Continua il dibattito sulla esperienza arancione.
Milano tra Alcatraz e Macondo
Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'Articolo di Franco D'Alfonso, cui seguiranno a breve altri contributi
Pubblicato: 09/08/2012 21:09:00

MILANO - A volte penso che la lettura preferita di qualche dirigente del centrosinistra italiano sia ancora “L’eterno ritorno dell’Uguale” di Friederich Nietzsche: non si spiega altrimenti la pervicacia con la quale vengono riproposte da venti anni a cadenza regolare le stesse formule politiche per lo più dagli stessi esponenti (tutti uomini, tranne Rosi Bindi) riverniciandole di fresco ogni volta che si profila il pericolo di una qualche novità rispetto  alle etichette e soprattutto ai leader che lo schemino  centrosinistra di governo = Pds-Ds-Margherita-Pd o prossimo nome che lo stesso  eterno gruppo dirigente intende darsi  e sinistra antagonista= personaggi magari stimabili ma istituzionalmente impotabili.
Questa  strumentale contrapposizione, in grado di garantire vita e vegetazione alla destra più improbabile d’Europa per lustri , si basa su pochi assunti sempre uguali e con l’obiettivo di eliminare prima di tutto qualsiasi tentativo eccentrico rispetto all’elementare definizione dei ruoli  identica dal 1994, si tratti dei “sindaci cacicchi” del 1996 o dei disturbatori arancioni del 2011, riproponendo sempre due immutabili modelli che chiamerò “ Alcatraz” e “ Macondo”.
Il modello Alcatraz è quello sul quale è stato costruito il Pd, a vocazione maggioritaria o minorataria che fosse . L’alternativa alla destra può venire solo in un’area politica che - in origine ormai talmente lontana da averne perso sostanzialmente memoria, come non si aveva  più memoria della legge vigente nel penitenziario sull’isola - era quella dell’ex Pci- sinistra Dc. Nel territorio sono ammessi anche estranei alle tribù politiche dominanti, ovviamente  abitando nelle celle e non certo nei piani istituzionali , godendo anche di qualche  libertà di movimento, che trova il suo limite principale nel fatto che non si può andare da nessuna altra parte essendo su un’isola e nell’intervento delle guardie e dei  capi reparto che alternano bonarietà piacentina al rigore sabaudo per mantenere la situazione calma ed in ordine, in maniera che il misterioso e distante Direttore  dalle fattezze ignote ( pare in realtà siano due , che si alternano, uno con severi baffetti e sorriso sardonico ed uno con una certa pinguedine che gli attribuisce una inesistente maggiore bonarietà ) possa dedicarsi alle sue altrettanto misteriose incombenze maggiori , interrotte solo di tanto in tanto per  ordinare la punizione ed il rientro in cella di qualcuno che si è scordato la sua condizione di detenuto o subordinato.
Il modello complementare più che alternativo è quello di Macondo , inesistente città della felicità costruita intorno ad un rispettato e rispettabile combattente di più di cento battaglie tutte rigorosamente perse . La felicità  coincide con l’essere in pace con sé stessi,  ripetendo sempre le stesse cose avvolti in una nuvola di fumo creativo o seduti intorno ad un sacerdote autoproclamatosi unico interprete del Fatto della Giustizia ovvero all’ascolto di un predicatore urlante dalla montagna web. La sinistra sempre  talmente “contro” da non ricordarsi più nemmeno “per” cosa sia nata, al punto da far giustamente dubitare che i suoi predicatori  abbiano anche solo a che fare con la sinistra, vive felice così , dividendo il proprio tempo fra il lancio di invettive politiche contro tutti e la ricerca ossessiva dell’inviato del Nemico che si è infiltrato nella Città Felice e che si palesa proponendo orride tattiche di alleanza dopo aver raggiunto un ruolo qualsiasi di responsabilità , fosse quello di sindaco di Parma o di segretario di struttura di Canicattì.
Fuori da questi due luoghi, politicamente parlando, non possono esserci  per definizione che velleitarismo, personalismo, in una parola disturbo , da eliminare attraverso il ritorno nei confini tracciati o il disconoscimento  e l’esilio politico .
Nel frattempo però è successo che il mare ha ristretto sempre più il territorio dell’isola di Alcatraz senza che il Direttore di turno desse troppo ascolto al capo dei Guardiani che si permetteva di segnalare le sempre più frequenti fughe mentre molti abitanti della città di Macondo hanno deciso che cento anni erano abbastanza  ed hanno lasciato la città in mano a pochi banditori che la governano sempre più  con  urla e minacce che con la distribuzione di  fiori e collanine. Ed è successo che la gente proveniente tanto da Alcatraz che da Macondo si sia ritrovata nei vari Municipi d’Italia, a partire proprio da quello di Milano, accomunata dal desiderio di scrivere una storia diversa da quelle fino ad allora conosciute e, come per miracolo, abbia scoperto di essere in grado di scriverne, pur con la necessaria fatica e senza trovare scorciatoie effimere, molte di più e diverse , aventi  però in comune un fondale color arancione tessuto di volontà di lavorare assieme, scelte di cambiamento molto più pragmaticamente radicali di quelle sognate e mai realizzate, di volti di uomini e donne che  decidono di “dare” e non di “chiedere” .
Uscendo da questa lunga metafora e lasciando ai lettori il piacere di individuare quale dei sindaci o dei singoli assessori  ha vissuto gli ultimi anni  tra le risse di Alcatraz o nell’atmosfera lattiginosa di Macondo , il movimento arancione o civico che dir si voglia che ha avuto a Milano con Pisapia sindaco il suo epicentro e che si ritrova come caratteristica di diversità in Toscana a Massa dove il Pd “ufficiale” viene travolto da una lista civica di sinistra come nella Genova di Doria che governa con il  Pd e viene subito  aggredito  politicamente dagli autonominati “antagonisti” esclusi dalla Giunta,  costituisce un passaggio irreversibile per la sinistra italiana : al di là della fortuna e della capacità che le amministrazioni  ed i singoli  sindaci ed amministratori sapranno esprimere,  è stato dimostrato che esiste un’altra via, nuova ed antica allo stesso tempo, per essere di sinistra, per una politica fatta di partecipazione e passione, per un senso dello Stato e delle istituzioni che non debba scendere a patti sul piano dell’etica ed al contempo sia in grado di affrontare con realismo e pragmatismo i problemi  reali e quotidiani . Le scelte “arancioni” locali e quella cosiddetta “tecnica” nazionale sono due diverse risposte alla crisi economica e politica, utili entrambe nel breve periodo ma irrimediabilmente e correttamente alternative già dalle prossime elezioni .
Non stiamo vivendo una parentesi  politica, al termine della quale si riporta a sintesi il tutto magari con qualche aggiustamento di ruoli, come paiono pensare i molti (troppi…) che almanaccano in questi giorni intorno a possibili combinazioni legge elettorale – liste – collegi per trovare il modo mettere assieme una maggioranza che vada al Governo  quasi come da turnazione prevista a tavolino. Per proporsi alla guida del  Paese in tempi come questi occorre dire con grande chiarezza e senza rimandi a mediazioni successive la direzione di marcia e le scelte che si propongono  e che guideranno l’azione del Governo  che si chiede di sostenere, attraverso le indicazioni di priorità  e di scelte tra alternative, non proponendo possibili alternative di scelta su questioni  politiche fondanti e dirimenti.
Segnalo solo un argomento, tanto importante quanto poco attentamente valutato, fra quelli che determineranno i ruoli nella competizione politica , quello indicato proprio dal premier Monti qualche settimana fa quando in una conversazione con i giornalisti ha formulato l’interrogativo “ Siamo proprio sicuri che le nostre democrazie nazionali siano la via giusta per rispondere alla crisi in corso ? “.  Sentiamo parlare in maniera quasi ossessiva di una necessità di “più Europa” come vera risposta alla crisi, in contrapposizione, come del resto intendeva Monti in quella occasione, alla destra populista che sta trovando nella posizione “antieuro” il suo terreno di elezione : questo pare bastare ad alcuni, credo non pochi, del campo del centrosinistra per elevare il “montismo” a prospettiva politica al di là dell’emergenza .
Si tratterebbe di un errore politico gravissimo, che non tiene conto del fatto che la crisi odierna non è stata determinata dalla scarsa quantità di Europa , ma dalla sua qualità : l’ipertrofia  della componente finanziaria nelle istituzioni europee, l’ispirazione eminentemente  ” economicista” che parte dai trattati di Maastricht e che ha ridotto all’angolo l’anima sociale e politica che determinò la nascita della “vecchia” Comunità Europea , non sono frutto del caso , ma del prevalere  della politica liberista in tutti i paesi principali della Ue negli ultimi venti anni, con il determinante sostegno politico e culturale di quelle componenti liberali che, dopo l’epoca della collaborazione con la socialdemocrazia, hanno serrato i ranghi ed hanno fatto pendere l’ago della bilancia verso il partito della conservazione . Pensare che tutto questo sia superabile mettendo in minoranza in Italia Berlusconi ed affidare il rapporto europeo ai vari “Supermario” Draghi o Monti significherebbe rinunciare, ancora una volta, alla politica e ritrovarsi, più presto che tardi, custodi di una casa di cui non si è più proprietari senza nemmeno essersene resi conto.
Se la sinistra italiana vuole seriamente candidarsi a guidare l’Italia senza complessi di inferiorità ingiustificati deve riprendere il filo interrotto negli anni novanta della costruzione di una politica europeista ed europea sorretta e guidata da un grande Partito Socialista europeo  che ovviamente fa propri i principi della democrazia liberale ma non necessariamente ne condivide quelli di democrazia economica che hanno dato così pessima prova originando la crisi dalla quale pretendono ora di indicarci la via unica ed indiscutibile per uscirne. Nessun accordo di sigle, persone o partiti potrà eludere interrogativi  come questo, tantomeno documenti “elaborati ai sensi dello Statuto” , essendo questo il tempo della rifondazione della politica della sinistra e non di un partito ( o di un movimento ) della sinistra.
Già in tempi non sospetti ho detto che a mio avviso il “partito della sinistra” esiste già , si riconosce in alcuni valori fondamentali unificanti ed attende solo l’occasione per manifestarsi , partecipare, indicare le sue diverse idee e soluzioni , come è avvenuto ed avviene , per esempio, in occasione delle primarie nelle quali si confrontano idee ed opzioni e non (solo) persone, carriere e sigle . L’accordo Bersani-Vendola che occupa la discussione di questo inizio di agosto ha l’indubbio merito di segnare un punto di riferimento, un campo di azione, un appuntamento alle primarie di coalizione  da effettuarsi condividendo un programma politico, senza escludere anzi in qualche modo auspicando un allargamento delle alleanze di governo a forze moderate e liberali successive alle elezioni : una scelta sui principi fra gli “affini” di partito, una ricerca di un compromesso “alto” con altre forze politiche per rafforzare un indirizzo scelto dagli elettori , come da pratica caratteristica della socialdemocrazia europea moderna.
Le primarie saranno inutili o comunque non interessanti se nel processo avviato non emergessero con chiarezza  diversità e profili politici presenti ,con le loro caratteristiche ed anche con la loro insufficiente maturazione e ritardo, nella sinistra italiana : mi veniva da dire nel Partito, ma credo sia meglio  non anticipare e precorrere i tempi.  Se la partecipazione alle stesse fosse intesa per marcare il territorio e magari le percentuali dei parlamentari eletti ovvero come operazione di riassorbimento e controllo di fenomeni sfuggiti di mano alle varie oligarchie autoreferenziali si tratterebbe semplicemente dell’ennesima occasione persa . Quanti hanno ripreso a partire dai Municipi ad assaporare il gusto della “buona politica” si limiterebbero ad ignorare una proposta non interessante per  cercare la via migliore per essere comunque protagonisti, avendo già dimostrato di essere in grado di saperle aprire anche da soli.
Succederà così in Lombardia, dove l’evidente imminente appuntamento al cambio nella più importante Regione d’Italia sarà segnato dalla presenza di una proposta che in termini di ruolo istituzionale, di politica sanitaria, di scelte sulle infrastrutture viabilistiche e di trasporto disegnerà una proposta di una “altra politica” regionale rispetto a quella che ha caratterizzato il ventennio di Formigoni e che più di una volta ha esercitato il suo fascino sull’opposizione sconfitta . E si tratterà di una proposta che cercherà di riproporre il “modello Milano” , con una richiesta di sostegno al senso civico dei tanti che intenderanno contribuire al rinnovamento indispensabile della Istituzione come della politica lombarda, che si spera possa lavorare in sintonia con partiti, associazioni e realtà presenti che abbiano abbandonato velleità egemoniche che da anni si sono ridotte alla gestione esclusiva della sconfitta e che vogliano, come già  a Milano ma anche a Lecco, Sondrio, Lodi, lavorare assieme per un risultato politico ma anche per un coinvolgimento di forze ed idee nuove ed un rinnovamento della politica.
Succederà anche sul piano nazionale ? Quello che è certo è che le forze arrivate o tornate alla politica lungo la via arancione delle città non saranno assenti nella partita, forti dei propri principi ormai consolidati, il primo dei quali dice che gli impegni vanno mantenuti, quindi i sindaci continueranno a fare i sindaci e non faranno partito o liste proprie . E lo faranno nelle forme possibili dalle leggi e dalle iniziative dei partiti, che sono chiamati a dare un segno di chiara discontinuità rispetto  alle pratiche politiche degli ultimi anni. Mi pare si muova in questo senso Nichi Vendola, quando dice che SeL è nata per superare la frattura novecentesca fra sinistra riformista e sinistra antagonista e che aveva scritto nel proprio Dna di nascita l’auspicio del suo superamento in nome di una convergenza su una politica di una sinistra dei diritti e dei doveri, europea e riformista.
Penso che non siano per niente trascurabili e poco coraggiosi i passi fatti dal segretario del Pd Bersani indicendo le primarie politiche e non plebiscitarie per il leader di coalizione, avendo comunque e sempre a che fare con i vincoli di un partito e di un suo gruppo dirigente che non perde occasione di ricordargli la sua condizione , come ha fatto, per esempio, il sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci Del Rio, intimandogli il blocco allo sviluppo di liste altre rispetto a quelle di partito perché questo significherebbe “sancire il fallimento del Pd” . Ma se non vuole restare nella condizione del capo dei guardiani di Alcatraz, con un limitato potere di negoziazione e rapporto con i “diversi” che si ferma e deve rinnegare anche le limitate aperture di fronte all’altolà dell’invisibile direttore, personalmente penso che occorra un ulteriore gesto di coraggio politico da parte dello stesso Bersani : lasci la carica di segretario del Partito e si proponga alle primarie come leader dell’intera sinistra, rivendicando per intero la sua storia politica e personale , senza dare la sensazione di giocare la partita in nome della “ditta” di origine, come con sincerità ammise in altra occasione , senza dare nemmeno la sensazione di avere un “piano B” oppure una alternativa di carriera per ragioni di servizio, come troppe  volte è successo in passato per candidati poco convinti e poco convincenti . Sono certo che il popolo della sinistra, il vero “partito” , apprezzerebbero  molto la scelta.
Del resto, concludendo sia lo scritto che le metafore, se qualcuno coltiva l’illusione di aver trovato la strada, fra legge elettorale  ed accordi di vario genere, per restare anche questa volta di mazzo e continuare a distribuire le carte e mantenere il banco, commette l’errore che possiamo ormai definire diventato solito dopo le elezioni  di Milano, Genova, Parma, Palermo : se non si cambia gioco e giocatori , si resta con il tavolo vuoto ed un mucchio di inutili carte in mano.

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