, in una logica dove l’importante non è che si facciano le cose bene, ma di conquista di quote di mercato, potenzialmente a scapito della prevenzione e della “produzione” di salute.

Le quote necessarie di competizione debbono quindi essere regolate, affinché siano virtuose. Siamo invece in un contesto dove, a fronte di un pubblico troppo spesso burocratizzato, il privato ha potuto svilupparsi anche a causa dell’assente funzione di regolazione e programmazione regionale che, ad esempio, permette differenziali retributivi tra gli operatori di base fino al 50% per le identiche mansioni e livelli di produttività.

La Lombardia, così come il Paese, ha bisogno di una rivoluzione nelle logiche di selezione e promozione dei professionisti e dei manager del servizio pubblico, questo lo diciamo perché per sostenere il sistema nella sua complessità sono richieste persone preparate e competenti, scelte per merito e non per i percorsi di carriera nella loro affiliazione politica.

Ripeto queste cose perché erano analisi che in campagna elettorale condividevamo anche se, a ben vedere, alla prima occasione siete ricaduti immediatamente nell’antico errore. Quando con le nomine si affronterà il turn over dei direttori generali vi aspetteremo al varco, non senza un certo scetticismo di fondo.

La nostra convinzione è quindi che in questa regione con 10 milioni di abitanti, in profondo e costante cambiamento, è necessario innovare la geografia e tipologia dei servizi sociali e sanitari disponibili, rendendoli coerenti ai quadri dei bisogni emergenti, valorizzando le autonomie e le differenze locali, che richiedono una riorganizzazione delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere e soluzioni differenti tra metropoli e zone lacustri o montane.

E questo, purtroppo, non emerge con chiarezza dal vostro Piano di Sviluppo.

 

Conclusioni
Per concludere, caro Presidente, quello che emerge da questi primi cento giorni e dal suo documento programmatico è una sostanziale assenza di visione. Politica e strategica. Forse i problemi nella gestione di un partito come il suo, che sta attraversando una crisi complessa e importante, forse una struttura organizzativa che non sente ancora la mano del nuovo guidatore e che tende a rifare quello che faceva con il vecchio nocchiero, non le hanno consentito di imprimere a questa legislatura un nuovo corso, come forse è tuttora nelle sue intenzioni.

In questo documento, che di seguito sarà analizzato con metodo, io trovo più filosofia della competenza che filosofia del rendimento.

Trovo molta autogiustificazione del percorso amministrativo fin qui intrapreso, che certo avrà anche avuto i suoi buoni momenti, ma che oggi deve rispondere ai cittadini di un macigno caduto addosso alla Regione, per cui un governo si è dimesso per crac politico e ha chiuso con largo anticipo una legislatura.

 

Dov’è il senso di riorganizzazione delle politiche pubbliche?

In questo documento non lo vediamo.

Una ampia e radicale riorganizzazione sarebbe invece necessaria:  

• a un nuovo discorso con i soggetti produttivi;
• ad una diversa proposta in ordine alle potenzialità di investimento;
• ad un nuovo ed etico presidio pubblico a fronte dell’infinita cattiva amministrazione e varia corruttela che hanno rovinato la reputazione di questa regione tra i lombardi e, quel che è più grave, anche al di fuori della Lombardia.
Se si pensa che ciò sia un problema inesistente di cui imputare i media e l’opposizione rancorosa, beh, avete cominciato con il piede sbagliato a fare la vostra rivoluzione verde.

Nessuna “rivoluzione” esce dalle pagine di questo documento. Tutto il blocco di potere che si è costruito in venti anni è qui a dire: grazie Maroni; certo abbiamo dovuto fare qualche concessione per le impresentabilità, siamo ancora tutti al nostro posto.

Eppure, le confesso, qualche attesa c’era, con il Suo arrivo avevamo anche noi qualche speranza di cambiamento…

Negli anni passati la componente liberale della destra (l’etichetta sarebbe europea) aveva caratterizzato la linea progettuale -  in generale e in un territorio come la Lombardia in particolare - con una visione di rinuncia alla progettualità istituzionale; dentro cui poi, come si è visto, i piani di sussidiarietà  di quelle realtà a voi più vicine, costruivano un loro sistema di opportunità più che una visione generale dello sviluppo.

Con questa regia, la componente della Lega si limitava a presidiare una sorta di protezione a testa bassa, rispetto al processo di globalizzazione.

La nostra attesa era di vedere se, spostata la regia sulla Lega, gli indirizzi progettuali per lo sviluppo del centrodestra sarebbero evoluti e in quale chiave.

Fermo restando il sostanziale “copia&incolla” sui dossier settoriali – che è un dato di trascuratezza più che di cultura politica – quello che si ricava dalla lettura del documento è il tentativo di far planare tutti sul terreno delle soluzioni fiscali e non su quello della rigenerazione di processi pubblico-privati per la creazione di nuova attrattività e quindi di nuova cultura imprenditoriale dello sviluppo.

Insomma una risposta che assomiglia a quelle di certi paesi asiatici e molto poco a quelle dei paesi dell’Europa continentale ai quali si dice che la Lombardia vuole assomigliare.

 

La controprova sta nella parte finale del documento in cui sono tracciate indicazioni che dovrebbero permettere di comprendere l’analisi dell’andamento attuativo della precedente progettazione.

La prego di mettere in mano a qualunque scuola di valutazione delle politiche pubbliche questa parte del documento (e le università della Lombardia pullulano di esperti in questo campo) per farsi dire se c’è la configurazione di qualche serio parametro che permetta davvero alla società civile ed economica di andare al di là delle aggettivazioni per farsi due conti veri sui processi in atto e per capire sul serio se le cose vanno meglio o peggio.

La seconda parte del documento dovrebbe essere una sorta di “controprova”. Essa è invece la “controprova” di questa nostra percezione di vuoto strategico che dipende – per l’appunto – dalla pochezza (e quindi dalla mancanza di severità gestita nell’interesse dei cittadini e delle imprese) di approccio valutativo.

 

Ecco, sono queste le considerazioni che l’opposizione esprime sui profili generali in ordine a un documento su cui la politica:

• non ha fissato i piani di discontinuità nelle chiavi generali di analisi,
• non ha tenuto a freno il protagonismo burocratico della gestione tecnica delle competenze,
• non ha imposto a sé (dando anche un’esemplare indicazione alle amministrazioni locali) una severa valutazione dell’anno di crisi facendo credere – come fossimo un sistema tribale – che è il destino a voltarci le spalle o è la fortuna che ancora non ci sorride.
 

Le auguro, presidente Maroni, di trovare la grinta necessaria per cambiare spartito musicale su questa materia. La Lombardia subirà la perdita di tempo, ma lei troverà un ruolo per concentrarsi meglio su quella che dovrebbe essere la sua competenza ultra-prioritaria.

Per ora quindi il nostro parere resta negativo, visto che quel poco che si cerca di fare o pianificare ha poco o nulla di nuovo rispetto a una lunga deriva che ormai dura da diciotto anni e che non è in grado di modificare le sue abitudini.

Noi crediamo che i Lombardi abbiano bisogno di qualcosa di diverso di una non rassicurante routine. La crisi morde e voi non vi muovete a sufficienza.

Occorre quindi un cambio di passo e forse una riformulazione del Piano Regionale di Sviluppo in chiave più aderente alle reali necessità di cambiamento.

Questo darebbe un valore diverso, meno compilativo e stanco, al documento, e consentirebbe alla discussione politica di dispiegarsi su profili più alti.

Altrimenti prendiamo atto che il Prs è un esercizio retorico, un ritratto dell’esistente e come tale assomiglia ancora troppo al Suo predecessore per avere da noi una pur minima apertura di credito.

Per questo le confermo

con dispiacere per un documento di questo tipo,

il nostro voto contrario.


 
 

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