Cultura e bene comune
Pubblicato: 21/03/2012 08:36:00

Se non sbaglio, la probabilità che un membro dell’Ufficio di Presidenza della Regione Lombardia attiri su di sé l’interesse – per così dire - della magistratura è attualmente pari a 0.8: quasi una certezza. Al club dei consiglieri regionali indagati si è appena aggiunto Romano La Russa, fratello dell’ineffabile Ignazio, sicché l’analoga probabilità per quest’ultima collettività è uguale a 0.125. Senz’altro inferiore alla precedente; ma pur sempre interessante: se estesa all’intera popolazione residente in Italia avremmo circa 6 milioni 950 mila soggetti incalzati dai magistrati, un numero semplicemente mostruoso e ingestibile. Fortunatamente non è così, perché il campione formato da questi “rappresentanti” della sovranità popolare non è un campione tecnicamente rappresentativo degli italiani. La statistica parla in questi casi di campione “distorto” (biased), e mai un termine tecnico si è caricato “involontariamente” di un così allusivo e forte significato.


Tranquillizzatevi, non è mia intenzione aprire qui una discussione sul tema, ahimè inflazionato, della corruzione. Il mio è come dire? Piuttosto un interesse antropologico – culturale. Cercate di richiamare alla memoria qualcuna delle innumeri comparsate che questi personaggi hanno fatto ai vari talk-show televisivi, attraverso interviste sulla stampa o alla radio, o infine nel corso dei dibattiti all’interno delle istituzioni nelle quali operano (Parlamento, Consigli ecc.): quale è il tratto che li accomuna? Accanto ad una singolare capacità di navigare per rotte per così dire improprie, l’elemento condiviso è dato da una vera e propria barbarie culturale. Sì, intendo proprio dire barbarie: poneteli di fronte ad una questione, o ad un tema che richieda qualcosa di più che un sapere d’accatto, ed essi balbetteranno qualche sproposito: memorabile la galleria tra Ginevra e il Gran Sasso evocata dall’ex ministro Gelmini (per l’Educazione) ; ma come potremmo dimenticare il “plularismo” dell’ineffabile Trota, al secolo Renzo Bossi? (E con ciò mi rendo conto di fare torto a decine di consimili campioni).
Gli ultimi decenni hanno visto un attacco programmatico alla cultura, attraverso l’impoverimento dell’istruzione pubblica, e l’umiliazione della professione e del ruolo degli insegnanti, sempre più indifesi nei confronti delle politiche governative da un lato e, dall’altro, nei confronti delle famiglie dei propri allievi, queste ultime interessate non sempre e non tanto alla crescita intellettuale e civile dei propri figli, quanto spesso ad evitare che la scuola interferisca con il tempo libero e gli svaghi familiari (viaggi, vacanze ecc.). Risultato: una vasta barbarie indotta, che si riflette non solo nell’uso mediocre e limitato della lingua; ma anche in una generalizzata povertà di elaborazione del pensiero, con prevedibili conseguenze per quanto riguarda la capacità stessa di argomentare.


Fortunatamente ciò non è bastato ad interrompere il processo di accumulazione del sapere nel nostro Paese; perché questo è un compito superiore anche ai poteri dei dittatori più feroci, come anche la storia recente insegna. Accanto a coloro che in silenzio si sono impegnati ad evitare che la fiamma della cultura si spegnesse, altri personaggi, che chiamerei “opportunisti della cultura” hanno invaso la scena: individui in possesso di una cultura, o di un sapere tecnico- scientifico circoscritto, su questa base hanno costruito un notevole potere personale (non solo politico), finendo con lo svolgere ruoli egemonici dai tratti non di rado grotteschi. Il ricordo corre, tra l’altro, all’amministrazione Moratti ed alla serie di mostre e manifestazioni, non esattamente memorabili, ospitate dal Palazzo Reale, dal Padiglione di Arte Contemporanea, dal Palazzo della Ragione ecc.
L’ex ministro (per la cultura) Bondi ha a suo tempo nominato, quale direttore dei lavori per il restauro degli Uffizi a Firenze, un tale Riccardo Miccichè, noto in precedenza semplicemente per avere partecipato ad una certa società Modu's Atelier, che ha come oggetto l'attività di parrucchiere per uomo, donna e bambino. Si dirà (ed è stato effettivamente detto): costui ha capacità amministrative, e quindi è persona idonea al compito di risanare e amministrare gli Uffizi.


Già: ma la cultura non si risana, né tantomeno si amministra. Si crea, si alimenta, si condivide e si diffonde. La cultura non è soltanto una parte del bene comune; vorrei dire: ne costituisce il nucleo essenziale. In passato coloro che ci governavano, ed avevano ottime ragioni per incoraggiare ed alimentare fattivamente la barbarie di cui ho detto, sembravano aver fatto proprio un principio perverso, che posso così riassumere: “sono gli innumerevoli monumenti - dei quali l’Itala è ricca – il nucleo duro del bene comune nazionale; non la cultura, che è solo appannaggio di pochi …”. Già: ma cosa è un monumento in un contesto di dilagante barbarie? Un mero oggetto del quale i cittadini non sanno darsi conto, e proprio per questo tendono a considerarlo come una semplice componente del paesaggio – a volte scomodo intralcio a progetti urbanistici o edilizi. Questo spiega perché disastri come i crolli a Pompei non commuovano nessuno.


Oggi si fa un gran parlare di bene comune. Temo che ogni analisi e dibattito che non parta dalla necessità di uscire dallo stato di letargica barbarie che ci affligge, riconoscendo alla cultura il ruolo di “primo motore” che le spetta, rischi di trasformarsi in una conversazione salottiera, o in un dibattito cugino di quello promosso dalle “ Ipotesi sull'origine degli stagni di Hampstead con alcune osservazioni sulla teoria dei girini” … Autore: l’immortale Samuel Pickwick uscito dalla penna di Charles Dickens.

di Claudio Conti

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