Dopo Formigoni
Per Umberto Ambrosoli
Pubblicato: 19/10/2012 19:12:00

In un momento di eccezionale gravità e pericolo per le istituzioni pubbliche, devono imporsi figure di alto profilo morale e di specchiata onestà intellettuale, simbolo di vera discontinuità civile con il passato.
Per queste ragioni e per la salvaguardia del Bene Comune dei cittadini, il Movimento Milano Civica sostiene e promuove la candidatura dell’avv. Umberto Ambrosoli alla Presidenza della Regione Lombardia.

A testimonianza della validità di questa candidatura riportiamo 2 articoli usciti sull'avv. Ambrosoli, il primo sul Corriere della Sera del marzo 2009 in occasione dell'uscita del suo libro Qualunque cosa succeda che racconta la storia del padre Giorgio Ambrosoli, l'altro su La Stampa del marzo di quest'anno che rivela come Umberto non fosse stato invitato alla commemorazione del padre in Regione perché "sgradito" a Formigoni.

 

Mio padre Ambrosoli sarebbe ancora solo

«Oggi come trent’anni fa. La società continua a non vedere nella legalità un valore»
Giorgio Ambrosoli «Mio padre oggi a Milano? Proverebbe lo stesso disagio di allora. Rappresentato da una consapevolezza: il lavoro chiamato a fare solo nell’interesse del Paese, non gli porterebbe la solidarietà della collettività». Umberto Ambrosoli è il terzo figlio di Giorgio, l’avvocato liquidatore della Banca Privata italiana, ucciso a Milano nella notte fra l’11 e il 12 luglio 1979 da un killer assoldato da Michele Sindona. Lui ha 38 anni, è avvocato penalista e sei anni fa ha deciso di scrivere un libro, «la storia di un uomo che, come tanti, conduceva una vita normale, aveva una bella famiglia che amava molto, credeva nel significato e nel valore della propria libertà e responsabilità. Quest’uomo era mio papà». Un libro (in uscita fra pochi giorni da Sironi) scritto per i suoi tre figli e che ha un titolo piano ma straziante: Qualunque cosa succeda. Straziante perché si tratta di una citazione dalla lettera che Giorgio Ambrosoli scrive per la moglie Anna e che lei trova quasi per caso una mattina del febbraio 1975. L’«eroe borghese», come l’ha definito Corrado Stajano, rivela un presagio che trasforma la pagina a quadretti in un testamento spirituale: «Qualunque cosa succeda tu sai cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali abbiamo creduto».
«Ecco — dice Umberto — credo che oggi come allora, a Milano ma anche altrove, la società non veda nella legalità e in chi la preserva un valore». Non che manchino esempi del contrario: le lezioni sulla Costituzione sono seguitissime, alla presentazione dei libri sui temi legati alla legalità e alla democrazia c’è spesso la fila. «L’ex magistrato Gherardo Colombo per i suoi incontri e conferenze ha un’agenda con i primi "buchi liberi" nel 2011. Ma se si va all’Università di giurisprudenza pochi sanno chi è stato mio padre. Per molti un giudice ucciso dalle Brigate Rosse». Nonostante il libro di Stajano, uscito nel ’91 poco prima che esplodesse Tangentopoli, e il successivo film abbiano in teoria «cancellato la dimenticanza». E in fondo la storia dell’eroe borghese, pur appartenendo agli anni Settanta, al «decennio lungo del secolo breve» («anni confusi che hanno visto lo Stato mostrare due volti: nelle sue personalità migliori quello del "bersaglio"»), resta un’«anomalia» anche in questi momenti della riconciliazione con il saluto fra le vedove di Luigi Calabresi e Giuseppe Pinelli.

Un’«anomalia» perché, dice Umberto Ambrosoli, «se non è certo una storia di solidarietà, non lo è nemmeno di divisione politica. Mio papà non ha consentito che il suo lavoro diventasse politica. Se non, come scrive a mia mamma, "in nome dello Stato e per nessun partito"». E «nessuno ha mai potuto dire: Ambrosoli era uno dei nostri». Il libro è, come scrive nella prefazione Carlo Azeglio Ciampi, «un atto d’amore per il padre». E nasce sei anni fa, in sala parto. «L’infermiera entra e dice: fuori c’è il nonno. Era il padre di mia moglie. Ma in quel momento ho capito che a Giorgio, il primogenito, e ai figli successivi, dovevo raccontare la storia di mio papà». E la scrive rivolgendosi a loro: «Una storia bella, emozionante e un po’ complicata che forse potrà sembrarvi, nella sua conclusione, triste e ingiustamente dolorosa. Eppure credo che quando l’avrete conosciuta sarete orgogliosi, in qualche modo, di farne parte».

Una storia personale, vista dagli occhi e dal cuore di un bambino che perde il padre tragicamente quando è piccolo ma che acquista progressiva consapevolezza della sua morte e della sua figura. Dal funerale in una Milano calda, irreale, innaturale («ancora oggi non voglio che i miei figli passino anche un solo giorno di luglio in questa città», alle sere trascorse origliando fuori dalla sala, quando zii, amici e la madre discutono della lunga cronaca successiva: delle indagini, dell’estradizione di Sindona, dell’arresto del killer Arico. Serate alle quali è «ammesso» quando ha dodici anni. E a quattordici chiede di assistere al dibattimento in Corte d’assise: non si può, ai minorenni è proibito. Ma la madre Annalori promette di chiedere un permesso speciale. Anni di ricerche e riflessioni che lo portano al libro e lo aiutano a capire una cosa: «Sarebbe bastato un piccolo sì, qualche piccola omissione, non prendere posizione; avrebbe avuta salva la vita». Come ha scritto Ugo La Malfa «mezza Italia» («che poi — spiega l’autore — significa mezza Dc») si è mossa «in difesa» di Sindona. E progressivamente in Umberto matura l’amarezza che raccoglie in queste parole: «Sento un’omissione generalizzata intorno alla vita di papà. Chi è chiamato a responsabilità pubbliche non ha forze né motivazioni per confrontarsi con la sua storia. La mia sensazione è che nella sua interezza e complessità non sia stata raccolta dalla collettività». E forse anche oggi avrebbe lo stesso destino.
di Sergio Bocconi

 

Ambrosoli "sgradito" al ricordo del padre

Al bon ton della politica mancava questo: invitare il figlio di una vittima della mafia a non partecipare alla commemorazione del padre. Lacuna colmata ieri mattina dalla Regione Lombardia, che ha rivolto un gentile «lei è meglio che non si faccia vedere» a Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana ucciso l’11 luglio 1979 su ordine di Michele Sindona.

Chi ha avuto lo stomaco di arrivare a tanto? Ai vertici della Regione Lombardia tutti tacciono, almeno formalmente: informalmente, è partito un rimpallarsi di responsabilità fra presidenza del consiglio (il leghista Boni) e presidenza della giunta (Formigoni). Ma stiamo ai fatti.

Ieri era la prima «Giornata regionale dell’impegno contro le mafie in ricordo delle vittime». Programma: proiezione al Pirellone, a trecento ragazzi delle scuole lombarde, del film «Un eroe borghese», dedicato appunto a Giorgio Ambrosoli. C’era l’ex giudice Giuliano Turone, c’era l’assessore regionale Giulio Boscagli che ha portato il saluto di Formigoni, c’era Francesca Ambrosoli figlia di Giorgio. Ma non c’era Umberto, il figlio. Come mai?

Secondo l’associazione Saveria Antiochia Omicron, che collabora con la Regione per questa giornata contro la mafia, Umberto Ambrosoli è vittima di una ritorsione. Il sito dell’associazione, http://www.centrostudisao.org/, esprime «indignazione perché l’ufficio di presidenza della Regione ha rifiutato la partecipazione di Umberto Ambrosoli, a causa delle sue dichiarazioni a Repubblica sulla necessità di azzerare la giunta». Qualche giorno fa infatti Umberto Ambrosoli aveva rilasciato un’intervista sulla raffica di scandali e di inchieste giudiziarie che ha investito il Pirellone, sostenendo fra l’altro che Formigoni farebbe meglio ad «azzerare la giunta».

Sta di fatto che ieri Umberto Ambrosoli avrebbe dovuto parlare ai ragazzi e invece non c’era. Jole Garruti, direttrice di Saveria Aniochia Omicron, la racconta così: «Lunedì mattina Carlo Borghetti, consigliere regionale del Pd, mi ha detto che l’ufficio di presidenza del consiglio non gradiva la presenza del figlio. Ho chiamato allora un altro consigliere regionale, il leghista Massimiliano Romeo, e ho avuto conferma del “non gradimento”. Gli ho risposto che mi sembrava assurdo, e lui mi ha assicurato che avrebbe fatto presente il problema all’ufficio di presidenza. Morale: nel pomeriggio mi arriva il programma definitivo e il nome di Umberto Ambrosoli non c’è». Una censura, sostiene la direttrice, provocata proprio dall’intervista a Repubblica.

È così? Massimiliano Romeo dà una versione un po’ diversa: «È vero che, parlando con Jole Garruti, ho detto che l’intervista di Umberto Ambrosoli era stata sgradevole, e che certe cose se le poteva risparmiare. Ho detto che eravamo un po’ contrariati. Ma non mi sono mai sognato di dire che c’era un veto dell’ufficio di presidenza. Ieri è venuta la sorella, Francesca, ed è stata accolta benissimo». Sorella che però non aveva rilasciato interviste sul Pirellone. «Sarebbe stato accolto allo stesso modo anche il fratello», assicura Romeo, che parla di «polemica politica pretestuosa». Jole Garruti in serata ha commentato lo scaricabarile parlando sul suo sito di «mistero su chi non ha voluto che ci fosse Umberto Ambrosoli, visto che l’ufficio di presidenza nega tale responsabilità».

E lui, Umberto Ambrosoli? Non getta benzina sul fuoco: «È un episodio spiacevole, sul quale bisogna però evitare le polemiche. Prevale il fatto che tanti ragazzi hanno avuto modo di vedere il film». L’unica lezione di bon ton viene da lui, «lo sgradito».

di Michele Brambilla

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