Intervista a Umberto Ambrosoli
Ambrosoli lascia l’aula del Pirellone: per Andreotti né rancore né oblìo
“Disse che mio padre se l’era cercata: ecco perché non potevo omaggiarlo”
Pubblicato: 08/05/2013 17:01:00

MILANO — «Non avevo riflettuto, prima, sul fatto che potesse esserci la commemorazione di Giulio Andreotti anche nell’aula del Consiglio regionale. Quando ho sentito che l’annunciavano, in quel momento ho deciso di uscire». Chiunque conosca Umberto Ambrosoli ne sottolinea l’estrema educazione e un’attenzione alla forma quasi d’altri tempi. Non quando la forma diventa sostanza. «Il paradosso è che questo gesto mi mette quasi in imbarazzo, per il conflitto — non il contrasto — tra la mia veste istituzionale e la mia storia personale, che ne è una componente determinante». I giudizi negativi (del governatore Maroni, di esponenti del Pdl) non lo smuovono — «non entro nelle polemiche » — ma ripassa tutti i messaggi di chi gli ha detto: è come se uscissi dall’aula con te. E l’sms di sua madre Annalori, uno stringato e assoluto: «Condivido».
E quindi, Ambrosoli: come lo risolve questo conflitto tra l’uomo e l’istituzione?
«Non è una scappatoia: le istituzioni sono fatte di persone e quindi, nonostante tutto il rispetto dovuto davanti alla morte di una persona, nonostante sia il primo a ritenere giusta la commemorazione di un uomo delle istituzioni, io non posso dimenticare cosa ha rappresentato Andreotti nella storia di mio padre Giorgio».
L’ha fatto per onorare la sua memoria?
«Ma caspita, l’ho fatto anche per me stesso. Ho un dovere nei confronti della mia, di coscienza. Non posso dimenticare quello che è stato soltanto per un ipotetico dovere istituzionale. Il comportamento che, per sua stessa ammissione, Giulio Andreotti ha avuto nella vicenda che ha condotto, in ultimo, alla morte di mio padre, non dice tutto di lui. Può avere fatto cose meravigliose nella sua vita. Ma è chiaro che per me quella conta, quel lato oscuro che ho vissuto sulla mia pelle».
Il pensiero va all’intervista del 2010 di Giovanni Minoli ad Andreotti: disse che suo padre «se l’andava cercando». In quel momento che effetto fecero a lei e alla sua famiglia quelle parole?
«La sensazione che ricordo nettamente fu quella di un modo di intendere la responsabilità pubblica lontano anni luce dagli esempi che avevo avuto, da quello che hanno trasmesso i miei genitori a me e ai miei fratelli. Era un modo che anteponeva l’interesse personale alla funzione che mio padre era stato chiamato a svolgere. Uno stravolgimento inaccettabile. Come dissi allora, però: con que-sta frase Andreotti si è dimostrato coerente con la sua storia, con il processo di Palermo, con quello per l’omicidio di mio padre. Ciascuno, con questa frase, potrà arricchire il proprio giudizio su quanto è stato».
Nel pieno delle polemiche Andreotti disse che l’avevano frainteso. Provò mai a spiegarsi di persona con lei, a chiedere scusa?
«Non voglio, e questo davvero per rispetto alla morte di una persona, entrare in questo genere di memorie. Comunque: quello che ha detto in quell’intervista è lì. Non possono esserci fraintendimenti».
Con la morte di Andreotti si dice che i segreti d’Italia vengano sepolti con lui.
«Penso che un fatto doloroso come la morte sia una un’occasione di riflessione su quello che è la memoria del nostro Paese. Ritengo fuorviante concentrare l’attenzione sul fatto che non abbiamo, e forse non avremo più, chiarezza su quegli anni. Cosa cambierebbe? Il disvalore che proviamo nell’immediato, quando accade qualcosa di tragico, vergognoso, drammatico, l’abbiamo già dimenticato il mattino dopo. La nostra capacità di indignarci è pari a quella di provare immediatamente indulgenza. Non sarà solo un problema degli italiani, certo. Ma io parlo di quello che conosco».
Siamo un popolo senza memoria?
«Peggio: siamo portati a giustificare tutto, e questo conduce all’immobilismo, all’incapacità di cambiare, anche se a parole siamo bravi a dirlo. Aggiungo: troppi segreti nella storia d’Italia? Quello che sappiamo già è così tanto che, se agissimo di conseguenza, vivremmo in modo molto diverso».
Nando Dalla Chiesa non dimentica che Andreotti non andò al funerale di suo padre, il generale Dalla Chiesa. «Preferisco i battesimi», disse. Si può, a un certo punto, dimenticare, e perdonare?
«Trovo la parola “perdono” un po’ morbosa. Le parole di Nando, il mio gesto che tante polemiche, involontarie, sta creando, ci dicono, invece, che è possibile vivere il rapporto tra la memoria e le nostre azioni attuali senza essere condizionati né dal rancore né dall’oblio».
Se i suoi figli dovessero un giorno chiederle chi era Giulio Andreotti, cosa risponderà?
«Ho scritto un libro (“Qualunque cosa succeda”, ndr) per raccontare anche chi è stato Giulio Andreotti, quali sono state le sue responsabilità. Potranno trovare lì le risposte che cercano».

Fonte: la Repubblica
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