L'analisi del (non) voto di Mimmo Merlo
La necessità che le città diventino Smart
Occorre avviare e rendere effettivi i processi d’inclusione per frenare l'assenteismo
Pubblicato: 14/06/2013 17:56:00

MILANO - Le elezioni amministrative del 2013, tenutesi solo a pochi mesi di distanza dalle politiche ed indipendentemente dal risultato positivo per i sindaci eletti in Lombardia (Sondrio, Lodi e Brescia) non che quelli di Roma e Treviso tra gli altri, denotano una diffusa presenza di liste civiche, che intercettano una percentuale di consenso che va oltre la messe che raccolgono i partiti identitari nati nel novecento o da loro derivati. L’università di Perugia che confronta i dati elettorali e ne analizza i flussi, rileva alcune tendenze che meritano un’accurata riflessione..

A queste elezioni amministrative, è andato a votare il 14% in meno rispetto alle precedenti amministrative (ai ballottaggi un ulteriore meno 15%), e con un calo altrettanto significativo (maggiore del 15%) rispetto alle elezioni politiche di Febbraio 2013. L’analisi dei comportamenti elettorali ha rilevato che solo il 50% degli elettori, (circa il 25% degli aventi diritto), avrebbe fatto la propria scelta secondo un principio di fidelizzazione, mentre l’altro 50% l’avrebbe maturata in modo progressivo nell’ultimo mese.

I numeri hanno il merito di essere inequivocabili, e solo la strumentalità politologica può ostinarsi a declinarli in modo strumentale o capzioso: la “Governance” del Paese si trova in una pericolosa situazione una credibilità ridotta ai minimi termini, e con i suoi “intrepreti costituzionali”, i partiti, con più accentuato tasso di sfiducia che supera il 90%.

Le amministrative, con l’elezione diretta del sindaco, avevano sin qui rappresentato, nell’articolato sistema di manifestazione della democrazia nel nostro Paese, il punto più alto di manifestazione della sovranità elettorale da parte dei cittadini, i quali davano più facilmente la fiducia al “loro sindaco”, perché, per la vicinanza, ne potevano controllare e misurarne l’operato; un’antica e consolidata tradizione della vocazione municipalista del Paese, che i dati relativi alla desistenza elettorale mettono in discussione con il rischio che un consolidato “baluardo” possa venir meno.
Analizzando lo scenario da una prospettiva di tipo cartesiano, ci porterebbe a dedurre che sul piano complessivo di sistema Paese, ci veniamo a trovare in “una situazione limite”, aggravata dalla drammaticità della crisi economica che diffonde angoscia e con essa con l’endemico rischio minacce alla democrazia a partire dai suoi valori.

L’Europa, che per decenni ha rappresentato per la maggioranza degli italiani, la speranza di una “Sovranità Sovranazionale” che potesse indurre quella nazionale a imitarne i modelli virtuosi di Governance, rifuggendo da una pratica tanto autoreferenziale quanto provincialmente autarchica contribuisce a rendere lo scenario prospettico ancor più fosco.
Infatti l’Europa è in crisi, non ha saputo maturare un’autonoma e integrata visione del proprio ruolo nel sistema globale, rifuggendo troppo spesso nella condizionata difesa delle singole identità nazionali, costringendosi così a cedere sovranità al proprio esterno, e a farla cedere al proprio interno, in ossequio al principio di “virtuosità” politico-economico-finanziaria, ai suoi membri più deboli. Ciò comporta che nella U.E. incominciano a farsi sempre più sentire le forze dello scetticismo, che intercettano il diffuso spavento dei cittadini, premendo sulle istituzioni per creare condizioni differenziali all’interno e minacciando così il valore strategico del progetto di Unione Europea.

Tutto ciò sta pericolosamente accadendo mentre le democrazie, se non lo sono già, rischiano di involvere in una fase di tipo “post democratico”; dove per post democrazia definisce lo scenario nel quale i sistemi politici continuano ad essere regolati da norme democratiche, la cui applicazione, però è progressivamente svuotata dalla prassi politica e di “governance”; il nostro Paese da parecchi anni si trova in una situazione di Post Democrazia, per buona pace dei cultori della forma della nostra Costituzione.

Domandarsi quale ruolo possono o debbano svolgere le “Liste Civiche”, che non possono che essere che quelle che hanno innanzitutto la visione di come deve essere configurato sia il modello di Governance e sia il funzionamento dei suoi processi decisionali.

Un modello di Governance, che per dirla anche con il neo PD Barca, non può che essere basata sulla “necessità democratica” di fare uscire i partiti dalla “Governance” stessa, prerequisito questo che richiede però un ulteriore passo evolutivo, il riconoscimento della sovranità dei cittadini che non si esaurisce nella delega elettorale, ma che impone modelli di governo orientati all’inclusione, processati nella logica della condivisione per ricostruire un rapporto di senso di appartenenza civica fondamentale per difendere la democrazia.

La seconda repubblica è fallita per l’assoluta assenza di un progetto politico; per lungo tempo si è assegnato il compito di surrogare la politica con l’evocazione moralistica in nome di un’etica diversamente declinata più personalizzata che strutturata, il risultato è che dopo quattro lustri ci si ritrova senza una politica, senza un’etica di governo di tipo europeo, e con un elettorato spaventato che vede minacciato il suo presente ed un futuro diverso da quello immaginato, piuttosto angosciante.
L’Italia non è un’isola, dovrebbe capirlo anche il PD, espressione politica più sintesi del passato che partito visionario di una prospettiva d’integrazione politica in Europa, e caratterizzato da una forte propensione al confronto con il sistema complesso di relazioni economiche, sociali e civili nel complesso sistema globale.
A tracciare i binari della politica che serve, almeno da noi, non possono essere i partiti novecenteschi, perché sommersi da una concezione autarchica della politica e perché per molti di essi, per l’impossibilitati nel trovare riscontri positivi alla vocazione ideologica di tipo internazionalista.
Ma non lo riuscirà a fare nemmeno il PD, se continua a considerarsi “ircocervo innovativo” atipico in Europa, anziché, a pieno titolo, parte attiva della sinistra democratica europea e globale, e ancora dibattuto sul ruolo egemone dell’istituzione partito sia nella politica che nella “Governance”.

Partendo da queste considerazioni, le liste civiche, quelle nate sul modello milanese, sono chiamate a compiere delle scelte distintive di qualità, sia nello stimolare una visione meno isolata della politica nazionale, sia nel provocare a livello territoriale un diverso modello di visione della governabilità.
Se le liste civiche si limitano a essere un veicolo, per trasporti elettorali che si possono meglio valorizzare che non in altre liste, o per promuovere la competenza o la moralità fine a se stessa, la loro prospettiva non potrà che essere condizionata dalla maggiore o minore capacità di rinnovarsi dei partiti, o dal disimpegno elettorale, che esaurito il bonus novità, finirà per coinvolgere anche le liste civiche .
Essendo movimenti e non partiti, dovranno caratterizzare le loro iniziative per la difesa vera della democrazia, partendo da una laicità di approccio, pronti al confronto senza tabù e “pregiudizi sacerdotali”, qualificando la propria scelta di campo, non tanto su una presunta diversità etica o tecnocratica, bensì sulla distintiva concezione della qualità della democrazia nelle Governance territoriali del terzo millennio e nella riaffermazione della centralità delle comunità territoriali in una visione unitaria del sistema Paese. Una forte e consolidata democrazia locale, fondata sulla condivisione civica per andare oltre una limitata concezione “giuridicizzata” dell’amministrare, finalizzandola al coinvolgimento di un volontariato civico a sostegno del perseguimento sia di innovazione e sia alla ricostruzione di quel tessuto civico che in passato costituiva il collante della solidarietà e responsabilità civica che caratterizzava i rapporti tra le comunità e chi le governava.
 

La ricostruzione di una forte credibilità tra istituzioni e cittadini a livello territoriale non può che rappresentare l’antidoto per un’involuzione pericolosa della democrazia sostanziale, ancor più in uno scenario di rafforzamento delle autonomie (federalismo e municipalismo) declinati in uno scenario di responsabilità e solidarietà. Proprio a partire dalle realtà dove i Movimenti Civici sono parte attiva della maggioranza, dovrebbero caratterizzarsi le iniziative per avviare e rendere effettivi i processi d’inclusione, ovvero che le città diventino Smart soprattutto perché i processi decisionali hanno il conforto del consenso nel durante del processo e non ideologicamente ex ante né tanto meno, propagandisticamente, ex post.


Per queste ragioni il Movimento e i Movimenti Civici non necessitano pregiudizialmente di un leader, bensì di facilitatori e di interpreti delle iniziative coerenti del movimento.
Ritengo che l’iniziativa del convegno " PARTITI POLITICI E I MOVIMENTI CIVICI' " del PD e dei compagni e amici di Lecco, meriti la massima riflessione, e che possa rappresentare l’incipit di un processo di riflessione sul ruolo sia delle Liste Civiche, e sia del PD nell’attuale congiuntura politica non che in prospettiva.

di Mimmo Merlo 

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