Ambrosoli attacca Maroni
“Cento giorni gettati al vento tra astuzie e conti da regolare”
In Consiglio cerchiamo di lavorare ma la sua giunta è bloccata
Pubblicato: 02/07/2013 10:16:00

MILANO - «Nulla di quello che vediamo accadere mi colpisce: era tutto perfettamente prevedibile, e previsto, durante la campagna elettorale. Del resto, parliamo delle forze politiche che già governavano assieme prima che una facesse cadere l’altra: cosa aspettarsi di diverso? Bisognerebbe avere coraggio, invece vedo solo furbizia e vecchischemi di equilibri politici».
Umberto Ambrosoli, dall’insediamento di Roberto Maroni sono passati cento giorni. È tempo di primi bilanci?
«Nessuno può pensare che in cento giorni si possano fare miracoli, ma questi sono stati letteralmente buttati al vento. E ora, con il sole di luglio, le mille bolle blu delle promesse elettorali dell’inverno si sono dissolte. Lo dico non solo io, ma anche quei sindacati che, all’inizio, avevano aperto il credito a questa giunta: Petteni, il segretario della Cisl, l’altro giorno ha parlato di un bilancio fallimentare ».
Dovuto a cosa, secondo lei?
«Qui c’è l’assenza di qualsiasi proposta strategica generale. Nelsuo discorso di insediamento Maroni si era mantenuto in un precario equilibrio tra continuità e innovazione: un equilibrio già caduto, ora, con la vicenda delle nomine, che a quanto sembra vengono fatte seguendo il criterio del “c’è posto per tutti”, che regge solo finché la maggioranza tiene».
Il Pdl ha già chiesto la prima verifica: basta questo per dire che la maggioranza non terrà?
«Io credo che nel vuoto assoluto di prospettiva di questa giunta il vero collagene sia il mantenimento degli equilibri interni. Anche a costo di stravolgere il buonsenso, come dimostrano la vicenda Abelli, quella Magnano...».
Sulla nomina di Magnano il Patto civico presenta un’interrogazione. Quali sono i motivi del vostro dissenso?
«Con le nomine delle partecipate si va a incidere su contesti delicati: servono soggetti su cui non ci sia il minimo dubbio.
Francesco Magnano ha appena ricevuto un avviso di conclusione in-dagini per falso ideologico. La presunzione di innocenza regna sovrana, però... In più c’è anche la questione dei requisiti professionali necessari: c’è una norma che vieta il passaggio da ruoli di carattere politico a ruoli amministrativi nella stessa istituzione, ma Magnano è stato sottosegretario di Formigoni. La sensazione è che le nomine siano una forma di ringraziamento elettorale, un premio remunerativo ».
Non sarà imbarazzante per Maroni, questa storia delle nomine?
«Da uno che prometteva di portare al Nord il 75 per cento di tasse, che aveva detto che avrebbe lasciato la segreteria della Lega e non l’ha fatto, che non ha neanche mantenuto la promessa di“scendere” dall’ultimo piano del Pirellone non mi aspetto imbarazzo. Del resto credo che, tranne una piccolissima parte, chi l’ha votato non si aspettasse da lui nulla di diverso».
In questi cento giorni si è parlato di sanità e di lavoro. Parole a parte, vede qualche risultato?
«Come dicevo, il bilancio fallimentare è già fatto dai sindacati. Ogni settimana sotto il Pirellone c’è un nuovo presidio di lavoratori in difficoltà. I sindacati chiedono la revisione della cassa integrazione: invece la giunta rifinanzia e basta, senza progetti, come se le famiglie dovessero continuare a vivere di questa assistenza. Manca una politica industriale, manca la visione. Allo stesso modo, manca qualsiasi progetto al di là dell’oggi sulla sanità. In Consiglio lavoriamo senza steccati ideologici sui costi della politica, sui ticket. Al nuovo Pirellone, invece, si vive di immagine».
Quale pronostico fa sull’esito della verifica di maggioranza chiesta dal Pdl?
«Sarà al ribasso, perché non parte da proposte ma da lamentele, e porterà all’ennesima pezza. Ma è come con i vecchi gommoni:se la tela è marcia non puoi ripararli di continuo. E in questa situazione ci sarà chi gongola — penso all’ex presidente Formigoni — e di sicuro chi ne approfitterà per regolare vecchi conti, quelli che hanno portato alla fine anticipata dello scorso mandato».
 

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