A proposito di Extrabanca
Una coraggiosa ordinanza del Tribunale
È stata riconosciuta la molestia a sfondo etnico-razziale
Pubblicato: 18/04/2012 19:32:00

MILANO - Con un’ordinanza del 22 marzo scorso, il giudice del Tribunale di Milano ha dichiarato il carattere discriminatorio della condotta tenuta da Extrabanca s.p.a., l’istituto di credito creato in particolare per i cittadini migranti in Italia, in relazione ai comportamenti assunti dal suo presidente ed altri dirigenti nei confronti di un loro dipendente che sono stati riconosciuti dal giudice quale forme di molestia a sfondo etnico-razziale sanzionata dal D.Lgs. n. 215/2003, attuativo della direttiva europea sul contrasto alle discriminazioni etnico-razziali (direttiva n. 2000/43).
Nel corso dell’istruttoria che ha portato all’ordinanza, il giudice ha infatti ritenuto sufficientemente provate le evidenze apportate dal ricorrente secondo le quali il presidente della filiale bancaria e altri suoi dirigenti hanno usato espressioni offensive nei confronti del ricorrente e di un altro dipendente subordinato facenti riferimento al colore della pelle e all’origine africana di entrambi, con la conseguenza oggettiva di aver creato un clima offensivo ed umiliante nell’ambiente di lavoro.
In particolare, il presidente della banca ha cercato di dissuadere il ricorrente dalla sua candidatura alle elezioni comunali di Milano dello scorso maggio, facendo riferimento al suo colore della pelle e accomunandolo  “agli zingari e ai musulmani che …vogliono rovinare Milano”. Inoltre si è rivolto al ricorrente e ad un altro dipendente di colore utilizzando gli epiteti di “negri africani” che stanno “creando troppi problemi”, asserendo espressamente che “avere troppi negri non poteva giovare alla banca” e che pertanto era meglio assumere “una persona con un colore più chiaro”.
Inoltre, in un’occasione si rivolgeva al ricorrente dicendogli che non poteva pretendere un posto manageriale, poiché “era in caserma, che nessuno aveva bisogno della sua intelligenza”, che gli “stranieri pretendono troppo, soprattutto quelli che hanno la cittadinanza…devono sapere che sono ospiti”.
Nell’accertare il carattere discriminatorio del comportamento di Extrabanca s.p.a., il giudice ha ordinato al legale rappresentante l’immediata cessazione dei comportamenti illeciti anche mediante l’affissione, presso la sede di Milano, di un comunicato contenente il dispositivo dell’ordinanza, nonché di un invito rivolto al personale della banca ad astenersi, nei rapporti tra i colleghi e nelle riunioni di lavoro , da espressioni volgari ed offensive a sfondo razziale, anche richiamandosi alla “carta valori” della banca medesima, la cui attività e i servizi sono rivolti in particolare ai cittadini migranti.
Il giudice ha inoltre disposto il riconoscimento  in favore del ricorrente del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, quale risultante dall’oggettiva violazione del diritto fondamentale alla tutela della propria dignità e dunque quale danno da discriminazione in sé, e fissato in via equitativa nella somma di 5,000 euro.
L’ordinanza del Tribunale di Milano è particolarmente importante ed innovativa, non solo perché costituisce una della prime pronunce giudiziarie che sanzionano la fattispecie della molestia a sfondo razziale, ma anche perché è una delle poche pronunce che ha riconosciuto il principio del risarcimento del danno non patrimoniale da fatto oggettivo della discriminazione in sé, quale violazione della dignità della persona.
Da un punto di vista politico, l’ordinanza del giudice milanese è davvero un bel punto di inizio per una capillare campagna di sensibilizzazione contro le discriminazioni di ogni genere sul luogo di lavoro: siano le stesse a sfondo razziale, etnico, religioso, di genere o tendenze sessuali.
Il mercato del lavoro, in così rapida evoluzione ed in così grande crisi economica, risente indubbiamente anche di un “deficit di civiltà” nei rapporti tra datore e dipendenti e tra dipendenti stessi, con l’attuazione sovente di forme di discriminazione subdole e terribilmente lesive della dignità dell’appartenente alla comunità lavorativa.
Auguriamoci davvero che questa coraggiosa ordinanza sia un invalicabile caposaldo giuridico che contribuisca a mettere fine a tali situazioni di gravità inaudita, cui la storia ha cercato di porre rimedio con percorsi filosofici e politici che stanno alla base della nostra civiltà occidentale, con cui, tuttavia, non abbiamo finito di fare i conti alle soglie inoltrate del terzo millennio.

di Ilaria Li Vigni
 

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