Il perché di una mancata "liberazione" (dalle cosche del malaffare) di Milano
L’EXPO deve andare avanti. Attendiamo questo evento con serietà e realismo.
Marco Vitale risponde alla “chiamata morale alle armi”, del vicedirettore del Corriere
Pubblicato: 29/05/2014 09:00:00

MILANO -Caro Schiavi, ho riflettuto a lungo sul Suo importante articolo di domenica 18 maggio dal titolo: “Milano rilanci l’Italia migliore. Così si può salvare Expo”. Insieme, per evidente connessione, ho riflettuto sull’intervento, dello stesso giorno, di Mons. Mario Delpini dal titolo: “Lasciate che io faccia l’elogio dei milanesi”.

Premetto che, come ho già scritto, non ho dubbi sul fatto che l’Expo può e deve andare avanti e che la città deve stringere le fila e impegnarsi per questo importante obiettivo. Ma, deve farlo con serietà e realismo, senza cadere nella demoralizzazione da un lato (che pur sarebbe, per tanti versi, giustificata), ma anche senza eccedere nelle iperbole tipo quelle del sindaco Pisapia, che è passato da uno stadio di quasi assenteismo ed apatia ad uno stadio di pericolosa eccitazione (“Se Milano vince con Expo, sarà l’Italia a uscire da una situazione difficile”; “Voglio volare ancora più alto e pensare che Expo 2015 diventerà una pietra miliare per il futuro del pianeta”).

Sono anche convinto che, se non avvengono nuove complicazioni, la città ce la farà. Farcela non vuol solo dire che, al momento programmato, i padiglioni prefabbricati, a cura dei singoli paesi partecipanti, saranno al loro posto, che il Palazzo Italia sarà completato a tempo (attenzione! questa è la scommessa più difficile!), che l’intasamento di persone e cose, sia nella fase dell’allestimento che nel corso dell’Expo, sarà affrontato e gestito con competenza, che il contenuto dell’Expo produrrà almeno parte dei frutti conoscitivi e relazionali che ci si aspetta, che l’evento sarà seguito con entusiasmo dalla maggioranza della città, che le infrastrutture utili alla città metropolitana che, è ormai sicuro, non saranno completate in tempo, proseguiranno anche dopo la chiusura dell’Expo e non verranno abbandonate per strada, che il tema del Dopo Expo, o “Legacy dell’Expo” come si dice nei documenti ufficiali, prenderà consistenza in modo serio e costruttivo e non verrà trattato con la leggerezza sino ad ora mostrata, e non darà l’esca a dannose illusioni sul valore delle aree e sulla edificabilità (e vendibilità) delle stesse.

Chiarito questo, io non voglio qui parlare dell’Expo ma di Milano, della sua possibile reazione alla “mazzata tremenda”, come Lei giustamente la chiama, al rilancio dello spirito di Milano come Lei e altri da Lei intervistati, evocano. Ci avevamo provato, come Lei ricorda, nel 2010, con il Manifesto di Milano, stimolato dai generosi e genuini contributi del cardinale Tettamanzi, e con “Allarme Milano – Speranza Milano” che voleva sottolineare, come già aveva detto il cardinale Tettamanzi, che Milano, nel male e nel bene, ha una responsabilità particolare nei confronti di tutto il Paese.

E’ giusto rievocare quella breve stagione di impegno e di tensione perché, fu una tensione positiva e, allora, qualche risultato fu ottenuto. Ma non è più sufficiente. Oggi quegli appelli non sono più credibili, se non passano attraverso una riflessione seria e severa sul perché quello slancio si spense, sul perché siamo ripiombati nel letame, perché a livello di Comune le speranze che avevano portato alla discontinuità rappresentata dall’operazione Pisapia, sono state, in parte, deluse, perché in Regione la discontinuità non è passata, anzi si è votato il candidato che aveva teorizzato la continuità (e solo ora, tardivamente, pressato dagli eventi, il presidente Maroni sta cercando qualche sortita in questo senso), perché Infrastrutture Lombarde (che è l’epicentro politico della corruzione istituzionalizzata; altro che poche mele marce!) ha continuato a gestire un potere economico enorme e privo di ogni controllo), perché la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste l’ultima trincea che cerca di impedire che la città, od almeno parti rilevanti della stessa, affondi nel fango, perché la cupa ed antica alleanza di fatto tra le componenti affaristiche di CL e le Cooperative di sinistra non è stata affrontata sul piano politico e istituzionale, perché è stato impedito ad Expo di affidare la direzione dei lavori ad un “general contractor” professionale e internazionale (come è stato fatto per le Olimpiadi di Londra e come si farebbe in qualunque città civile) e si impose l’utilizzo di Infrastrutture Lombarde, perché la società Arexpo ed il suo consiglio di amministrazione si distinguono, in una fase così delicata per la società e per l’intero progetto, per un agghiacciante silenzio?

Il Manifesto 2014 non può essere quello del 2010, anzi non vi può essere nessun Manifesto e nessun “Expo Pride” se non si passa attraverso queste cruciali domande. Sarà la verità a salvarci e non l’”Expo Pride”, o i tre o quattro o mille giorni di eventi, o gli scenari paesani che sono stati montati a piazza Castello (che Lei giustamente chiama “suck pedonale”) o il demoralizzante boschetto con annesso orto di guerra in Piazza Duomo, né altri espedienti che possano suggerire gli uffici o i consulenti di comunicazione. Francamente penso che l’itinerario dal suck della Centrale, all’orto e boschetto in Piazza Duomo al suck di Piazza Castello dovrebbe essere proibito almeno ai minori, oppure essere genialmente presentato come una lezione su come non si deve fare in una aspirante metropoli moderna.

Tutto ciò premesso vorrei contribuire a questa riflessione di fondo.

Lo farò prendendo le mosse dall’”Elogio dei milanesi” di monsignor Mario Delpini. Mi è piaciuto molto questo Elogio, scritto così bene, alla maniera degli antichi elogi, sentito, convincente. Esso mi ha fatto pensare all’”Elogio di Milano per i suoi abitanti” scritto da frate Bonvesin de la Riva, nel 1288 nel suo “De Magnalibus Mediolani”, il più bel libro mai scritto su Milano e il suo contado[1].

Ecco l’elogio dei milanesi di Bonvesin de la Riva: “I nativi di Milano di ambo i sessi sono di giusta statura; hanno aspetto sorridente e piuttosto benevolo; non ingannano; non usano malizia con i forestieri, così che sono distinguibili anche più degli altri dalle restanti popolazioni. Vivono con decoro, ordine, larghezza, dignità, indossano vesti onorevoli; dovunque si trovino, in patria e fuori, sono piuttosto liberi nello spendere, onorano e fanno onore, e sono urbani nel loro modo di comportarsi e di vivere. Come il loro idioma, tra le diverse lingue, si parla e si capisce più facilmente di ogni altro, così essi stessi, tra qualsiasi gente, sono riconoscibili dal solo loro aspetto. Sono religiosi più di tutti gli altri, a qualunque patria appartengano… fuori dalla loro patria più probabilmente… Non sono dunque, tra tutte le genti, i più degni di stima?”

Ma Bonvesin, sempre e solo legato ai fatti e così cauto nell’esprimere giudizi, questa volta non riesce a evitare di porsi una domanda cruciale:

“A questo punto qualcuno mi obietterà: “Perché colmi di tante lodi Milano per i costumi dei suoi abitanti? Non sono forse noti a tutti i loro odi e tradimenti reciproci, le loro discordie civili, le loro crudeli distruzioni? Dunque tu non parli a proposito”. Magari un altro obietterà ancora: “Perché, se hanno le qualità che tu decanti, la loro bontà non mette un freno a tanta malvagità?”

E la sua risposta è breve ma incisiva e ci lascia un’ipotesi di fondo su cui riflettere: “Perché la potenza temporale tocca più spesso ai corrotti, e i figli delle tenebre, nella loro iniquità, operano spesso con più passione e cautela che i figli della luce nelle loro opere. Questo lo lascio a voi: io continuerò a trattare quello che mi sono proposto”.

Perché dunque ancora una volta i figli delle tenebre hanno prevalso sui figli della luce? Perché gli imprenditori, ancora una volta, corrompono e continuano a chiamarsi imprenditori, infangando questa antica e bellissima parola? Perché i tecnici svendono la loro competenza e professionalità ai figli delle tenebre per denaro o per vantaggi di carriera e continuiamo a chiamarli professionisti e costruttori? Perché continuiamo a tollerare che cricche affaristiche si nascondano dietro al nome santo di Cristo o al nome nobile della cooperazione? Perché accettiamo che dei figli delle tenebre creino delle strutture pensate per violentare il mercato e la concorrenza e continuiamo a chiamarli politici, cioè persone che dovrebbero lavorare per la polis mentre sappiamo che lavorano solo per se stessi o per il loro ente di affiliazione?

Stavo riflettendo su queste domande cruciali, quando mi è capitato di leggere uno scritto di Tommaso Padoa Schioppa che non solo è, a mio giudizio, uno degli scritti più profondi dello stesso, ma è illuminante sul tema dei rapporti tra Milano, Stato, imprenditoria ed, insieme è un atto d’amore per la città. Si tratta di una lettera scritta ad un amico che opera nell’ambito di IDOM, Associazione Impresa Domani, e che doveva, per volontà di Padoa Schioppa, restare riservata. Il destinatario ha invece deciso, molto opportunamente, di renderla pubblica, inserendola integralmente in un libro di ricerca e documentazione, sul rapporto, nel tempo lungo, di Milano con lo Stato (Franco Continolo, “Milano clef d’Italie”. Il rapporto di Milano con lo Stato”, Edizioni Lampi di stampa, 2012).

Le motivazioni della deroga al desiderio di Tommaso Padoa Schioppa sono, illustrate da Franco Continolo stesso con queste convincenti parole:

“Innanzitutto desidero chiarire il perché della decisione di pubblicare questa lettera, vista la volontà dell’autore di tenerla riservata: la prima motivazione è che non si tratta di un episodio casuale, di un’improvvisazione. In altre parole, il ruolo di Milano – perché questa città abbia contribuito ad aggravare, anziché guarire, i mali italiani – è stato oggetto della riflessione di Padoa-Schioppa sin dai tempi dell’università. Se ne può trovare traccia in articoli apparsi sul Corriere della Sera, e negli occasionali interventi alla Bocconi, ateneo che lui auspicava orientato a preparare anche la classe dirigente dello Stato. Ma la prova migliore è la completezza del quadro dei fattori civili e politici che hanno contribuito all’indebolimento dello Stato. La seconda è che, sebbene scritta per un gruppo ristretto, e per promuovere una ricerca più che per proporre delle soluzioni, la lettera, per la chiarezza e per la ricchezza degli argomenti è degna di essere posta accanto ai suoi lavori più elaborati, pensati per la pubblicazione. Il lettore non potrà che trarne beneficio”.

La lettera è del 6 settembre 2009 ed il suo testo integrale è il seguente (le sottolineature sono mie):

Caro Franco, mi hai chiesto quale tema IDOM potrebbe scegliere per il suo lavoro nell’anno o biennio a venire e mi hai detto di aver pensato al 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Ti espongo le ragioni per cui, a mio giudizio, IDOM, proprio per la sua composizione, potrebbe essere una sede ideale, particolarmente adatta (anzi, direi quasi moralmente tenuta, proprio in nome del suo impegno civile) a lavorare sul tema del 150°. Che anniversario si celebra. Bisogna innanzi tutto individuare correttamente l’anniversario che sarà celebrato; finora il dibattito pubblico ha del tutto mancato di farlo. Nel 2011 si celebrerà non la nascita della nazione italiana, bensì la fondazione dello Stato italiano. La nazione italiana esiste dal medioevo, precede addirittura il formarsi della nazione tedesca, francese, spagnola, britannica. La lingua parlata oggi in Italia assomiglia a quella di Dante come nessuna lingua europea assomiglia al suo progenitore del XIII o XIV secolo. E ha secoli di storia non solo la nazione, ma anche la coscienza di essa da parte degli spiriti più illuminati: basta rileggere Dante, Petrarca, poi Machiavelli. La peculiarità della storia italiana non è la nascita recente della nazione, è la combinazione di una nazione precoce e di uno Stato tardivo; è il fatto che per tanti secoli si sia avuta l’una senza l’altro e che l’assenza dello Stato unitario non abbia impedito la presenza della nazione. Finalmente, nell’Ottocento, lo Stato italiano nasce e nel 2011 è dunque di questo che si deve parlare. Tanto più che c’è molto, molto su cui riflettere e c’è urgenza di una riflessione responsabile, soprattutto a Milano e in Lombardia. Tutte le celebrazioni del 150° dovrebbero ruotare, a mio giudizio, intorno a un solo tema: lo stato dello Stato italiano. È questo – oggi, ma in realtà da tempo – l’organo malato dell’Italia, quello la cui patologia sta facendo deperire l’intero corpo sociale, l’economia, la terra e le acque, la cultura, la scienza, il rapporto con la sfera religiosa. Non è un’esagerazione affermare che dei 150 anni trascorsi dal 1861 forse la metà sono stati consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una vera opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi decenni e ancor più negli anni più recenti. È una dura affermazione che potrebbe essere documentata in modo specifico proprio all’avvicinarsi del 2011 al fine di contribuire a un riscatto. Sono ormai gravemente minacciati la democrazia, principi fondamentali dello stato di diritto, la preservazione del patrimonio artistico, l’ambiente naturale, il fatto stesso di essere uno Stato unitario.Ritengo che un gruppo di imprenditori milanesi animati dall’impegno civile sia nella posizione ideale (per) sviluppare una riflessione originale sullo ‘stato dello Stato’, e così per celebrare il 150° in modo costruttivo e non retorico. Ne sono convinto perché un tale gruppo assomma in sé due componenti della società italiana che hanno contribuito non poco, soprattutto nei recenti decenni, all’indebolimento dello Stato: la componente imprenditoriale e quella lombarda. Vi hanno contribuito per il fatto di considerare se stesse sempre quasi esterne allo Stato, non responsabili del suo degrado, fino a volersene, in diversi modi, ‘chiamare fuori’. Ammetto che questo giudizio non rende giustizia ai tanti imprenditori e ai tanti lombardi che anche negli anni recenti, hanno dato forza e dignità alla funzione dello Stato: basti pensare a Tommaso Gallarati Scotti e ad Alberto Pirelli, a Cesare Merzagora, Paolo Baffi, Giorgio Ambrosoli. E tuttavia quel giudizio ha un fondamento e dovrebbero soffrirne proprio coloro che, a buon diritto, non si riconoscono in esso. Imprenditori. Agli imprenditori si deve l’iniziativa, l’energia, l’inventiva che – soprattutto nel dopoguerra – ci hanno fatto crescere economicamente, uscire dalla povertà e colmare un ritardo di generazioni. Ma non si può dire che essi abbiano anche contribuito (con l’esempio in primo luogo) a promuovere lo spirito civico, il senso dello Stato e un rapporto sano tra Stato e società. È stata insufficiente la consapevolezza che chi guida l’impresa ha – in ragione delle proprie capacità e della propria ricchezza – responsabilità pubbliche particolari; che l’impresa, quando raggiunga certe dimensioni, diviene istituzione essa stessa, cioè una struttura che trascende l’orizzonte di chi la guida o la possiede in un particolare momento; che come tale è pubblica anche quando la sua proprietà è privata. La classe imprenditoriale è stata autrice del miracolo italiano, ma nello stesso tempo ha lasciato che nel suo corpo prosperassero le cellule malate dei rapporti impropri con la politica e con le amministrazioni pubbliche, dei capitali sottratti all’impresa e portati fuori dall’Italia, dell’evasione e della corruzione fiscale, della manipolazione dell’informazione economica. Da uno Stato che non soddisfa i bisogni elementari di sicurezza, legalità, istruzione, infrastrutture, difesa del suolo e dell’ambiente, l’impresa subisce un giogo che alla lunga la soffoca. Il singolo imprenditore può essere tentato di reagire semplicemente ‘arrangiandosi’: considerare lo Stato come un peso e cercare di aggirarlo con l’elusione e l’evasione, se non con la corruzione. Ma il ceto imprenditoriale nel suo complesso può difendersi da uno Stato inefficiente solo se contribuisce attivamente a riformarlo. Affinché ciò avvenga occorre che esso sviluppi appieno la coscienza del proprio ruolo e della propria forza e che percepisca lo Stato come un bisogno irrinunciabile della società intera anziché come un fardello. In altri paesi che conosco una siffatta consapevolezza è, nel ceto imprenditoriale, assai più forte che in Italia. Certo, l’impegno a migliorare lo Stato può nascere dal sentirsi debitori verso la società di appartenenza o dalla generosità che dovrebbe animare chi sta meglio; ma per suscitarlo dovrebbe bastare una visione lungimirante del proprio interesse. Milanesi. La Lombardia è la regione più ricca dell’Italia; di questa, Milano è considerata la capitale economica e si considera la capitale morale. Erano ‘milanesi’, di nascita o di adozione, alcuni degli spiriti più illuminati del Sette e Ottocento: Romagnosi e Manzoni, Casati e Cattaneo, Verdi e Rosmini. Nello stesso tempo, la Lombardia è l’unica regione della penisola che, allorché si fece l’unità d’Italia, non era da secoli sede di uno Stato indipendente. Torino, Napoli, Venezia, Firenze, Roma erano capitali, Milano no. Essere capitale significa possedere e sviluppare nel territorio circostante una cultura e una coscienza dello Stato, ospitare istituzioni politiche e amministrative, formare classi dirigenti pubbliche e – per i privati – interagire con esse.Forse per questi motivi, l’atteggiamento di Milano verso lo Stato è da tempo ambivalente: nostalgia e desiderio di Stato, ma anche senso di estraneità e visione immatura della sua funzione. L’impegno civico si è rivolto più alle istituzioni municipali o regionali che a quelle nazionali. L’insofferenza per le carenze dello Stato, per l’inefficienza della sua amministrazione, si è tradotta non in impegno riformatore, ma in ostilità allo Stato stesso o addirittura nell’idea semplicistica che ‘se al volante ci fossimo noi’ (noi milanesi, noi imprenditori) la macchina dello Stato allora sì che funzionerebbe. Per il vero, le tre ‘marce su Roma’ partite da Milano nel secolo passato per mettere un leader politico ‘decisionista’ alla guida del Paese hanno avuto effetti piuttosto distruttivi che costruttivi per lo Stato. L’affermarsi del federalismo come tema di dibattito nazionale e la sua iscrizione nel programma di riforme della Repubblica sono stati finora una grande occasione mancata per le élites del Nord. Il federalismo era per la classe dirigente e imprenditoriale milanese una via naturale per assumere la guida di un’azione di riforma e rafforzamento dello Stato e della nazione, e per esercitare una responsabilità nazionale. Poteva rianimare la grande tradizione di Carlo Cattaneo, saldarsi col disegno di una federazione europea, trasformarsi in un vero progetto di riforma dello Stato nazionale, promuovere un impegno delle classi dirigenti meridionali coerente con gli ingenti trasferimenti dal Nord di risorse operati dalla politica meridionalistica. Invece, il federalismo è divenuto la parola d’ordine di una formazione politica abile ma rozza, che fa appello senza alcuno scrupolo, incoraggiandoli, agli atteggiamenti, anti-Stato, anti-nazione, xenofobi, tribali della parte più incolta di alcune regioni del Nord, particolarmente quelle prive di storia e tradizione di tipo statuale. Le patologie dell’Italia come Stato e l’atteggiamento verso lo Stato della sua città più ricca, più evoluta e più aperta internazionalmente, sono due fenomeni complementari. Le influenze negative sono andate nei due sensi e invece di correggersi vicendevolmente si sono purtroppo rafforzate l’una con l’altra. È perciò del tutto impensabile che lo Stato italiano possa guarire dei suoi mali senza il contributo determinante di Milano. “IDOM 2011”. Il 150° si celebrerà in un momento tra i più bui della storia dell’ancor giovane Stato italiano. Se si vuole arrestare la caduta e salvare l’Italia dalla disgregazione, ogni ceto, ogni regione, ognuna delle componenti di una società nazionale pur ricca di grandissima vitalità e varietà di componenti, deve fare il suo esame di coscienza. L’assenza dello Stato non ha impedito la vita della nazione, forse anzi l’ha favorita e purificata. Ma oggi la degenerazione dello Stato rischia di travolgere insieme l’unità politica e quella culturale dell’Italia. Ecco i motivi per cui la tua idea merita di essere perseguita. La eventuale preoccupazione che sul tema dello Stato imprenditori milanesi ‘avrebbero poco da dire’ non mi sembra fondata. Proprio come imprenditori e come milanesi essi sono osservatori, utenti, vittime, corresponsabili, di uno Stato che funziona male. Un lavoro di indagine, testimonianza, documentazione, proposta, potrebbe essere organizzato e compiuto attingendo innanzi tutto all’esperienza vissuta dalle imprese.Un progetto 2011 potrebbe essere concepito in modo più o meno ambizioso. Sarebbe da considerare l’idea che IDOM cerchi di promuovere contributi e risorse più ampie di quelle che può esprimere da sola: Università, istituzioni culturali, qualche grande impresa o banca, qualche Fondazione, un gruppo di intellettuali, il Corriere della Sera. Occorrerebbe però che un eventuale ampliamento non snaturasse l’impostazione di fondo.Non ho obiezioni a che tu faccia conoscere questa mia lettera ai membri di IDOM; ma in via riservata e con l’impegno di non ampliarne la circolazione né di renderla pubblica. Per chi, leggendo queste righe senza conoscermi, trovasse duri i miei giudizi, sottolineo che a Milano, dove sono impiantate cinque generazioni della mia famiglia, sono cresciuto e mi sono formato, anche se – in età adulta – il servizio dello Stato mi ha chiamato a Roma; le mie parole sono dettate da profondo attaccamento alla città. Un caro saluto, Tommaso”

Questa lettera di Tommaso Padoa Schioppa anticipa di 5 anni e formula in modo magistrale tutte le riflessioni che la “mazzata tremenda” delle recenti vicende dell’Expo 2015 stava suscitando in me. Questa lettera è la voce della verità; è lo specchio nel quale il ceto dirigente milanese, imprenditori e professionisti in primo luogo, devono specchiarsi.

Ho sempre amato molto l’antico motto milanese: “Milan dis e Milan fa” che per me rappresentava lo specifico di Milano, il suo carattere distintivo. Ma oggi, dopo tante disillusioni, dopo tante cadute, dopo tante nefandezze, dopo la “terribile mazzata” non è più sufficiente. Non basta più fare, bisogna sapere fare cosa, fare come, fare perché. Non basta più l’energia, la creatività, il made in Italy. Bisogna inquadrare tutto questo in un patto cittadino, in un obiettivo pubblico generale, in una rigorosa capacità di distinguere tra l’imprenditore che si fa strada con la corruzione e quello che si fa strada con il talento.

Non è vero che senza corruzione non si possa fare niente di buono. La nuova Fiera è stata costruita nell’incredibilmente breve tempo di due anni e non è stata sfiorata da ombre di corruzione. Analizziamo che cosa ha funzionato in questo caso, che non ha funzionato nell’Expo. Quali metodologie di lavoro hanno permesso la realizzazione di questo successo che non ritroviamo nell’Expo? Chi è riuscito e come a tenere lontana Infrastrutture Lombarde da questo progetto? E perché i leader di questo progetto sono stati, in buona sostanza, accantonati? Non è neppur vero che la città sia stata politicamente inerte. Con l’operazione Pisapia e con la convergenza tra forze di sinistra e borghesia responsabile la città è riuscita a dare un, in gran parte, sorprendente colpo di reni e ad allentare la morsa sulla città dell’affarismo. E nelle elezioni regionali ha sostenuto, dandogli, a livello cittadino, la maggioranza, il giovane candidato milanese che si batteva per la discontinuità e per la legalità al primo posto. Ma alla fine è passato il candidato che aveva dichiarato, esplicitamente, di muoversi in continuità con il formigonismo e che lasciava una maggiore tranquillità sotto il profilo della legalità. Ciò è avvenuto con il voto del contado e di parti importanti della Regione, ma anche perché mancò l’appoggio di importanti soggetti milanesi a partire dal Corriere sino all’Assolombarda ed altre associazioni imprenditoriali, che temevano la discontinuità ed il rigore della legalità proposte dal giovane Ambrosoli. Ma entrambe le operazioni sono, nella sostanza, fallite. Nel caso della Regione è il voto che ha bloccato il rinnovamento. Nel caso di Pisapia è stato il dopo voto, la prudenza eccessiva, la mancanza di leadership, lo svuotamento dell’alleanza tra forze di sinistra e borghesia responsabile, che aveva portato al successo elettorale. In entrambe le occasioni si era parlato di liberazione di Milano. Si intendeva con questo la liberazione dalle cosche affaristiche, dal prevalere del principio di appartenenza sul principio di professionalità, dalle tante forme di collusione che umiliano i valori propri di Milano, dal prevalere del denaro sul lavoro. Qualche cosa, in questo senso, è stato, invero, fatto. Ad esempio la barocca, costosa e indegna “governance” di A2A, vera e propria sanguisuga, è stata recentemente semplificata e ripulita (e speriamo che il nuovo consiglio completi l’opera), ma assai tardivamente e, forse, più su impulso di Brescia che di Milano. Ma nell’insieme la liberazione non c’è stata. Non c’è stata la battaglia aperta e forte contro le cosche.

E dobbiamo chiederci perché. La risposta è, in gran parte, nella profonda analisi di Tommaso Padoa Schioppa. Milano, nei suoi soggetti produttivi, professionali, culturali è portata a coltivare bene le sue cose private e le sue connessioni nelle reti internazionali, ed a lasciare che lo Stato vada in malora. Questa relazione non può continuare così. Chi guida le imprese, ma anche chi esercita professioni e attività culturali e di comunicazione “ha, in ragione della propria capacità e della propria ricchezza, responsabilità pubbliche particolari”. E’ ancora insufficiente la consapevolezza “che l’impresa, quando raggiunge certe dimensioni, diviene istituzioni essa stessa, cioè una struttura che trascende l’orizzonte di chi la guida e la possiede in un particolare momento; che come tale è pubblica anche quando la sua proprietà è privata”. Ciò che è mancato e che manca è quello che Drucker insegnava alcuni decenni fa: in una società pluralistica il bene comune non può essere dettato da uno degli enti che compongono la società, né può scaturire dal presunto equilibrio delle varie posizioni che, nel migliore dei casi, porta all’immobilismo, ma deve scaturire dal fatto che ogni ente inserisca nel suo paradigma e, quindi, nel suo agire, la componente bene comune. La corruzione come sistema non deriva solo da politici corrotti che creano meccanismi di corruzione a ciò finalizzati, ma dall’assenza o debolezza della categoria del bene comune in ognuno di noi e degli enti che compongono la nostra società pluralista, dal modo in cui siamo imprenditori, professionisti, docenti, giornalisti, sacerdoti. In fondo deriva dalla riflessione che ci lasciò Bonvesin de la Riva “Questa la lascio a voi”: “Perché se hanno le qualità che tu decanti la loro bontà non mette freno a tanta malvagità? Rispondo: perché la potenza temporale tocca più spesso ai corrotti, e i figli delle tenebre, nella loro iniquità, operano spesso con più passione e cautela che i figli della luce nelle loro opere”.

La partita è ovviamente generale e nazionale e chiamare Milano a questa responsabilità è una sfida forse esagerata. Ma se non lo farà Milano, non lo farà nessun altro. Milano ha più responsabilità degli altri come diceva il cardinale Tettamanzi. E’ venuto il momento che Milano, o meglio la sua classe dirigente, faccia i conti seriamente con questa problematica, introduca nel suo paradigma il bene comune, riveda, alla radice, il suo rapporto con lo Stato nelle sue articolazioni locali e centrali. Secondo le indicazioni della profonda riflessione di Tommaso Padoa Schioppa e nel suo proprio interesse. Allora e solo allora l’Expo e il dopo Expo saranno un successo.

Con vive cordialità ed auguri di buon lavoro per Milano.

Marco Vitale



Milano, 23 maggio 2014

PS: Considero questa lettera una sorta di lettera aperta suscitata dal Suo articolo del 18 maggio e poiché non potrà essere pubblicata dal Corriere sia per la sua lunghezza che per altri motivi, la farò circolare attraverso i miei canali di comunicazione.

[1] Bonvesin de la Riva aveva chiarissima l’idea che la forza di Milano fosse indissolubilmente legata al suo contado, cioè aveva chiarissimo il concetto di città metropolitana: “ nel contado vi sono località amene, deliziose e cinquanta borghi fiorenti, tra i quali Monza, che dista dieci miglia da Milano ed è più degna di essere chiamata col nome di città che di borgo”.
 

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