Nutrire il pianeta
Paradossi e nuove sfide: con la lotta agli sprechi si può vincere la fame nel mondo
Pubblicato: 14/01/2015 14:54:00

 MILANO - Il 6° International Forum on Food and Nutrition svoltosi a Milano i primi di dicembre, ha evidenziato, con i numeri più che con tante parole,  i tre grandi paradossi di questi tempi:

  • sono in aumento i bambini obesi rispetto ai bambini denutriti;
  • solo il 50% della produzione agricola è destinata alla produzione del cibo per gli uomini, il rimanente 50% è usato per nutrire animali e produrre biocarburante;
  • il cibo sprecato è sufficiente per nutrire le oltre 805 milioni di persone affamate su scala mondiale.                                                

Nel mondo, difatti, su 7,6  miliardi circa di persone ogni anno 

  • 805 milioni soffrono la fame (di cui 36 milioni muoiono)
  • 1,5 miliardo è sovra-alimentato o obeso (10% della popolazione)
  • 1,3 miliardi di tonnellate di cibo ancora commestibile ( 1/3 del cibo prodotto) è  sprecato.   

Cioè 4 volte la necessità degli 805 milioni di persone.

Quindi il cibo in eccedenza finisce o nelle spazzature o nelle pance di chi mangia troppo (29 milioni all’anno muoiono per cause legate all’obesità: diabete, malattie cardiovascolari ecc.).

1/3 dei cereali prodotti è destinato al bestiame e una quota crescente di terreni agricoli è coltivata a biocarburante. Il prezzo di riso e mais, negli ultimi 10 anni è aumentato del 200%, cosicché gran parte delle persone, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, non può più permettersi di mangiarli.   

Bisogna ripartire dai piccoli produttori, i protagonisti che danno avvio alla catena del processo di fornitura alimentare senza i quali non avremmo accesso al cibo, che all’ 80%  è coltivato nei paesi in via di sviluppo, per il 60% da donne, che, spesso, si recano al lavoro nei campi coi bambini sulla schiena. Allattano i figli piccoli (“primo cibo a km 0”!), nutrono la famiglia, trasformando il raccolto in prodotti commestibili e cucinano. Sono quindi le vere protagoniste della fornitura alimentare del pianeta e spesso sono discriminate, hanno meno accesso al cibo e soffrono la fame in un’alta percentuale.

E’ un paradosso insopportabile: producono, ma non riescono a consumare.

In alcuni paesi va sradicata la mentalità patriarcale e maschilista che sfrutta la donna e il suo lavoro senza un compenso.   

Andrebbe riconosciuto un prezzo più elevato per le derrate agricole, studiando indennizzi in caso di siccità e inondazioni come protezione. 

Va quindi ribaltato il paradigma: maggiori guadagni e tutele ai contadini e minori guadagni agli altri attori della filiera alimentare, che andrebbe accorciata tramite scambi diretti tra produttori e consumatori, eliminando trasporto e stoccaggio che generano altissimi sprechi soprattutto per il deterioramento dei prodotti freschi. Vengono sfruttate in grande quantità risorse come acqua, energia - refrigerazione e mezzi di trasporto - che immettono anidride carbonica in atmosfera provocando poi il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici responsabili a loro volta di siccità e inondazioni, acuendo notevolmente le problematiche. Perfino in California, quest’anno, si è avuta una siccità senza precedenti, la produzione è calata del 5%, con una perdita di 2,2 bilioni di dollari e la perdita di lavoro per 17 700 persone. La domanda d’acqua per irrigazione è aumentata del 60%. Negli ultimi 25 anni negli Stati Uniti l’urbanizzazione si è incrementata notevolmente e mancano le terre arabili. 

Nel 2050 si prevede che la popolazione mondiale, dagli attuali 7,6 miliardi supererà i 9 miliardi di individui e quindi la richiesta di cibo è in aumento esponenziale. Sarà quindi sempre più necessario evitare gli sprechi e promuovere le produzioni e i consumi a livello locale, dove possibile.

Serve un approccio etico al cibo, che deve tornare al centro ritrovando il suo valore sacro, come dono della natura ma anche frutto del lavoro di tante  persone che permettono a gran parte della popolazione mondiale di nutrirsi quotidianamente,  senza alcuna fatica

Spesso ai contadini, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, non vengono ritirati i  prodotti coltivati non perché non siano buoni, ma perché non si conformano alle norme estetiche previste, soprattutto per via di una pubblicità perfezionista e fuorviante. Ci sono norme europee sulla curvatura del cetriolo, sul diametro delle mele e il colore dei pomodori. Le risorse impiegate per la coltivazione di un prodotto che soddisfa le richieste dei consumatori e quello che non le soddisfa sono le stesse, quindi il cibo prodotto e non ritirato genera spreco.    

Si privilegia cibo ESTETICO ed ESOTICO.

La globalizzazione consente di mangiare qualsiasi alimento in ogni periodo dell’anno, che viaggia in lungo e in largo per raggiungere le nostre tavole con enorme dispendio di risorse, spesso per essere buttato perché si deteriora, se non viene ben conservato. Questo avviene perlopiù nei paesi in via di sviluppo che non hanno il “know how” necessario. Secondo un recente studio, basterebbe insegnar a quei produttori conoscenze e tecniche per arrivare a ridurre questo spreco del 40%. Oltretutto la bellissima frutta e verdura che acquistiamo non sa di nulla. Il sapore si avvicina di più a quello del cellophane con cui è confezionato che al gusto genuino a cui eravamo abituati decenni fa. Forse i nostri palati omologati si stanno avvicinando al “sapore-zero”. 

Siamo più interessati all’aspetto esteriore che ci comunica pulizia, sicurezza igienica e serietà industriale piuttosto che profumo e sapore, che sono ormai diventati un “optional”.

Inoltre supermercati e mercati rionali vogliono comunicare al consumatore un rifornimento e assortimento completo e infinito,  la cui quantità non corrisponde più alla richiesta reale. In prossimità del fine settimana o delle festività gran parte dell’approvvigionamento di alimenti freschi resta spesso invenduto

Oggi in tv e sui social media c’è una spettacolarizzazione, che privilegia cibi rari e raffinati. Gli chef, che sono diventati star in grado di orientare le scelte. Dovrebbero perciò avere un ruolo educativo per informare su consumi consapevoli, spingendo a preferire prodotti semplici e tradizionali, rispettando la stagionalità, per ridurre gli impatti negativi sull’ambiente.  

Gli sprechi sono moralmente odiosi ed ecologicamente stupidi.

Viviamo in anni di recessione e crisi economica, perciò si tratta di una questione  pratica, oltre che etica, di comune buon senso. Dovremmo consumare solo il necessario, pretendendo però dai produttori qualità e sostanze nutrizionali. 

Lo spreco di cibo è un doppio danno criminale che andrebbe sanzionato con multe elevate per chi non lo riutilizza o destina ad enti benefici. Viceversa andrebbe incentivato o detassato chi fosse virtuoso nel riciclarlo: 

1. Riutilizzando quello ancora commestibile per sfamare le persone 

2. Creando mangimi per animali con gli scarti 

3. Quando ormai non fosse più edibile, convogliandolo a digestori o compostatori per creare energia pulita.

Diverse inchieste hanno evidenziato che i due poli principali di spreco sono nei campi e alla fine nelle famiglie. Da un’inchiesta condotta in Germania è risultato che le casalinghe gettano:

 il 16% del cibo perché non gradito

il 19% perché le confezioni sono troppo grandi 

e il 25% ammette di aver comperato troppo.

L’84% elimina per via della scadenza

La data di scadenza “preferibile” è una data fornita dal produttore per indicare al consumatore il termine entro cui il prodotto conserva al meglio le proprie caratteristiche e qualità, come appena uscito dalla produzione. Che non significa che non sia più commestibile. Andrebbe perciò annusato e assaggiato per capire se è ancora buono. 

Cambiando le normative, si eviterebbe molto spreco, dando qualche giorno di vita in più agli alimenti (che ora espongono date con criteri dissimili: il riso basmati può durare da 1 anno a 3 a seconda del produttore e uno yogourt alla fragola da 3 a 6 giorni).

 

Il cibo va considerato anche nei suoi tempi lunghi di produzione e trasformazione per recuperare quel ruolo conviviale e di aggregazione tra le persone, che ha perso. 

L’accesso al “fast food”, cibo già pronto e disponibile ovunque, gli ha tolto valore e fascino. Soprattutto negli Stati Uniti la gente accede direttamente al proprio frigo strapieno, consuma velocemente, in piedi, alimenti pronti pieni di grassi ma privi di sostanze nutrienti, scolandosi pinte di birra o bevande gasate e zuccherate, senza sedersi a tavola con la famiglia. Gli obesi sono spinti a mangiare sempre di più: il  cosiddetto “Junk food” è privo di nutrienti e quindi non sazia.

Per fortuna da noi in Italia abbiamo ancora forti tradizioni che speriamo si mantengano tali, anche se i giovani sono sempre più attratti da cibo e bevande -spazzatura sull’esempio americano, che ben si adatta ai ritmi lavorativi veloci e stressanti delle città.

Il movimento “Slow Food” ha operato una inversione di tendenza ridando dignità ai contadini, importanza alla biodiversità dei prodotti e ai cibi genuini, della tradizione locale creando una cultura alimentare che si è poi diffusa in tutto il mondo, in particolare negli Stati Uniti, dove si coltivano sempre più prodotti biologici.     

La biodiversità è un punto importante per dare più opzioni nutritive in termini quantitativi e di assortimento alle generazioni future. Tante specie sono state accantonate a favore di pochi tipi selezionati di sementi o varietà di ortaggi e frutta per la produzione su scala industriale. E questo discorso vale anche per le specie animali. Reintrodurre la varietà consente di contrastare più efficacemente future carenze

In Norvegia, nell’isola di Spitsbergen, nelle Svalbard, a 1200 km. dal Polo Nord, in una zona esente da attività tettonica, a 130 m. sul livello del mare (per evitare danni in caso di scioglimento dei ghiacci), è stata creata una Banca dei semi, che mantiene nel permafrost per ora circa 500 000 varietà di specie rare di semi (ma può contenerne fino a 4 500 000) che si possono conservare per centinaia e anche migliaia di anni. Questo progetto è stato finanziato dal governo norvegese e dalla cooperazione delle nazioni nordiche. La Fondazione “ Bill & Melinda Gates” ha stanziato fondi per assistere le nazioni in via di sviluppo e i loro centri di ricerca agrari per catalogare e inviare i semi. Un Consiglio Consultivo internazionale è stato istituito per fornire indicazioni, di cui fanno parte la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) e la CGIAR (Gruppo Consultivo di Ricerca Agricola Internazionale).   

Lo smaltimento dei rifiuti ha un costo elevato e porta come conseguenza l’aumento dei prezzi. Per fortuna la Lombardia è una regione tra le più   virtuose a livello europeo, con una raccolta differenziata molto efficiente.

Una soluzione proposta da un grande gruppo di distribuzione inglese “TESCO” è di applicare al cliente sconti sui prodotti anziché fare promozioni con due prodotti al costo di uno, per evitare sprechi inutili e soddisfare maggiormente l’acquirente.

In tutta Europa è in atto un esperimento molto interessante: la solidarietà territoriale. In Italia i GAS:  “Gruppi di Acquisto Solidali” sono già 800 tra Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia, Toscana, uniti in DES “Distretti di Economia Solidale”.

Si tratta di Cooperative e Aziende Agricole che si consorziano con dei gruppi di cittadini per la fornitura di prodotti agricoli. I cittadini prefinanziano la produzione e, alla fine, tutti quanti condividono responsabilità, rischio, costi e soprattutto il raccolto.   

Sembra un’ottima formula, in cui sia i produttori che i consumatori acquisiscono pari vantaggi, in quanto i primi non devono investire e rischiare interamente il proprio capitale, coperti da un prefinanziamento che li tutela, con la certezza di vendere i propri prodotti. I secondi partecipano al rischio in modo limitato e hanno la soddisfazione di ricevere alimenti freschi e genuini di provenienza certa e di cui possono controllare le varie fasi di produzione.  Si torna a stringere relazioni umane con i propri simili e si è più informati sui vari aspetti e problematiche inerenti al processo produttivo.

La filiera è corta e quindi anche l’impatto ambientale è minore in termini di inquinamento per i trasporti. Inoltre, ordinando solo le quantità richieste, lo spreco viene decisamente contenuto.

Ci si auspica quindi che aumenti la consapevolezza ecologica e la responsabilità sociale e queste buone pratiche si diffondano sempre più.

Nel frattempo, tutto il cibo in eccesso che viene prodotto, distribuito e in gran parte inutilizzato, andrebbe convogliato il più possibile a Enti benefici che lo ridistribuiscono ai bisognosi.

E’ quello che avviene già in Italia e in molti altri paesi tramite la rete del Banco Alimentare che raggiunge ogni giorno circa 2 milioni di persone e a Milano con il programma “Siticibo” distribuisce alimenti freschi prelevandoli con furgoncini con abbattitore di temperatura consentendo così il loro consumo in giornata, seguendo protocolli ben consolidati.

Inoltre “Last Minute Market”, nato dalla Facoltà di Agraria di Bologna ha creato un network che si sta ampliando sempre di più in tutta Italia che mette in contatto le attività che generano eccedenze con situazioni di necessità, facendo incontrare domanda e offerta con un sistema molto ben strutturato. La raccolta avviene anche per i farmaci e altri oggetti usati, che vengono riciclati.

Questo fenomeno andrebbe esteso a tutta la nazione. Stanno nascendo anche delle “App” per agevolare ed implementare questi scambi, sempre seguendo le normative vigenti.

Sarà necessario in qualche caso forzarle un po’, dove possibile, nel rispetto dell’igiene e della sicurezza alimentare, ma impiegando quel buon senso che per troppi decenni è mancato. I pochi scarti di 50 anni fa sono diventati ormai una valanga di derrate che si riversano ovunque, una vergogna tollerata e integrata nell’indifferenza delle nostre megalopoli. Questo consumo inconsapevole  e colpevole  rischia di lasciare le future generazioni “a bocca asciutta”  in un pianeta sempre più fragile.

Bisogna quindi agire per porre rimedi urgenti. Oltretutto la “green economy” può essere una grande opportunità di lavoro per tutti i giovani che vogliono vivere in un mondo più sostenibile creando relazioni più concrete e meno virtuali, per “reinventare”  un futuro responsabile e condiviso.    

di Emanuela Niada

vedi sull'argomento cibo/spreco l'articolo già pubblicato http://www.movimentomilanocivica.it/index.asp?art=638

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