Post-elezioni
Ambrosoli e il civismo che continua
Il civismo connetta realtà diverse, ma egualmente dotate di pensiero, passione e competenza
Pubblicato: 09/04/2013 22:06:00

MILANO - Un'ultima riflessione sui risultati elettorali prende in considerazione ciò che uscito dalle urne delle “regionali” lombarde. Certamente, pochi si aspettavano un risultato così netto da parte di Maroni. Tuttavia, occorre partire dal presupposto che in democrazia, non solo “la maggioranza ha ragione”, ma esprime anche un “disegno intelligente” che il ceto politico ha il dovere di capire.

I lombardi hanno votato con forza la proposta di autogoverno espressa da un partito debole che si è trasformato in “sindacato di territorio”. In politica, affidarsi a un sindacato è una scelta miope che - quando oltretutto il sindacato è debole - rischia di diventare priva di conseguenze effettive. La Lega oggi, nonostante il restyling di Maroni, è un partito “debole”, fiaccato dal familismo e non più interprete di una autentica proposta di rinnovamento. Certo, le cose che dice in tema di autogoverno sono ancora “profondamente giuste”, ma saprà mai questa Lega attuarle? La previsione più facile dice che i lombardi andranno incontro a un’ennesima delusione.

Il rovescio della medaglia vittoriosa della Lega è stato un centro-sinistra che ha detto cose “profondamente sbagliate”, seppur ammantate di rigore etico ed espresse da un candidato apprezzabile e credibile come Umberto Ambrosoli. La sconfitta non nasce semplicemente da una campagna elettorale fallimentare perché totalmente milanocentrica (non si doveva andare in giro per la Lombardia a portare il “verbo milanese”, ma era necessario avvicinare al centro decisionale milanese il resto della Lombardia) e fondata su una comunicazione posticcia (lo slogan “forte perché libero” andava rappresentato sia concretamente che simbolicamente, invece di “stare in scia” a un esausto PD), piena di snobismi semantici (i manifesti in bianco e nero per distaccarsi da una “plebe” che guarda le foto a colori) e abbondantemente condita di quelle bandiere ”morali” che si usano per coprire la mancanza di pensiero politico.

No, per quanto la gestione della campagna elettorale sia stata pessima, l’errore è più a monte e riguarda il significato da attribuire al civismo. E’ certamente vero che il civismo resta l’unica strada per far uscire il Paese dalla crisi politica dei partiti esausti senza cadere nelle mani “feroci” di autocrazie tecnocratiche o in quelle “imbelli” del neofitismo della protesta. Il civismo, però, non può essere la “maschera” di un illuminismo oligarchico. Il civismo è un autogoverno dei territori attraverso la valorizzazione di quei corpi intermedi “naturali” che sono le comunità di interessi, pratiche e vocazioni. Il civismo di Ambrosoli si è troppo cullato dentro palazzi simili a quelli della politica. Se può essere vero che, in fondo, il civismo è una “ideologia borghese”, occorre tener presente che la borghesia lombarda di oggi non è più rappresentata da quella del secolo scorso che ha ormai del tutto assunto le forme tipiche dell’aristocrazia. Mentre la politica di partito ha bisogno di essere “sdoganata” dalle aristocrazie della vecchia borghesia (la chiave di volta della vittoria di Pisapia è stata questa), il civismo si sdogana da solo e non deve chiudersi in alcuna “enclave”.

Qui si tratta di un problema politico, non valoriale. Sul piano individuale è naturale preferire la lettura del Corriere a quella dei blog su internet o discutere in un “cenacolo” di intellettuali invece che nei luoghi dove si concentrano gli interessi e le aspettative, ma se la questione si fa politica, allora il “piacere” del discorso deve lasciare il passo al “dovere” della rappresentanza. Ambrosoli ha perso perché non è riuscito a costruire “valore aggiunto” di consenso attraverso un’esplorazione autentica del civismo che si colloca al di là del vecchio collateralismo politico e fuori dal recinto protetto dalla vecchia borghesia e dai suoi canali di comunicazione. E’un vero peccato, perché mentre una vittoria di Ambrosoli poteva creare un “passo avanti” utile a definire la rotta della fuoriuscita dalla crisi politica del Paese, la vittoria di Maroni rischia di perdersi nel sentiero di debolezza su cui la Lega si è incamminata esattamente come gli altri partiti.

Tuttavia, in una storia già chiaramente in movimento un’elezione perduta è solo un piccolo tassello rotto che può essere facilmente riparato. Il civismo è attuale più che mai. Sul piano politico bisogna praticarlo attraverso il protagonismo dei circuiti che sanno fondere un pensiero innovativo a un agire concreto, senza la preoccupazione di “contaminarsi” con la tradizione politica. Anzi, se è vero che tutti i partiti oggi sono scatole vuote, è altrettanto vero che senza il solco autentico della tradizione politica, ogni scatola viene giudicata solo dal pensiero banale che inneggia a un “nuovo” purchessia. Non serve neppure fare del civismo una retorica di buoni propositi morali, poiché il civismo possiede una forza di verità che non necessita alcun supplemento di “buona coscienza”. Ciò che occorre è fare del civismo una pratica politica che connetta realtà diverse, ma egualmente dotate di pensiero, passione e competenza. A Milano questo mondo c’è e sicuramente non tarderà molto a divenire protagonista. Se non ora, quando?

di Alessandro Aleotti

direttore@milania.it

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Fonte: @milania.it
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