Il commento
La sentenza per la morte di Stefano Cucchi
Una riflessione di Lucia Castellano
Pubblicato: 07/06/2013 01:36:00

MILANO - La vicenda tragica della morte di Stefano Cucchi, all'indomani della sentenza di primo grado, mi fa riflettere sul mio lavoro di sempre e sulla sua complessità.
Stefano Cucchi e' morto perché non adeguatamente curato all'interno dell'ospedale Sandro Pertini di Roma. La Corte d'Assise condanna i medici e gli infermieri per omicidio colposo. Le condizioni in cui versava quel ragazzo esigevano ben altre attenzioni, ben altre cure, che non sono state prestate. Questi i fatti, questo il verdetto, che nessuno mette in discussione. Quello che la sentenza non dice, forse perché è un quesito " ultra petitum" e' di chi sia la responsabilità per averlo ridotto nello stato in cui tutta l'Italia l'ha visto (ormai, purtroppo, da morto). A questa domanda non c'è risposta. E la mancanza di una risposta getta un'ombra su quell'Amministrazione della Giustizia a cui la Costituzione chiede non solo di prendere in carico le persone private della libertà e di tutelarne i diritti fondamentali, ma addirittura di restituirle migliori, una volta libere. Quest' ombra si estende su tutte le forze dell'ordine e gli operatori penitenziari che ogni giorno lavorano con dedizione per compiere, forse, il più delicato dei servizi alla persona. Questo e' inaccetabile. Io spero che si faccia strada, nella cultura istituzionale dell'amministrazione penitenziaria, la consapevolezza che la violenza, la mancanza di trasparenza nella comunicazione agli utenti e ai familiari, non sono solo penalmente e amministrativamente rilevanti. Sono anche un fenomenale boomerang per la crescita dell'istituzione e dei suoi operatori. Questa cultura non paga. Il presidente del Dap Nicolò Amato, qualche decennio fa, diceva che il carcere deve diventare una casa di vetro. Così che tutti possano guardare alla fatica, alla delicatezza e alla preziosità del nostro quotidiano lavoro all'interno di quelle mura. Nel 2013 ancora non è' così, e questo ci mortifica.
I miei venti anni anni all'interno del carcere mi hanno insegnato che i detenuti, i loro familiari, si affidano a noi, alle risposte che siamo capaci di dare loro. Non possono fare altro. Se qualcuno ( e sono una minoranza) queste risposte non è capace di darle, se non con la violenza e con l'omerta', deve, semplicemente, cambiare lavoro. Prima che sia troppo tardi. Non è' un lavoro per tutti. E quel terribile gesto di alzare il dito medio contro una famiglia che ha perso un figlio affidato alle cure dell'amministrazione, purtroppo, lo dimostra. L'amministrazione penitenziaria, nonostante le assoluzioni, di cui ho il massimo rispetto, rischia di perdere la partita della credibilità, di fronte al Paese.
Oggi ci resta un ragazzo morto che qualcuno ha ridotto in fin di vita e qualcun altro non ha curato. Una sentenza che ci dice parte della verita'. E un dito medio alzato in Tribunale, bandiera della legge del più forte che, ancora una volta, ha trionfato. Non è questo che vogliamo, credo.

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