Primarie centro-sinistra
Come e con chi si può finanziare un candidato?
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MILANO - Sono bastati pochi giorni dalla cena milanese e “fatale” di Matteo Renzi per sentire la battuta del prodiano Arturo Parisi, un politico senza se e senza ma: “Se si citano le Cayman spunta Unipol”. Credo che oltre a lui molti stiano andando indietro con la memoria per scovare più o meno provate verità sulla debolezza delle nostre forze politiche di fronte e al fascino diretto dei soldi per uso personale, per il partito ma anche semplicemente di fronte all’indubbio potere che danno i soldi o ancora al fascino esercitato da chi i solidi li ha, sia che li mostri sia che più luteranamente non ne faccia sfoggio, per non suscitare l’invidia degli dei o anche solo quella del vicino di casa.

Se non si fermano in tempo ci sentiremo ancora ricordare i soldi del Cremlino al PC, quelli degli USA alla DC e al Partito Socialdemocratico di Saragat tra storia e intercettazioni recenti del tipo “abbiamo una banca”. Il denaro “sterco del diavolo” segue tutta la storia dal medioevo sino a noi e l’ultimo probabilmente a parlarne in questi termini – “merda del diavolo” – fu Bruno de Finetti, un grande matematico e statistico, amico di Fermi e di molti altri eccellenti, più noto forse di là dell’Atlantico che da noi, morto iscritto al Partito Radicale nel 1985 e che rischiò la galera per aver difeso l’obiezione di coscienza. Allora con questa “merda del diavolo” e col suo fascino ci tocca fare i conti. Quotidianamente. Soprattutto quando gli scandali o il feroce dibattito politico attraversano il nostro tempo.

Tra qualche giorno si potrà fare un’antologia di tutto quel che comparirà sulla stampa sulla vicenda Renzi – Bersani – Cayman ma per il momento vorrei segnalare un bell’articolo di Nadia Urbinati sulla Repubblica di sabato scorso dal titolo “Quando i soldi entrano in politica”. Prendendo spunto dalla vicenda della famosa cena la Urbinati va al nocciolo del problema scrivendo: “Come e chi finanzia il candidato è dunque un problema che va posto subito, a livello normativo e non soltanto etico.”. Si scavalca giustamente in questo modo la pelosa questione delle frequentazioni che la saggezza popolare racchiudeva in due parole: “Dimmi con che vai e ti dirò chi sei”, vigorosamente contestato da Formigoni, per arrivare a dire che per combattere il “male” bisogna conoscerlo; si affrontano insieme due nodi: il comportamento di un candidato a qualunque forma di competizione politica partecipi e il comportamento “economico” di chi lo sostiene.

Che strada scegliere? Normare per legge quest’aspetto dell’attività di un candidato in occasione di una qualunque candidatura? Come si è fatto, più male che bene, per i partiti? I risultati non sono stati brillanti anche perché l’eventuale falsa dichiarazione del candidato in merito ai contributi ricevuti non è seriamente sanzionata. Imporre per legge a tutti coloro che versano contributi a partiti o candidati di dichiararlo in un apposito albo pubblico? Sanzionare chi non lo fa? Possibile ma non facile. Resta poi un grosso problema: cosa ne facciamo delle “altre utilità”. Come dichiararle da parte dei candidati? Come definirle? Il renzismo giovanilista affonda una delle sue radici nell’impossibilità di sciogliere questo nodo che potrebbe consentire all’elettore una valutazione a priori ma soprattutto a posteriori sull’indipendenza di un candidato e nel non poter conoscere i trascorsi di ognuno e dunque l’assioma: chi in politica c’è da meno tempo meno scheletri ha nell’armadio. Il qualunquismo dell’ovvio?

di Luca Beltrami Gadola

PS. La cena era a porte chiuse, immaginiamo facilmente cosa possa aver detto Renzi. Ma chi ci racconterà che impressione ha fatto lui su questi finanzieri? Pensano di fidarsi di lui e lui di loro?

Scandalo del Pirellone: il racconto di Natalia Aspesi

MILANO - «IL PRESIDENTE ritiene sbagliatissimo prolungare la campagna elettorale per le regionali: ed è quindi in piena sintonia con il Pdl, che il Presidente si muoverà per andare alle elezioni il prima possibile». Chi fa questo forte annuncio agli elettori lombardi? Ma lui, il Presidente stesso, Roberto Formigoni, che in pieno trip da monarca bellicoso, parla di sé in terza persona. Come fosse la Regina Elisabetta, oppure esagerando, il Papa. La Lombardia trema, Milano sbadiglia, molti lombardi e molti milanesi si fregano le mani e già litigano sul dopo. Il noioso Albertini, l’agguerrito Tabacci, qualche outsider proveniente da profonde valli leghiste o dalle ultime retrovie della sopita sinistra? Qualche signora della buona società milanese o del sindacalismo brianzolo? O, come una nemesi cui è impossibile sfuggire, ancora, e per sempre, il marmoreo, inamovibile Formigoni?
Ce ne libereremo mai, pensano, esausti, soprattutto quelli di Milano, una città che gli è sempre stata estranea, troppo cosmopolita e poco provinciale.
MILANO come lui, Roberto Formigoni, è sempre stato estraneo a Milano, che non lo ha mai davvero amato, pover’uomo, anche quando si scommetteva sulla sua probità e capacità. Eppure, pur venendo da Lecco, a Milano si è laureato, alla Cattolica, e ha incontrato il suo maestro Don Giussani; dopo una veloce carriera parlamentare anche europea, diventato Presidente della Regione Lombardia, a Milano si è stabilito, scegliendo di vivere in una comunità di laici cattolici; qui nel 1995 si è insediato negli uffici firmati nel 1961 da Giò Ponti, qui ha costruito il monumento al suo potere, il Pirellone 2, capolavoro di cristallo di uno studio archistar americano, premio per il più bel grattacielo europeo che Formigoni stesso ritirerà a Chicago tra qualche giorno, regalandosi una tregua dal tumulto politico e giudiziario milanese, e regalando alla città una pausa dalla sua inviperita e vociferante combattività.
A Milano c’è il San Raffaele, con il defunto protettore don Verzé e le truffe che hanno portato il venerato ospedale alla bancarotta, e il centro della fondazione Maugerisu cui hanno lucrato allegramente e sfrontatamente i suoi scalmanati amici che stanno finendo in prigione, compromettendo in modo irreversibile la sua intangibilità prepotente e il suo imperio cieco.
Quella sua dittatura pareva invincibile, 17 anni su una montagna di denaro pubblico, di trappole politiche, di ladri affamati, scalata da quell’ ’ndrangheta sprezzante e minacciosa che ha invaso ormai da tempo la sua regione: senza che lui, troppo impegnato a darsi consensi, se ne accorgesse, senza che i suoi fidi sistemati in amministrazioni locali, lo ritenessero un pericolo, piuttosto che come un’altra buona occasione, scivolando nel malaffare come inevitabile strada per mantenere poltrone e privilegi.
Lui quasi invisibile in città, se non negli ultimi anni presente a un paio di sfilate di moda, sempre le stesse, di industriali amici, imbarazzato nella prima fila affollata di starlette che lo attorniavano entusiaste, compresa la sua ex fidanzata Emanuela Talenti, pronta a farsi fotografare con lui e che via lei, non era stata più sostituita. Anche lì, con le modelle sculettanti a pochi centimetri dal suo naso refrattario, senza raccogliere i sospetti, i sussurri, che la ’ndrangheta si stava avvicinando pure al nostro glorioso made in Italy.
Naturalmente lo si vedeva in televisione con la sua bella faccia di sessantacinquenne in gran forma, l’eterno sorriso di sufficienza e scherno, l’erre moscia sibilante di disprezzo, non una difesa dalle domande pericolose, ma un rifiuto inglorioso della realtà: senza mai perdere la calma, tranne l’altro giorno, quando, percependo il baratro, ha minacciato di querelare Alessio Vinci che gli poneva le solite domande diventate di colpo insopportabili e inevitabili. Con tutto il potere che Formigoni ha avuto e ancora ha sulla Lombardia e quindi su Milano, non è mai riuscito, o non ha mai voluto, conquistarla, se non certo nel periodo elettorale: i suoi gusti, il suo piacere, le sue amicizie, le sue idee, i suoi affari, il suo prestigio, le sue ambizioni, le sue scelte di vita, lo hanno sempre portato altrove, Bagdad, Bruxelles, Roma, Varese, la sua Lecco che l’altro giorno ha osato fischiarlo. Poi addirittura nei Caraibi.
Ed è da queste isole vacanziere, da subito cancellate dal turismo dei milanesi di classe per queste presenze inopportune, che il pio gentiluomo di Comunione e Liberazione, dopo una lunga carriera in varie formazioni politiche cattoliche (Dc, Ppi, Cdu, Cdl) confluito poi nella più vispa Forza Italia e quindi nell’ormai moribondo Pdl, scopre che il voto di castità e povertà non impedisce di far baldoria, di tuffarsi dagli yacht, di viaggiare sontuosamente, di farsi fotografare in mutande, sdutto come un ragazzo, in mezzo a belle signore in bikini.
Se sono altri a pagare, non c’è peccato, o, visto che lui nega ancora ogni favore, lassù sarà perdonato se usa il suo ottimo stipendio per il proprio svago virtuoso, anziché devolverlo, come sarebbe doveroso secondo le regole della sua comunità, la Memores Domini, a chi poi lo ridistribuisce ai bisognosi; a meno che siano ritenuti bisogni doverosi quelli suoi, di andare a Parigi con un lieta brigata di fedeli. Ferreo ciellino da sempre, io lo ricordo quando alla fine degli anni ’70 si cominciò a discutere di una legge per l’interruzione di gravidanza e, invitato a dibattiti, si scagliava contro quella eventualità con tale violenza da ammutolire le pur attrezzate femministe di allora.
Come Presidente della Regione e casto scapolone, non ha mai nascosto il suo fastidio per l’autonomia delle donne, per esempio tentando inutilmente di opporsi all’introduzione in Italia della pillola abortiva, e privilegiando negli ospedali lombardi il personale medico obiettore di coscienza.
Per compiacere il Vaticano, ha rifiutato che nella sua regione fosse applicata la sentenza della Corte d’Appello che autorizzava l’interruzione dell’alimentazione forzata della povera Eluana Englaro, in coma irreversibile da 17 anni, che chiuse la sua tragica vicenda in una casa di cura di Udine. Se Formigoni non è mai stato molto simpatico alla buona società milanese, che comunque in gran parte l’ha votato per quattro mandati, come al solito per paura dei famosi anche se estinti, “comunisti”, neppure i cattolici non intruppati in Cl lo amano: per la superbia, l’esibizionismo, l’autoritarismo, l’assenza di carità. E per gli sprechi, in una regione colpita da una crisi morale profonda, dalla delusione di ogni colore politico, soprattutto dalla sempre più diffusa disoccupazione e paura, dove anche i ricchi si defilano nel basso profilo per non dare nell’occhio.
Massima dissipazione, quel monumento imponente e anche bello, alla sua grandeur che è appunto la nuova sede di cristallo della Regione, costata 500 milioni, spiegati come un vero risparmio (ma la vecchia non è stata abbandonata): per lasciare ai posteri il segno del suo regno, il nuovo Pirellone doveva essere il più alto dei tanti grattacieli di grandi firme che stanno cambiando l’orizzonte di Milano, come fosse Shangai o Seul: ma i suoi 39 piani, i suoi 167 metri di altezza, sono stati battuti, con sua irritazione, dalla torre Hines di César Pelli, che col suo pinnacolo raggiunge 231 metri (ma solo 35 piani). Di sicuro non lo ama neppure Berlusconi, che pure gli deve riconoscenza per essersi preso in consiglio, contro ogni logica, Nicole Minetti, per tacitarla.
Ma certo come tutto il Pdl ne teme tuttora lo sfrenato sgomitamento, oltre l’impero lombardo sfregiato dagli scandali anche mafiosi, dagli avvisi di garanzia e dagli arresti di assessori e consiglieri, e lui stesso indagato per corruzione. Il suo presuntuoso destino potrebbe portarlo a Roma a metter casino nelle prossime elezioni politiche.
Ma intanto in Lombardia il suo potere potrebbe subire solo un’incrinatura di immagine, perché poi per esempio, la sanità lombarda è quasi del tutto in mano sua e dei suoi, e sarà difficile sottrargliela. Ma poi il vero problema sarà, per tutti: dove mettiamo la Minetti?

di Natalia Aspesi

A proposito di Bene Comune
Con Franco D'Alfonso la "voce" di MMC in Comune
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MILANO - Ieri sera, a quasi 1 anno di distanza dalla sua nascita, si è riunito in assemblea il Movimento Milano Civica. Non era la prima volta, ma era un'occasione particolarmente sentita - si sarebbe dovuto parlare del Convegno sul Bene Comune previsto per fine ottobre - che sta particolarmente a cuore a noi tutti e soprattutto al nostro caro presidente, Nanni Anselmi, che nella convocazione ci aveva spronati: 
"Fino ad ora abbiamo chiesto ai soci partecipazione, dialogo e comunicazione.
Ora è venuto il tempo della mobilitazione ! 
Vi aspettiamo pertanto tutti "senza se e senza ma".

E il suo invito non è andato deluso: nonostante lo sciopero selvaggio dei mezzi che stava paralizzando la città, eravamo più di 50 stipati nella sala Cinema dell'Umanitaria.
Ma, a parte l'introduzione di Nanni e l'intervento di Claudio Conti, l'ordine del giorno è stato "piacevolmente" stravolto dalla presenza, per i più di noi inaspettata, di praticamente tutti i nostri "rappresentanti" in Comune (unica assente "giustificata" la consigliera Elisabetta Strada).
C' erano Franco D'Alfonso, Assessore al Commercio, Attività produttive, Turismo, Marketing territoriale (nonché promotore della lista Milano Civica x Pisapia), Lucia Castellano, assessore alla Casa, al Demanio e ai Lavori Pubblici, e Anna Scavuzzo, capogruppo in Consiglio di Milano Civica x Pisapia, che ci hanno reso partecipi dei programmi della giunta, delle cose raggiunte e delle altre per cui stanno lottando. 

Ma a parte la soddisfazione per i risultati se pur notevoli, come Area C, piano regolatore, ridimensionamento dei parcheggi, mappatura degli spazi di edilizia pubblica abbandonati, la cosa che traspariva maggiormente dalle loro parole e che li rendeva particolarmente fieri, era la consapevolezza che, pur se nuovi, a parte d'Alfonso, della politica, la loro voglia di far bene e di onorare il compito assegnatogli nella maniera migliore, li aveva spinti in poco più di un anno a "imparare" il mestiere e a poter operare meglio di tanti esperti politicanti e soprattutto, e per questo si sono dichiarati riconoscenti al nostro Movimento che li sostiene, potendo agire svincolati dalle logiche e dagli obblighi che imbrigliano gli appartenenti ai partiti tradizionali. E poi, la cosa che più ci ha colpito, è che in tutte le loro parole traspariva un'onestà, una correttezza, un rispetto nei confronti dei bisogni del cittadino che ci hanno fatto intravvedere una luce in questi tempi più che bui. Sono riusciti a rasserenarci e a farci sperare che il raggiungimento del Bene Comune sia possibile, non rimanga solo una chimera. 

E quando siamo usciti nella fetta di cielo tra il Tribunale e L'Umanitaria brillava una splendida e propiziatoria luna piena.

di Marina Cavallo
Pirellone bis, naufraghi in regione
Formigoni è davvero alla frutta!?!?
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L'Isola dei famosi sbarca in Lombardia. O meglio nella nuova sede della Regione.

Il presidente Roberto Formigoni ha concesso l'uso dell'eliporto costruito in cima al Pirellone bis per la finale del programma in onda il 5 aprile su RaiDue.

L'accordo prevede che i concorrenti superstiti atterrino sul tetto di Palazzo Lombardia, mentre nello spazio coperto del complesso di via Pola-Rosellini-Taramelli, costato 571,4 milioni di euro, si terranno le prove di sopravvivenza.

«FORMIGONI ALLA FRUTTA». La notizia ha suscitato la reazione del Pd in consiglio regionale: «Si potrebbe fare del sarcasmo e dire che Formigoni non vede l'ora di andare all'Isola dei famosi, tanto le camice genere hawaiano già le ha» hanno commentano con sarcasmo, aggiungendo: «non ci pare che alcuna istituzione, in giro per l'Italia, si presti a cose di questo genere, soprattutto se pensiamo ai problemi di quella lombarda, a noi questa notizia fa tristezza. Formigoni è davvero alla frutta. E per giunta esotica».

Nelle edizione passate i naufraghi atterravano a Linate e si sfidavano in un set allestito vicino all'Idroscalo.

Se non sbaglio, la probabilità che un membro dell’Ufficio di Presidenza della Regione Lombardia attiri su di sé l’interesse – per così dire - della magistratura è attualmente pari a 0.8: quasi una certezza. Al club dei consiglieri regionali indagati si è appena aggiunto Romano La Russa, fratello dell’ineffabile Ignazio, sicché l’analoga probabilità per quest’ultima collettività è uguale a 0.125. Senz’altro inferiore alla precedente; ma pur sempre interessante: se estesa all’intera popolazione residente in Italia avremmo circa 6 milioni 950 mila soggetti incalzati dai magistrati, un numero semplicemente mostruoso e ingestibile. Fortunatamente non è così, perché il campione formato da questi “rappresentanti” della sovranità popolare non è un campione tecnicamente rappresentativo degli italiani. La statistica parla in questi casi di campione “distorto” (biased), e mai un termine tecnico si è caricato “involontariamente” di un così allusivo e forte significato.


Tranquillizzatevi, non è mia intenzione aprire qui una discussione sul tema, ahimè inflazionato, della corruzione. Il mio è come dire? Piuttosto un interesse antropologico – culturale. Cercate di richiamare alla memoria qualcuna delle innumeri comparsate che questi personaggi hanno fatto ai vari talk-show televisivi, attraverso interviste sulla stampa o alla radio, o infine nel corso dei dibattiti all’interno delle istituzioni nelle quali operano (Parlamento, Consigli ecc.): quale è il tratto che li accomuna? Accanto ad una singolare capacità di navigare per rotte per così dire improprie, l’elemento condiviso è dato da una vera e propria barbarie culturale. Sì, intendo proprio dire barbarie: poneteli di fronte ad una questione, o ad un tema che richieda qualcosa di più che un sapere d’accatto, ed essi balbetteranno qualche sproposito: memorabile la galleria tra Ginevra e il Gran Sasso evocata dall’ex ministro Gelmini (per l’Educazione) ; ma come potremmo dimenticare il “plularismo” dell’ineffabile Trota, al secolo Renzo Bossi? (E con ciò mi rendo conto di fare torto a decine di consimili campioni).
Gli ultimi decenni hanno visto un attacco programmatico alla cultura, attraverso l’impoverimento dell’istruzione pubblica, e l’umiliazione della professione e del ruolo degli insegnanti, sempre più indifesi nei confronti delle politiche governative da un lato e, dall’altro, nei confronti delle famiglie dei propri allievi, queste ultime interessate non sempre e non tanto alla crescita intellettuale e civile dei propri figli, quanto spesso ad evitare che la scuola interferisca con il tempo libero e gli svaghi familiari (viaggi, vacanze ecc.). Risultato: una vasta barbarie indotta, che si riflette non solo nell’uso mediocre e limitato della lingua; ma anche in una generalizzata povertà di elaborazione del pensiero, con prevedibili conseguenze per quanto riguarda la capacità stessa di argomentare.


Fortunatamente ciò non è bastato ad interrompere il processo di accumulazione del sapere nel nostro Paese; perché questo è un compito superiore anche ai poteri dei dittatori più feroci, come anche la storia recente insegna. Accanto a coloro che in silenzio si sono impegnati ad evitare che la fiamma della cultura si spegnesse, altri personaggi, che chiamerei “opportunisti della cultura” hanno invaso la scena: individui in possesso di una cultura, o di un sapere tecnico- scientifico circoscritto, su questa base hanno costruito un notevole potere personale (non solo politico), finendo con lo svolgere ruoli egemonici dai tratti non di rado grotteschi. Il ricordo corre, tra l’altro, all’amministrazione Moratti ed alla serie di mostre e manifestazioni, non esattamente memorabili, ospitate dal Palazzo Reale, dal Padiglione di Arte Contemporanea, dal Palazzo della Ragione ecc.
L’ex ministro (per la cultura) Bondi ha a suo tempo nominato, quale direttore dei lavori per il restauro degli Uffizi a Firenze, un tale Riccardo Miccichè, noto in precedenza semplicemente per avere partecipato ad una certa società Modu's Atelier, che ha come oggetto l'attività di parrucchiere per uomo, donna e bambino. Si dirà (ed è stato effettivamente detto): costui ha capacità amministrative, e quindi è persona idonea al compito di risanare e amministrare gli Uffizi.


Già: ma la cultura non si risana, né tantomeno si amministra. Si crea, si alimenta, si condivide e si diffonde. La cultura non è soltanto una parte del bene comune; vorrei dire: ne costituisce il nucleo essenziale. In passato coloro che ci governavano, ed avevano ottime ragioni per incoraggiare ed alimentare fattivamente la barbarie di cui ho detto, sembravano aver fatto proprio un principio perverso, che posso così riassumere: “sono gli innumerevoli monumenti - dei quali l’Itala è ricca – il nucleo duro del bene comune nazionale; non la cultura, che è solo appannaggio di pochi …”. Già: ma cosa è un monumento in un contesto di dilagante barbarie? Un mero oggetto del quale i cittadini non sanno darsi conto, e proprio per questo tendono a considerarlo come una semplice componente del paesaggio – a volte scomodo intralcio a progetti urbanistici o edilizi. Questo spiega perché disastri come i crolli a Pompei non commuovano nessuno.


Oggi si fa un gran parlare di bene comune. Temo che ogni analisi e dibattito che non parta dalla necessità di uscire dallo stato di letargica barbarie che ci affligge, riconoscendo alla cultura il ruolo di “primo motore” che le spetta, rischi di trasformarsi in una conversazione salottiera, o in un dibattito cugino di quello promosso dalle “ Ipotesi sull'origine degli stagni di Hampstead con alcune osservazioni sulla teoria dei girini” … Autore: l’immortale Samuel Pickwick uscito dalla penna di Charles Dickens.

di Claudio Conti

Case popolari
Guida e Castellano consegnano alle famiglie le chiavi di 21 alloggi

Le chiavi di 21 nuovi appartamenti sono state consegnate ad altrettante famiglie dalla vicesindaco Maria Grazia Guida e dall’assessore alla Casa e Demanio Lucia Castellano, in via Pichi-Magolfa, zona Navigli.
All’inaugurazione dello stabile di edilizia popolare, che si è svolta alla presenza del Consiglio di Zona 6, dei consiglieri della Commissione Casa e Demanio e dei sindacati inquilini, hanno partecipato anche il Presidente di Aler Loris Zaffra e il Direttore generale Domenico Ippolito.

“La consegna di questi appartamenti - ha dichiarato il Sindaco Giuliano Pisapia – mi rende orgoglioso perché dimostra concretamente il nostro impegno per dare un reale aiuto alle famiglie, soprattutto a nuclei con figli, in questo difficile momento di crisi economica. Sviluppare e sostenere l’edilizia residenziale pubblica è per noi una priorità, e certamente proseguiremo su questa strada, per rispondere ai tanti bisogni presenti nella nostra città. Via Magolfa si trova in una zona storica e bellissima di Milano, a due passi dalla Darsena, un altro luogo che presto sarà riqualificato. Da oggi 21 famiglie hanno un nuovo alloggio che, sono convinto, farà loro ritrovare un po’ di serenità. Grazie a tutti coloro che hanno lavorato per rendere possibile la consegna di questi appartamenti“.

“La nostra Amministrazione – ha evidenziato la vicesindaco Maria Grazia Guida – è impegnata sul fronte del diritto alla casa con una particolare attenzione alle giovani generazioni. Per questo dare una possibilità abitativa a queste famiglie è un’operazione di grande valore sociale. Altrettanto importante è la collocazione di questi alloggi in una zona di pregio della città, a dimostrazione che l’edilizia residenziale pubblica non va confinata in periferia, ma deve attraversare tutti i quartieri. Anche così costruiamo coesione sociale”.
“È una grande gioia – ha dichiarato l’assessore Castellano – poter consegnare le chiavi di casa a famiglie che erano in lista d’attesa per un alloggio popolare. In un momento di crisi economica e di emergenza abitativa, è un nuovo segnale di attenzione da parte della Giunta, dopo l’inaugurazione dei 48 alloggi di via Gonin consegnati a dicembre. Lo stabile di via Magolfa era pronto da due anni, ma è rimasto chiuso e inutilizzato senza che la precedente Amministrazione ne decidesse la destinazione. Siamo riusciti a preservarlo dalla vendita e a destinarlo esclusivamente all’edilizia popolare. Così che a partire da oggi queste famiglie abiteranno in una zona semi-centrale della città e in alloggi nuovi di zecca”.

Gli alloggi sono assegnati per la maggior parte a famiglie con minori (una sola coppia senza figli), mentre gli altri sono destinati a persone sole (anziani e o soggetti con disabilità).

Il nuovo edificio di edilizia residenziale pubblica rientra in un Piano di Recupero urbano realizzato da un privato in un’area un tempo in forti condizioni di degrado. Complessivamente il progetto prevede la costruzione di stabili a destinazione residenziale nell’area compresa tra le vie Magolfa, Pichi, Gola e l’Alzaia Naviglio Pavese. E comprende come opere a scomputo oneri, oltre alla realizzazione di uno stabile da cedere gratuitamente al Comune di Milano, anche la ristrutturazione di un fabbricato esistente e la realizzazione di un livello interrato destinato a parcheggi.

Responsabile del Piano di recupero urbano è l’Immobiliare ‘Fabrica’, già operativa sul fronte sociale con la realizzazione di residenze per anziani, centri di ricerche, campus universitari. Per questo intervento particolare attenzione è stata posta al rispetto di un’area storica milanese, come quella di Magolfa, e delle architetture esistenti.

 

Indagine Ipsos
Un cambio di mentalità che recupera l'etica dei singoli individui

Iniziamo con il fornire una definizione lessicale il più semplice possibile di “civismo”, base dello statuto del Movimento Milano Civica e termine che si sente sempre più spesso, quale alternativa al sistema politico dei tempi passati.
Si definisce civismo, l’origine è evidentemente romana, quell’insieme delle virtù proprie di un buon cittadino.
Il civismo è una visione della vita politica alternativa al sistema dei partiti che si propone di unire gli abitanti di una collettività intorno ai valori positivi della vita associata, aggregando individui che, provenienti da diversi ambiti sociali, collaborano per raggiungere un obiettivo comune legato alla tutela ed alla gestione dei beni appartenenti alla stessa comunità.
Logicamente connesso al concetto, quello di “senso civico”.
Una recente indagine della Ipsos, denominata “Il senso civico dei milanesi 2012”, presentata nei giorni scorsi dalla Giunta Comunale e da alcune tra le più note associazioni cittadine in tema di sicurezza, edilizia, ambiente e territorio, ha fornito alcuni esiti davvero sorprendenti che affronteremo insieme.
Tra i comportamenti che i cittadini sentono come maggiormente riprovevoli per la collettività si colloca nettamente al primo posto l’evasione fiscale (34%), seguita dall’offerta di denaro per ottenere favori (29%), dall’assenza del lavoro per falsa malattia (9%), dalla mancata restituzione di oggetti di valore trovati per strada (8%), dall’abbandono di rifiuti in luoghi pubblici (5%) e dal mancato acquisto del titolo di viaggio sui mezzi pubblici (3%).
Ora, tali dati sono a mio avviso da leggere in una duplice chiave interpretativa.
Anzitutto, paradossalmente, il comportamento ritenuto “meno civico”, quale l’evasione fiscale, è anche quello potenzialmente più frequente ed a maggior tasso di commissione.
Ciò può voler dire due cose: o che il singolo cittadino, quando risponde a ad un sondaggio, pur qualificato come quello di Ipsos, vede “la pagliuzza negli occhi degli altri e non la trave nei propri”, additando pubbliche evasioni, ma evadendo a sua volta; ovvero che il comportamento di chi non dichiara tutti i propri redditi si sta davvero insinuando nell’opinione pubblica come danno per la collettività intera, sia con riferimento ad un peggioramento dei servizi comuni sia per quanto riguarda l’aumento dell’imposizione fiscale per chi le tasse le paga.
Chi scrive è convinto che la seconda chiave di lettura sia un elemento di indubbia speranza, soprattutto in un contesto socio-politico come quello attuale, con le difficoltà economiche e sociali davanti agli occhi di tutti.
E’ proprio in un momento quale quello che stiamo vivendo che, oltre al civismo delle comunità locali si deve davvero recuperare quei concetti, tralaltro strettamente connessi, di “trasparenza nella Pubblica Amministrazione” ed “etica del singolo individuo” che sono stati un po’ accantonati negli scorsi decenni di “boom economico”.
Non devono essere concetti vuoti e retorici, confinati nei dibattiti politici, nelle conferenze universitarie o nei pulpiti delle chiese, ma devono entrare a far parte del bagaglio personale di ciascuno di noi, esempio virtuoso per la comunità cittadina.
La vera scommessa è che questa “virtù” - fatta di pagare le tasse, pagare il biglietto del tram, chiedere la ricevuta al ristorante, rispettare gli iter pubblici senza favoritismi, ma anche di guidare con prudenza, non passare con il rosso e cedere il posto sul tram…in ordine sparso!- non è da vedersi come comportamento minoritario, debole, vituperato e quindi svantaggioso, ma come miglioramento per la vita di tutti i cittadini.
Facciamo sì, insomma, che questo sondaggio che vede i milanesi così “critici” nei confronti di determinati comportamenti non sia un esempio, molto all’italiana, di “vizi privati e pubbliche virtù”, ma davvero un punto di partenza per il miglioramento della sensibilità civica della nostra città e di coloro che in essa vi abitano.

di Ilaria Li Vigni
 

Politica e sport
Ovvero come è facile passare "dalle stelle alle stalle"
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Mi son segnato sul calendario la data del 5 febbraio 2012, il giorno dei primi fischi a Formigoni.
Mi ha fatto ricordare un'altra salva di fischi che diede inizio ad una parabola discendente, quella di Maradona, era il giugno del 1990, quello dei mondiali di calcio cantati da Bennato e dalla Nannini.
Quel giorno ero sugli spalti per Argentina-Brasile e, non appena il Pibe de oro entrò in campo per il riscaldamento, improvviso e spontaneo, iniziò un coro di fischi, una sorta di contestazione personalizzata che, da quel giorno, proseguì come un'ola gigantesca in tutti gli stadi sia che il calciatore giocasse con la maglia della sua nazionale o che lo facesse con quella del Napoli.
É storia, ormai, forse pochi ci hanno fatto caso, ma io c'ero quel giorno e ci ho fatto caso e da allora Maradona precipitò psicologicamente fino a cadere nella depressione e nell'abuso di stupefacenti ed una grande carriera lasciò solo un brutto ricordo.
Anche Formigoni è un attaccante e si ritiene da tempo un cavallo di razza della politica, guida con sicurezza un movimento che ondeggia tra il sacro ed il profano e, grazie al primo, ha pensato più che altro al secondo.
Ora però il cavallo sembra più che altro un vecchio ronzino che cerca affannosamente di arrivare al traguardo della scadenza elettorale, facendo finta di non accorgersi che intorno a lui i suoi cavalli ad uno ad uno cadono.
La Lega, che se n'è accorta, “tira avanti” perché non ha ancora la sicurezza di vincere senza il PDL, però è chiaro a tutti che l'ha scaricato.
Roberto, fattene una ragione, lascia finché ti senti all'apice, la caduta potrebbe essere rovinosa e noi saremo lì a fischiarti fino alla fine.

di Aldo Palaoro

Comitato antimafia
Perché sempre polemiche all'interno del PD?

La capogruppo del PD in Consiglio Comunale Carmela Rozza si è intrattenuta in una polemica nei confronti del Comitato antimafia (voluta dal Sindaco Pisapia). Questo gruppo di esperti  dovrebbe affiancare la Commissione antimafia nominata dal Consiglio, istituita pochi giorni fa. Il presidente del Comitato è Nando Dalla Chiesa e di questo gruppo fanno parte Giuliano Turone, Umberto Ambrosoli, Luca Beltrami Gadola. Secondo la capogruppo del PD il comitato di esperti rappresenterebbe una “una vetrina pubblicitaria per qualcuno” . 

Non si capisce il motivo di questa polemica mentre si è appena istituita la Commissione. E non si capisce nemmeno  perché tirare in ballo Leonardo Sciascia e riferirsi ai "cosiddetti professionisti dell’antimafia". Frase paravento usata da almeno 850.764 persone di norma moderatoni, garantistissimi centrodestrorsi spesso in polemica con magistrati e giornalisti un po’ intransigenti. Frase usata ed abusata dal 17 gennaio 1987, giorno dell’articolo apparso sul Corriere della Sera a firma dello scrittore.  

Oltre a Dalla Chiesa anche Boeri con il post che potete trovare QUI

ha replicato in modo netto e preciso alle frasi un po’ stonate della Rozza. Magari un po’ oscurata , aveva bisogno di vetrina.

Marco Fumagalli 

Nuovi/vecchi linguaggi

Il Cardinal Scola sembra avere preso le distanze da CL e dal Celeste Formigoni. In un incontro-dibattito sull'etica dell' informazione, l’Arcivescovo di Milano ha sottolineato che tra i nemici della buona informazione è da inserire l’attitudine a "cambiare il vero col verosimile".

L’appartenenza e la militanza in Comunione e Liberazione, per esempio, non dovrebbe coinvolgerlo direttamente quindi "in tutto quel che fa Cl, comprese le marachelle". Lamenta inoltre il cardinale: "Siccome il vescovo ha militato in Comunione e Liberazione, possibile che non sia coinvolto in quel che fanno? Siccome con Formigoni sono amici, vengono tutti e due da Lecco, tutti e due da Cl, eccetera, possibile che il vescovo non c' entri con quello che Formigoni fa? Certo che è possibile, perché con Formigoni negli ultimi vent' anni ci siamo visti una volta all' anno se va bene". 

La presa di distanza è netta e decisa sulle marachelle di CL. Si ammette quindi che esistono vicende che coinvolgono il Movimento, non proprio cristalline e pure. In realtà quello che ci fa sorridere è l’uso del termine marachella. Ricorda l’infanzia e i bambini un po’ troppo vivaci. Si poteva usare anche birbonata o birichinata. Il termine marachella smussa, ingentilisce, ammorbidisce. E rende le tante storie oscure che hanno coinvolto alcuni amici di Formigoni, meno potenti ed intollerabili, affievolendone la sostanza e lo spessore. Poteva andare bene gherminella, bricconeria, birbanteria. Parole che riconducono a fatti di poco conto, quali rubare un cucchiaino di marmellata all’amichetto o scarabocchiare sul muro di casa.

Non ha fatto cenno il nostro Arcivescovo al termine mariuolo. Lo usò Craxi tanti anni fa nei confronti di Mario Chiesa. Iniziò proprio allora la vicenda di Mani pulite. Meglio non usarlo quel termine. Sappiamo tutti come è finita.

di Marco Fumagalli

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