La testimonianza"politica" di una giovane milanese d'adozione
Il mio 1° maggio al Binario 21- Stazione Centrale - Milano
Non dimentichiamo "quelli della torre"
Pubblicato: 07/05/2012 08:45:00

MILANO - Il binario 21 della Stazione Centrale e’ uno dei luoghi con la memoria piu’ drammaticamente dolorosa della citta’ di Milano, anche se pochi ne sono a conoscenza. Proprio da qui infatti, nel 1944, 650 ebrei che erano detenuti nel carcere di San Vittore -in esecuzione delle leggi razziali nazifasciste in vigore- vennero messi su un treno diretto ad Auschwitz.
Solo una ventina di loro faranno ritorno. Per permettere ai visitatori di unirsi in cordoglio in memoria di questa ferita insanabile ed enorme e’ stato realizzato un progetto per costruire in loco un mausoleo commemorativo, ma i fondi comunali, malgrado promessi, non sono mai arrivati, ne’ dall’amministrazione precedente ne’ da quella attuale.
Dall’ 8 dicembre 2011 il binario 21 della Stazione Centrale e’ teatro di un altro avvenimento storico, del quale ora si parla molto di piu’: sulla sua torre di illuminazione, alta piu’ di 30 metri, sono saliti tre signori di nome Carmine, Beppe e Oliviero, che ci sono rimasti notte e giorno per lunghissime, freddissime settimane. Poi e’ rimasto solo Oliviero e a febbraio 2012 c’ e’ stato il cambio: al suo posto ci sono saliti Rocco e Stanislao, che sono ancora li’, vivendo sospesi nell’aria tra stracci, un minuscolo bagno chimico, e cellophan per proteggersi dal vento.
Questi signori stanno portando avanti una protesta pacifica, ghandiana, stoica, e molto rappresentativa dell’attuale realta’ di crisi economica: la battaglia contro i licenziamenti (circa 800) conseguenti alla decisione di Trenitalia di eliminare i mitici Wagon Lits, i treni notte simbolo dell’emigrazione verso il Nord

I treni lenti ma economici che hanno portato tante persone su e giu’ per l’Italia, permettendo con il loro andamento placido ma inarrestabile a famiglie di riunirsi, ad amici di una vita di rincontrarsi, e a giovani terroni squattrinati di cercare fortuna in zone piu’ ricche.
Anche io, da bambina e poi da studentessa al risparmio, ho viaggiato diverse volte in Wagon Lit: ricordo ancora il colore e l’odore delle lenzuola di carta grigiastre e la lucetta vicino alla brandina dove una notte di tanti anni fa mi portai un bel po’ avanti con la lettura di Anna Karenina.
Dopodiche’, basta.
Tutto questo dalla sera alla mattina e’ sparito, per le solite note “esigenze aziendali”: famiglie di dipendenti allo sbando con in mano solo accordi vaghi di ricollocamento presso altre strutture, e un numero spropositato di clienti che non avevano improvvisamente altra scelta che spostarsi lungo lo Stivale utilizzando la superchic, supercara Frecciarossa.
E se non avevano i soldi? Pazienza, fatti loro, sembrava intendere Trenitalia, con il tipico atteggiamento neoliberista ormai onnipresente dell’ “ognuno provveda per se’, e se non e’ in grado, saranno problemi suoi”. Ieri, 1 maggio, festa dei lavoratori. La cara amica Caterina mi segnala che, oltre alla tipica May Day parade (il corteo di giovani/disoccupati/centri sociali/manifestanti non allineati con partiti e sindacati ufficiali), nel pomeriggio ci sara’ una specie di ritrovo-festa alla base della torre, lungo il binario 21, in onore di Rocco e Stanislao. E io ho pensato che non me lo sarei perso per niente al mondo. E cosi’, dopo aver fatto diligentemente la May Parade sotto una epocale pioggia scrosciante e avere scosso il capo per la mancanza di contenuti politici che presentava al mondo a parte la musica rimbombante, i carri allegorici e le birre a tre euro, sono arrivata alla Stazione Centrale.
Ero li’, davanti al binario 21 mentre continuava a piovere piovere piovere, e in giro non c’era nessuno. Ma come, pensavo, perche’ le migliaia di ragazzotti festosi della Parade non si sono riversati qui? Mi aspettavo di sgomitare per arrivare alla meta, invece niente. Alla mia destra, un allegro striscione comunque proclamava: “siamo sotto la torre!” e li’, sotto il mio ombrello blu su cui piovevano “cani e gatti” come dicono gli inglesi, sono arrivata.
La torre e’ come si vede sui giornali: coperta dal cellophan e con uno striscione rosso di protesta che penzola verso il basso dalla specie di tenda-gabiotto in cui sono accampati Rocco e Stanislao. Rocco e Stanislao che facevano capolino da lassu’, li ho visti subito, con giubotto rosso e cappellino di lana in testa, e guardavano giu’ attentamente. Quando sono arrivata uno di loro due mi ha salutato con la mano, e io mi sono subito sbracciata per rispondergli. Ai piedi della torre, su una specie di spiazzo lungo la banchina largo non piu’ di cinque metri, un gruppetto sparuto di 20-30 persone era disposto più o meno in cerchio, e nel mezzo c’era un gruppo folk calabrese che suonava e cantava. Alcuni dei presenti erano dipendenti Trenitalia in divisa.
I musicisti erano bravissimi, e le note colorate e terrone che si spargevano nell’aria sembravano annullare lo scroscio infinito della pioggia che si abbatteva sul tettuccio della pensilina, e il tetro grigiume che ci circondava.
Anche qui, come al May Parade, si ballava e si suonava, ma non c’era assolutamente penuria di “contenuti politici”. Anche se non c’erano comizi in corso e nessuno distribuiva volantini, la situazione era tale per cui la politica la si percepiva nell’aria, la si respirava.
E se c’eri con tutto te stesso, come me, come tutti noi, la politica la facevi.
Assieme ai due simpatici signori che non smettevano di guardarci benevolmente dall’ alto.
A un certo punto, nell’intervallo tra una canzone e un’altra, capto un frammento di conversazione tra due dei ferrovieri presenti, e uno diceva all’altro: io da quando ho preso questa posizione non e’ che posso sedermi piu’ al tavolo con tanta gente, tra i colleghi.
Ho rabbrividito e ho pensato che se la mancanza di solidarieta’ di cui parlava era reale, era molto triste. I canti e i balli sono proseguiti per un paio d’ore ancora, dopo il mio arrivo. Abbiamo cantato a squarciagola “Bella Ciao” e mi e’ sembrata una delle interpretazioni piu’ convinte, e piu’ appropriate al momento, che abbia mai vissuto.
E’ stata cantata anche una canzone di Moni Ovadia, lo stesso Moni Ovadia che tra l’altro ha scritto una canzone proprio dedicata a quel tragico treno che parti’ dal binario 21 nel 1944.
E poi ci siamo scambiati sguardi di amicizia, di simpatia, di solidarieta’ tra di noi.
Sguardi che sono stata ben lungi dal vedere, alla May Parade. Quando e’ stato il momento di andarmene, uno dei ferrovieri mi ha accompagnato alla scaletta improvvisata e rudimentale che dalla banchina mi avrebbe riportato sul binario e poi all’uscita.
E mi ha detto: “grazie, grazie di essere venuta!” e io ho risposto “Grazie a voi di avermi permesso di partecipare a un’esperienza cosi’ importante! Arrivederci!” e tutto nella mia frase, l’arrivederci compreso, era sincero e convinto al 100%.
Tornando a casa sotto la pioggia che non accennava a diminuire, avevo ancora in testa indelebilmente i suoni folk del mandolino, le facce gentili e sorridenti dei miei pochi (ma buoni) compagni di festa, le tenere, commoventi sagome di Rocco e Stanislao che ci osservavano dall’alto, e soprattutto una consapevolezza importante: di non aver forse cambiato nulla in pratica con la mia presenza, ma di avere certamente, indubbiamente, Manifestato, nel pieno senso della parola.
E di questi tempi di orrore e oblio, manifestare e’ davvero importante.

di Daria Palma di MMC

Fonte: onalim.it
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