Eventi
Ci ha lasciati Nanni Anselmi fondatore e storico Presidente del nostro Movimento
immagine

MILANO 9 giugno 2016

Carissimi soci 

con grande dolore e tristezza debbo comunicarvi che oggi Nanni ci ha lasciato. Ricorderemo tutti la sua grinta, tenacia e energia. Una forza della natura mi viene da dire, una forza che lo ha sempre contraddistinto e che non lo ha mai fermato. Una forza che gli faceva superare anche le difficoltà della malattia. Un insegnamento che rimarrà sempre in noi. Appena avremo notizie sul funerale ve le comunicheremo. Nel frattempo ci stringiamo alla sua famiglia e piangiamo con loro.

elisabetta strada

Questa la mail con cui Elisabetta Strada, succeduta da pochi mesi a Nanni Anselmi alla Presidenza del Movimento Milano civica, ci annunciava la morte del caro amico e compagno Nanni Anselmi. 

Vogliamo qua ricordarlo con le prime testimonianze pubblicate su facebook

 

MARCO FUMAGALLI

Nanni te ne sei andato . Cazzo dovevamo sentirci non so se fosse per il Milan che va male o per la sinistra che se ne sta andando o per il civismo o qualcosa d'altro che non è mai arrivato . Ma arriverà arriverà e saranno note di rock ad accompagnarlo. Nanni e l'Alcatraz e la prigione di quella stronza di malattia Nanni ti piango cazzo te e quella tua sedia Nanni e le nostre riunioni Nanni e la Lucia e il suo furore il tuo furore Nanni. Ti sia lieve la terra .

Giovanna Mottura 

Grazie Marco Fumagalli per aver saputo esprimere l'inesprimibile!!!

Marilena Arancio 

Grazie Marco per aver espresso quello che molti di noi sentivano dentro. Sapevamo che la sua vita sarebbe stata breve ma non volevamo crederlo. Pensavamo sempre di poter discutere ancora con lui, appassionatamente, ognuno con le proprie ragioni....ma ancora e ancora e ancora. ...ma la scienza non ha ancora capito come sconfiggere l'urlo silenzioso della malattia. ...tu eri un urlo di rabbia e di amore per la vita. Starai discutendo anche di là chissà con chi ....ma ora voli libero . Ciao Nanni, ciao presidente

Dorina Perego Corradini 

La morte non è niente, io sono solo andato

nella stanza accanto.

Io sono io. Voi siete voi.

Ciò che ero per voi lo sono sempre.

Datemi il nome che mi avete sempre dato.

Parlatemi come mi avete sempre parlato.

Non usate mai un tono diverso.

Non abbiate un’aria solenne o triste.

Continuate a ridere di ciò che ci faceva

ridere insieme.

Sorridete, pensate a me, pregate per me.

Che il mio nome sia pronunciato in casa

come lo è sempre stato.

Senza alcuna enfasi, senza alcuna ombra

di tristezza.

La vita ha il significato di sempre.

Il filo non è spezzato.

Perchè dovrei essere fuori dai vostri pensieri?

Semplicemente perchè sono fuori dalla vostra vista?

Io non sono lontano, sono solo dall’altro lato

del cammino.

Marina Cavallo 

proprio un'ora fa sono andata a vedere la sua pagina per capire come mai non si facesse più sentire......che dolore, che vuoto lascia. gli volevo bene

Andrea Boitano

Oggi è uno di quei giorni tristi, ma veramente tristi. Uno dei miei (e di tanti) amici più cari è stato portato via dal mondo, è stato portato via a noi, proprio oggi. Il suo nome era Nanni Anselmi ed era la persona più dolce, buona e, al tempo stesso, energica e decisa che io abbia conosciuto. Amava la vita come pochi. Andreino mi chiamava... Lui, immobile per forza, era capace di mobilitare persone e coscienze, di far muovere tutti i suoi amici. In tanti gli hanno voluto bene, alcuni lo hanno tradito, dileggiato, maltrattato. Sapeva rispondere agli schiaffi, ma non riusciva a comprendere il pozzo di cattiveria che si apre nel fondo delle anime piccine: gli faceva male solo intuire che c'è. Ora non c'è più lui. Ma per me, per noi che gli volevamo bene, ci sarà sempre. O, almeno, così voglio credere. Grazie Nanni, per esserci stato.

Lucia Castellano

Così meglio intendo il tuo lungo viaggio: il mio dura tuttora né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli inganni di chi crede che la realtà sia quella che si vede.

Ciao Nanni.

Paola Lombardini

Si fermi tutto per un attimo !
Nanni Anselmi uomo integro
Forte coraggioso idealista vero 
L'uomo che ci ha fatto imparare a ballare sulle note rock con leggerezza dimenticando carrozzine, respiratori, difficoltà e sofferenza 
La sua forza : la vita 
La sua battaglia : la bestia che lo ha bloccato fisicamente ma mai ha ferito il suo spirito e il suo coraggio 
Nanni.... Slanciamoci insieme e se non potrai farlo con noi , lo faremo per te
Sempre 
Mi mancherai
Grazie di tutto e con tutto il.mio cuore

Ilaria Li Vigni

Avevo in mente da tempo di chiamarTi per ringraziarTi e per raccontarTi le ultime,mi sono detta dopo il I turno e prima del ballottaggio gli telefono e ci si vede,che scherzo è mai questo Nanni?belli i tempi di Milano Civica dopo l'elezione di Pisapia e il successo della nostra lista,belli i direttivi e altrettanto le discussioni passionali ma sempre rispettose,belle le ciacole sotto il capanno al Forte, ricordi indimenticabili, ciao Nanni, ora riposati.

Umberto Ambrosoli

Porterò sempre con me il ricordo di Nanni Anselmi. La sua appassionata intelligenza politica ha arricchito #‎Milano e la Lombardia. Il suo esempio di vita è stato una lezione.

Palazzo Marino
Elezioni comunali 2016
Partecipazione attiva di MMC alla campagna per il nuovo Sindaco
immagine

MILANO - Il consiglio direttivo di MMC, riunitosi in data 17 febbraio 2016, ha così deliberato: Il Movimento Milano Civica, espressione della lista arancione Milano Civica X Pisapia Sindaco, rappresentato nelle istituzioni milanesi e lombarde dalla propria vice presidente Elisabetta Strada Capogruppo in Consiglio Comunale, dalla propria presidente Lucia Castellano, capogruppo del Patto Civico in Consiglio Regionale e, nello stesso, anche dalla Consigliera Regionale Silvia Fossati, riconferma senza se e senza ma la sua partecipazione attiva nella coalizione di centro-sinistra milanese e, in coerenza con quanto fatto nel 2011 per Giuliano Pisapia, sosterrà in modo compatto e lealmente il candidato sindaco espresso dalle Primarie del centro-sinistra milanese, Beppe Sala.

MMC assicura a Beppe Sala il sostegno del civismo milanese presente nelle istituzioni, forte del consenso ottenuto dalle proprie iniziative e dalle proposte agli elettori; nel contempo conferma la propria disponibilità a concorrere per il successo di Sala con iniziative e proposte diversificate, finalizzate alla continuità in un progetto di innovazione e inclusione indispensabile alla città. Il tema della condivisione civica, priorità e caratteristica del civismo milanese, si è espresso in questi anni con iniziative a supporto e a fianco dell’amministrazione comunale quali, per es.:

- Bilancio in Arancio, precursore del Bilancio Partecipativo, per favorire comprensione e partecipazione,

- manifestazioni degli assessori e consiglieri in piazza per un confronto diretto con la cittadinanza,

- progetto accolto dall’Amministrazione comunale di riconfigurazione della funzione di Energy Manager per una politica strategica sul risparmio energetico ed economico per la riduzione di emissioni,

- proposta accolta dalla Società Expo di creare una ”AGENZIA X IL RIUSO” di arredi e verde di proprietà della soc. EXPO da destinare a enti pubblici e associazioni della grande Milano.

L’ottimismo e le speranze indotte dal successo di Milano con EXPO, la continuità con un’amministrazione credibile, l’esigenza di un ridisegno organizzativo della governance per dare funzionalità alla città metropolitana, la complessità di gestione dei flussi migratori in un contesto di difficoltà ed emarginazione crescenti, la sicurezza, l’esigenza di creare nuova occupazione e la necessità di modernizzare la “macchina” comunale evidenziano una complessità che deve essere affrontata col più ampio coinvolgimento delle qualità e delle eccellenze della società civile per il quale MMC caratterizzerà il proprio impegno.

Il civismo che abbiamo rappresentato e che continueremo a rappresentare, insieme con le altre espressioni civiche e sociali attive a Milano e nella Città Metropolitana, riconferma il proprio ruolo di fattore propositivo e arricchente nella dinamica politica del centro sinistra.

Palazzo Marino
Elezioni Comunali 2016
immagine

Cari amici, mancano ancora pochi giorni alle elezioni e mi farebbe piacere presentarvi il progetto della piscina Cambini chiusa dal 1997, progetto che mi ha vista protagonista insieme alle colleghe "Anne" e alla assessora Bisconti, un'idea di restituzione alla città di una piscina abbandonata da anni, in un quartiere sprovvisto di questo tipo di impianti, 

Con orgoglio vi aspetto venerdì 27 ore 17.30 alla Piscina, in Via Cambini, ci sarà anche Beppe Sala, l'assessora Chiara Bisconti,  per guardare insieme il futuro di questa piscina.

 
Ho conosciuto la storia della Cambini in un sopralluogo nel 2012 e ho scoperto che erano stati spesi quasi 700.000 euro per la sola progettazione dell'impianto che sarebbe costato  oltre 11 milioni (ovviamente non a disposizione).
Scandalizzata dalla cattiva gestione (spesa inaccettabile) mi sono subito chiesta se non ci fosse un danno erariale,  ho chiesto un audit interno e insieme all'assessora Bisconti abbiamo fatto riprendere in mano il progetto dallo studio, a costo zero per l'amministrazione. E oggi abbiamo:
 
- un nuovo progetto fatto a costo zero
- messo a bilancio la ristrutturazione dell'impianto per una spesa di quasi 6 mio (anzichè 11)
- siamo in fase di assegnazione della gara
 
Per conoscere di più le mie attività vai su
 
per vedere gli appuntamenti di Beppe Sala vai su beppesala.it
Partecipazione
Elezioni
Parità di ruoli tra esponenti dei partiti e civici per un civismo politico

MILANO - Cominciano a convergere alcune opinioni di metodo. Il che significa che c'è voglia di discutere sul percorso di avvicinamento alle elezioni amministrative non dando per scontato ciò che alcuni "addetti ai lavori" fanno (sempre più) intendere che sia scontato. Sabato 24 ottobre è stata una giornata articolata al riguardo. Al mattino alle Stelline affollata assemblea, promossa dall'assessore Franco D'Alfonso, attorno a come evolve il sentimento sul cosiddetto partito della città. Alla sera, nel quadro di BookCity, per parlare - pretesto il mio libro Civismo politico (edito in questi giorni da Rubbettino) - dell'aggiornamento di una alleanza complessa tra partiti (PD in testa) e civici con il sindaco Giuliano Pisapia e due esponenti di primo piano della "società civile". Per parlare cioè di un interesse per gli affari generali della città espresso da punti di vista fuori dai partiti, Ferruccio De Bortoli, il rettore della Statale Gianluca Vago e lo stesso Pisapia.

Il metodo delle affinità

"Partito della città", comincia ad essere tema inteso non solo come il contrapposto politico al "partito della nazione" (che a Milano suonerebbe in discontinuità con l’esperienza incarnata dalla giunta Pisapia). Quindi come la conferma di una ampia alleanza di centrosinistra con parità di ruoli per esponenti di partiti ed esponenti civici. Un modello che Franco D'Alfonso ha indicato come "metodo delle affinità non delle egemonie". "Partito della città" è anche e soprattutto un modo di intendere la responsabilità a gestire il cambiamento in atto sui tempi medio-lunghi. Non immaginando dunque, questo cambiamento solo in capo a una persona, come poteva essere nel 2011. Ma in capo al consolidamento di quella che si chiama "classe dirigente". Una volta la scuola sociologica italiana (Mosca, Pareto, Michels, eccetera) usava l'espressione "élite", che poi è stata osteggiata come anti-democratica. In realtà quell'espressione significava la declinazione meritocratica (valutabile) e non di filiera politico-fiduciaristica della costruzione della classe dirigente.

Perché questo fattore sia forte nella prospettiva, esso va ancorato a tre temi della città: essere consapevole del proprio ruolo trainante la dimensione nazionale; formare una identità metropolitana e non di borgo; esprimere una vocazione globale e non provincialistica. Ma perché esso sia forte vi è chi dice che si devono rimettere in carreggiata argomenti irrisolti (tema toccato da Ada Lucia De Cesaris, che ha ripreso la parola in pubblico dopo un certo silenzio): la qualità dell'apparto amministrativo e dell’organizzazione; la capacità di raccontare e comunicare processi (tema su cui sono ancora deboli i luoghi del dibattito pubblico e insufficiente il ruolo dei media di opinione). Aggiungo io: anche agire su una leva abbandonata, cioè la ricerca interpretativa dei fenomeni e delle tendenze e avviare legami più importanti con il sistema universitario e di impresa.

Smarrimenti e decisioni

Questi rafforzamenti presuppongono che la città non torni alle culture egemoniche espresse da partiti politici (che a volte non percepiscono che il dato di reputazione, nel paese, che li riguarda resta inchiodato al 3%) - argomento su cui Pietro Bussolati e Lia Quartapelle all'assemblea della mattina hanno dato qualche assenso - ma dando appunto prospettiva alle alleanze attorno alle affinità. Ecco quindi annunciato il rilancio di un "civismo politico", che non si limita a valorizzare le buone maniere, l'educazione e il rispetto degli altri. Civismo oggi è altro. E' responsabilità non solo di chiedere ma anche di assumere - dimostrando le competenze - una parte importante del processo di indirizzo e gestione. E' stata vista (anch'io ne ho scritto) una certa titubanza nell'avvio della campagna elettorale, una sorta di smarrimento del tessuto partecipativo cittadino attorno all'improvvisa necessità di sostituire la guida della città per indisponibilità di Pisapia di dare un "tempo 2" al suo mandato. La titubanza sembra superata, nel senso di affermare ora la necessità di discutere del progetto politico per la città e quindi di disegnare meglio il profilo che deve avere il più adeguato prossimo interprete di quel processo.

Programmi e profili

La giornata di sabato 24 ottobre ha fatto capire che una certa Milano apprezza poco il processo opposto: inventare candidati funzionali a certi interessi e poi tentare di far coincidere quelle candidature con una lettura approssimativa del sentimento collettivo. Ma si è anche posto il tema (Piero Bassetti in apertura) che l’esito delle elezioni non è scontato e che l’ipotesi di “perdere” va presa in considerazione. La domanda risorge come qualche tempo fa. I diversi segmenti del “civismo politico milanese” (che non stanno tutti nella lista civica che si è manifestata nel 2011) riescono allora a scegliere punti programmatici comuni e a disegnare il profilo di un candidato idoneo ad incarnare quei punti? Le cose sentite nell’assemblea (e altrove) porterebbero lì.

Nel corso della serata, poi, Giuliano Pisapia ha ricordato che l’esperienza civica milanese si è posta criticamente rispetto ai partiti ma accettando un’alleanza a scopo migliorativo della politica. Ferruccio De Bortoli ha colto nel libro accenti di delusione circa l’evoluzione politica del civismo. Gianluca Vago ha inteso un punto di forza nel civismo come ambito di formazione di nuova classe dirigente (il tema del “merito” nei processi gestionali resta un nodo della crisi della politica). Ho replicato attorno al ruolo di Milano di servizio ad un paese debole di civismo (come dimostrarono anni fa le ricerche in Italia di Robert Putnam), ma a condizione che il rifiuto della verticalizzazione di associazioni e movimenti (altrimenti diventati “grillini” o “leghisti”) non può ora nemmeno diventare pura orizzontalità. E in questo lo stesso Pisapia – che lasciando un “potere” indossa culturalmente una casacca civica - ha la responsabilità di sollecitare una riflessione collettiva e quindi anche una proposta nelle diverse anime del civismo milanese.

di Stefano Rolando

Partecipazione
Un contributo di Paola Colombini

MILANO - Sono fondamentali gli interventi giudiziari, il coinvolgimento mediatico e il finanziamento (sempre troppo poco: un dramma sacrificato sull’altare del contenimento della spesa e dell’inadeguata legislazione) della politica statale e locale sulla violenza verso le donne.
Le violenze fisiche sono oggi illuminate – per fortuna – dai fari dell’informazione che raccontano le tragedie delle donne che subiscono violenza.
«Secondo una ricerca del Dipartimento Pari Opportunità e dell'Istituto nazionale di Statistica, diramata il 5 giugno e relativa al quinquennio 2009/2014, il 31,5 per cento delle donne italiane fra i 16 e i 70 anni ha subìto violenza fisica o sessuale almeno una volta nel corso della vita. Si tratta di circa 6 milioni e 788mila persone, una donna su tre: un dato impressionante...» (la Repubblica).
Poi ci sono le donne discriminate familiarmente, socialmente, politicamente ed economicamente, e che non si possono difendere dagli abusi esercitati contro le loro capacità e competenze.
Infine c’è la pratica quotidiana della silenziazione, che dopo giorni o anni nei quali la donna è semplicemente annullata come un fantasma, ella accetta come qualcosa di ineluttabile l’essere messa da parte. Si china la testa, si tace, si fanno passi indietro. La tua parola vale poco, donna, e comunque meno della parola di un maschio.
Avete mai provato, care amiche, a essere le uniche interlocutrici in un gruppo di maschi? Per esempio in un gruppo decisionale importante.
Se non rivesti ruoli dirigenziali, e allora ti devono ascoltare per forza per lo meno i tuoi sottoposti, tra pari avviene questo: cominci a parlare, dici cose interessanti, poi vieni interrotta – come se nemmeno tu esistessi – da un maschio e gli occhi di tutti si fissano su di lui. Che probabilmente sta dicendo una banalità già sentita mille volte. Tu, donna, sei tagliata fuori e alla fine sei messa all’angolo perché l’attenzione a quel che stavi dicendo è svanita, gli occhi di tutti si sono allontanati da te, sei diventata invisibile. E allora te ne vai. Per dignità. Nulla più conta di quel che hai detto e hai fatto. Semplicemente non esisti più. Il maschio che parla è diventato il centro dell’attenzione.
«Quando si tratta di nomine vince sempre il Pmi: Partito maschilista italiano», scrive l’Espresso. Ma vale anche per molto meno.
Come si diceva un tempo: il personale è politico.
Ho letto in gioventù un libro che ci ha fatto pensare al nostro destino di donne nella storia: Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (1949; la mia edizione italiana è del 1977). Vi riporto un piccolo estratto «Quel che è certo è che finora le capacità della donna sono state soffocate e disperse per l’umanità e che è veramente tempo, nel suo interesse e in quello di tutti, che le sia concesso finalmente di sfruttare tutte le sue possibilità».
Potremo mai consegnare alle nostre figlie e ai nostri figli una pratica di uguaglianza?
Questo deve essere un progetto di impegno politico e culturale di donne e di maschi che ci credono. Non a parole, ma nella pratica quotidiana: nella famiglia, nella società, nel lavoro e nella politica.

Paola Colombini
MMC - Movimento Milano Civica
Coordinamento dei Civici Metropolitani







 

Cittadinanza

Il giorno 11 aprile si è tenuta la riunione ordinaria dei Soci di MMC per il rinnovo delle cariche del Movimento a seguito delle dimissioni di Lucia Castellano  nominata  Direttore Generale del Dipartimento per l'esecuzione penale esterna e di comunità del Ministero della Giustizia.

E' stata eletta Presidente Elisabetta Strada (ex Vice Presidente di MMC e Capogruppo della Lista Civica per Pisapia al Consiglio Comunale).

Vice Presidente Giuseppe Merlo, Tesoriere Stefano Dalla. Gli altri membri del direttivo sono: Paola Agnoletto, Marilena Arancio, Miro Capitaneo, Silvia Fossati, Silvana Pasini, Dorina Perego.

Si ringrazia Lucia Castellano per il suo lavoro nella pur breve presidenza del Movimento,  per l'apporto dato negli anni precedenti e la costante vicinanza alle attività del Movimento.

Un caloroso benvenuto ad Elisabetta Strada che con la sua energia ci traghetterà attraverso l'importante passaggio delle elezioni comunali 2016.

Un buon lavoro a tutto il direttivo che nel periodo futuro avrà il compito di rendere sempre più partecipe e visibile il Movimento all'interno del civismo milanese e della città metropolitana.

Eventi
In mostra al PAC
Novantacinque scatti per raccontare un mondo. Le immagini sono in vendita, il ricavato andrà in beneficenza
immagine

MILANO - La città vista con gli occhi di un senza fissa dimora, raccontata attraverso gli scatti di una macchina fotografica, ritratta con le sue realtà, spesso nascoste e invisibili, dai suoi silenziosi ma attenti protagonisti. 

Questo è “Ri-scatti, fotografi senza fissa dimora”, la mostra in programma dal 4 al 15 febbraio al Padiglione di Arte Contemporanea che propone al pubblico una selezione inedita di 95 immagini realizzate da tredici senza fissa dimora (undici uomini e due donne) individuati dal Centro Aiuto Stazione Centrale tra le persone seguite dai Servizi sociali. L’allestimento delle fotografie nella prestigiosa sede di via Palestro è l’ultimo atto di un progetto di inclusione e reinserimento sociale dei senza fissa dimora promosso dal Comune di Milano (Assessorati Politiche sociali e Cultura) e dall’Associazione Terza Settimana. Partito la scorsa primavera con un corso di fotografia il progetto è proseguito con il concorso finale e con la selezione degli scatti migliori che da oggi tutti potranno vedere al Pac.
Tutte le fotografie saranno in vendita presso la sede museale fino a sabato 14 febbraio e tramite Terza Settimana il ricavato sarà dato ai senza fissa dimora autori degli scatti.

“Il progetto Riscatti, che in questi giorni culmina in questa mostra inedita – spiega l’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino – per i senzatetto che vi hanno partecipato ha rappresentato una straordinaria occasione proprio di riscatto. I milanesi, che certamente non sono cittadini insensibili al problema dei senza fissa dimora e che hanno dimostrato in più occasioni grande solidarietà nei confronti di chi si trova difficoltà, potranno trovare in queste fotografie immagini uniche della vita di questa città e di coloro che spesso restano invisibili. A tutto ciò si aggiunge anche il reale valore di questa iniziativa che rappresenta un’occasione di concreta inclusione sociale e coinvolgimento di persone temporaneamente in stato di difficoltà ed emarginazione in percorsi di reinserimento sociale e lavorativo e dunque di ‘riscatto’. Questo progetto non è un aiuto dato a pochi, ma un contributo offerto a tutta la città”.

“Questa mostra ospitata al PAC dimostra come l’arte e, in questo caso, la fotografia, sia in grado di cogliere con chiarezza e forza, anche con un breve scatto, ciò che spesso sfugge alla normalità del nostro guardare – afferma l’assessore alla Cultura, Filippo Del Corno –. Le foto mostrano anche la poesia, la dignità, l’umanità e la capacità di riscatto contenute nei racconti di queste esperienze limite di uomini e donne che sono i protagonisti di queste immagini. Ed è importante che sia proprio il PAC, uno degli spazi espositivi più prestigiosi di Milano, ad ospitare le fotografie realizzate da persone che hanno trovato un modo speciale per raccontare non solo la loro esistenza, ma anche un pezzo, quello meno visibile, di vita nostra città”.

Il progetto è nato da un’idea di Federica Balestrieri, giornalista Rai impegnata in diverse esperienze di volontariato tra cui quella con l’Associazione Terza Settimana ed è stato realizzato grazie alla collaborazione con l’agenzia fotografica SGP Stefano Guindani Photo ed Echo Photo Agency e con il contributo di Tod’s. “Riscatti” ha avuto come testimonial d’eccezione Alex Zanardi pluripremiato pilota alle ultime Paralimpiadi di Londra.
Attraverso il concorso RI_SCATTI si è voluto creare l'opportunità di un percorso di formazione professionale e di reinserimento sociale per quanti si trovano in temporanea difficoltà: a seguito di un corso di fotografia tenuto dai fotoreporter Gianmarco Maraviglia e Aldo Soligno di Echo Photo Agency, i tredici senza fissa dimora si sono misurati in un concorso finale: il vincitore, l'argentino Dino Luciano Bertoli, di cui pubblichiamo la foto, si è aggiudicato una borsa lavoro presso l'Agenzia SGP di Stefano Guindani dove tuttora sta lavorando.

La mostra al PAC, prestigiosa sede per l'Arte Contemporanea a Milano, si propone di portare alla luce momenti di vita ai confini della povertà, raccontati dagli stessi protagonisti.

RI-SCATTI
4-15 febbraio 2015, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano via Palestro 14; orari della mostra 9.30 - 19.30, ingresso libero. 

Eventi
Cultura
Sarà a Palazzo della Ragione Fotografia, dal 13 novembre 2014 fino all’8 marzo 2015
immagine

MILANO - “Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi” è la prima mostra, mai dedicata, a Walter Bonatti, uno dei più grandi fotografi ed esploratori italiani e sarà ospitata a Palazzo della Ragione Fotografia di Milano dal 13 novembre 2014 all’8 marzo 2015. La mostra, a cura di Alessandra Mauro e Angelo Ponta ed in collaborazione con l’archivio Bonatti, è promossa e prodotta da Comune di Milano, Palazzo della Ragione, Civita, Contrasto e GAmm Giunti.

“Prosegue il nuovo corso di Palazzo della Ragione con una nuova mostra di fotografia dedicata ad un protagonista di questa arte e ai grandi spazi del nostro pianeta – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno -. Una mostra che conferma, seppure con una diversa sensibilità e una declinazione nuova rispetto alle mostre fotografiche di Salgado e di Yann Arthus-Bertrand, appena concluse, la passione per la bellezza della natura e l’esigenza di una tutela sempre più necessaria e urgente, per un ritorno, ormai non più procrastinabile, a una relazione più rispettosa con il mondo che ci circonda”.

Palazzo della Ragione, il nuovo spazio espositivo interamente dedicato alla fotografia in Piazza dei Mercanti, a due passi da Piazza Duomo, dopo la mostra di Sebastião Salgado mette a fuoco la sua proposta espositiva e culturale con questa importante rassegna dedicata alla figura del grande esploratore e pensatore Walter Bonatti.  La mostra, con l’ausilio di video, di documenti inediti e di un allestimento particolarmente coinvolgente, ripercorre il racconto visivo, le vicende esistenziali e le avventure dell’alpinista ed esploratore italiano. La mostra partecipa a Milano Cuore d’Europa, il palinsesto culturale multidisciplinare dedicato alle figure e i movimenti che, con la propria storia e la propria produzione artistica, hanno contribuito a costruire la dimensione culturale dell'identità europea.

Le immagini in mostra testimoniano oltre 30 anni di viaggi alla scoperta dei luoghi meno conosciuti e più impervi della Terra e raccontano una passione travolgente per l’avventura insieme alla straordinaria professionalità di un grande reporter.

È difficile separare il ricordo di Walter Bonatti da quello delle sue fotografie. Ed è sorprendente scoprire quanto la sua figura e le sue imprese siano radicate nella memoria di un pubblico tanto differenziato per età e interessi. La persistente popolarità di Bonatti ha più di una spiegazione. Imparò a fotografare e a scrivere le proprie avventure con la stessa dedizione con cui si impadronì dei segreti della montagna: alpinista estremo, spesso solitario, ha conquistato l’ammirazione degli uomini e il cuore delle donne, affascinando nello stesso tempo l’immaginario dei più giovani.

Il mestiere di fotografo per grandi riviste italiane, soprattutto per Epoca, lo portò a cercare di trasmettere la conoscenza di luoghi estremi del nostro pianeta. Al tempo stesso, non smise mai di battersi con forza per tramandare la vera storia, troppe volte nascosta, della conquista del K2 e del tradimento dei compagni di spedizione. Molte tra le sue folgoranti immagini sono grandiosi “autoritratti ambientati” e i paesaggi in cui si muove sono insieme luoghi di contemplazione di scoperta. Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo: in un modo del tutto originale è in grado di rappresentare la sua fatica e la gioia per una scoperta, ma al tempo stesso sa cogliere le geometrie e le vastità degli orizzonti che va esplorando.

Il talento per la narrazione, l’amore per le sfide estreme, l’interesse per la fotografia come possibilità di scoprire e testimoniare per sé e per gli altri. Una passione, e probabilmente anche un’esigenza, nata già negli anni dell'alpinismo (con i trionfi e le amarezze che li segnarono), con le foto scattate sulle pareti più difficili, e poi consolidata nel tempo, con i racconti d’imprese affascinanti e impossibili.

Walter Bonatti nasce a Bergamo nel 1930. Del 1951 è la sua prima grande impresa alpinistica: con Luciano Ghigo scala la parete est del Grand Capucin nel gruppo del Monte Bianco. Nel 1954 Bonatti è il più giovane partecipante alla spedizione capitanata da Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla cima del K2. Nel 1955 scala in solitaria e per la prima volta assoluta il pilastro sud-ovest del Petit Dru, nel massiccio del Monte Bianco. Nell’inverno del 1965 scala in solitaria la parete nord del Cervino aprendo una nuova via. È la sua ultima impresa di alpinista estremo. Successivamente si dedicherà all’esplorazione e all’avventura come inviato del settimanale Epoca, fino al 1979. A partire dagli anni Sessanta pubblica numerosi libri che narrano le sue avventure in montagna e negli angoli più sperduti del pianeta. Muore a Roma il 13 settembre 2011, all’età di 81 anni.

Per ulteriori informazioni sulla mostra e la biglietteria: www.palazzodellaragionefotografia.it

Territorio
immagine

MILANO - Provo a far chiarezza in questa triste nebbia di accuse reciproche e campagne elettorali malamente giocate su drammi sociali. Ci provo dalla mia posizione di consigliera regionale, componente della commissione Casa, Territorio e Infrastrutture.
Aler Milano è un ente pubblico economico, un’azienda partecipata regionale, con un patrimonio immobiliare di circa 40.000 alloggi nella sola Milano. Perché le case di proprietà regionale, a Milano, versano (fatte salve alcune eccezioni), in uno stato non degno di un Paese civile? Per svariate ragioni.

 La prima: non c’è più un sovvenzionamento pubblico che sorregga una funzione che, con il progredire della crisi, acquista sempre più i connotati del servizio sociale. E, quindi, costa e andrebbe finanziata (art 117 della Costituzione: competenza concorrente Stato / Regioni in materia di edilizia pubblica, con il risultato che né l’uno né l’altra, almeno fino all’anno scorso, hanno stanziato un solo euro). A causa di una legge regionale scellerata, inoltre, il sostentamento delle Aler dovrebbe basarsi sulle entrate derivanti dai canoni di locazione(!).
  La seconda ragione é che in questi ultimi anni Aler ha investito sulla costruzione di nuovi quartieri, piuttosto che sulla manutenzione del patrimonio esistente, che cade a pezzi. Ha dimenticato la sua funzione sociale a favore di una politica da immobiliarista puro.
  Ancora (e questo è davvero inspiegabile) perché interi quartieri, interessati da lavori di riqualificazione edilizia regolarmente finanziati, sono rimasti cantieri a cielo aperto, con ristrutturazioni cosiddetti “a macchia di leopardo” (un palazzo nuovo e uno a pezzi, per capirci). Dai banchi dell’opposizione chiediamo, invano, di conoscere dove siano finiti i fondi stanziati per i contratti di quartiere.

Dal 2009 Aler, oltre al suo complicato patrimonio, gestisce anche i 28.000 alloggi del Comune di Milano. Gestire significa: manutenere, tutelare (respingere gli abusivi, con la collaborazione del proprietario e delle forze dell’ordine, prendere in carico gli inquilini: canoni, cambi alloggio, crolli del reddito ecc).
Perché il rapporto tra i due enti si incrina progressivamente? Anche qui, ragioni genetiche e funzionali: i gestori precedenti lasciano ad Aler dati sbagliati, rapporti debitori e creditori irrisolti, edifici non censiti. In più, un’azienda che traballa sotto il peso del proprio gigantismo (unito a una gestione non sempre funzionale agli scopi), fa fatica a prendere in carico altri 28.000 alloggi. Terzo motivo: non si riesce a creare un rapporto di condivisione, di gestione congiunta di tutto il patrimonio immobiliare cittadino (di proprietà del Comune o della Regione, non importa) per far fronte all’emergenza casa e alla crisi economica. In sintesi, non si riesce a ottenere una programmazione congiunta sul tema, che riguardi tutte le 70.000 famiglie che abitano in un alloggio popolare, chiunque ne sia il proprietario.

Il progressivo sgretolarsi del gigante, sotto il peso di un buco di 245 milioni di euro, ha reso impossibile continuare la gestione delle case comunali. La situazione della partecipata regionale è talmente grave da portare il Presidente Maroni a riferirne dettagliatamente in Consiglio. Pochi mesi dopo, è la stessa Aler a disdettare la convenzione con il Comune di Milano, il quale, con scelta coraggiosa, decide di riprendersi le proprie case, affidandone la gestione all’azienda Metropolitane Milanesi.

Cosa succederà dal 1 dicembre 2014? Prima di tutto, al monopolio di Aler in città si sostituirà la concorrenza con un altro gestore. Il che non può che far del bene, come sempre, quando si rompe una gestione esclusiva.
Sono convinta che, per affrontare e risolvere il problema delle case popolari, ci sia bisogno di impostare una politica della Casa condivisa.

È quello che é mancato in questi anni. E che, sono sicura, sarà il valore aggiunto del contributo di Metropolitane Milanesi. La differenza di colore politico tra Comune e Regione non ha aiutato, certo. Ma non si può dire che, sotto la medesima bandiera, le cose andassero meglio, nel decennio scorso. I 70.000 abitanti delle case pubbliche di Milano hanno bisogno di un’unica “governance”: lungimirante, coinvolgente e trasparente. Anche se gli attori della partita sono tre.
Quale scenario, in una città civile? Me lo immagino così: il Comune concentrato ad avviare nel migliore dei modi la nuova gestione, Aler impegnato a risalire la china di una crisi senza precedenti. Entrambi, a testa bassa e senza clamori, a lavorare insieme, mettendo a disposizione il proprio patrimonio, con trasparenza, per risolvere l’emergenza (non é mai successo!)
Quanto alla Regione, dovrebbe occuparsi (oltre che del risanamento della propria azienda) della riforma, non più rinviabile, della legge regionale 27 del 2009. Quella, per capirci, che fonda il sostentamento delle Aler sui canoni pagati dagli inquilini.
Da che mondo è mondo, i Comuni gestiscono e amministrano, le Regioni legiferano e fondano i principi generali su cui si basa la vita della comunità territoriale. Riportiamo le cose nei giusti binari. E contribuiamo tutti (enti locali, sindacati, comitati inquilini, privato sociale) a costruire nei quartieri una vita dignitosa. Quello che continuo a vedere, purtroppo, è la trasformazione di un dramma sociale in uno scontro politico. Si chiama resistenza al cambiamento, trasformata in bagarre elettorale. Della peggiore specie, perché consumata sulla pelle di chi non può difendersi.

di Lucia Castellano

Eventi
immagine

MILANO - “Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi” è la prima mostra, mai dedicata, a Walter Bonatti, uno dei più grandi fotografi ed esploratori italiani e sarà ospitata a Palazzo della Ragione Fotografia di Milano dal 13 novembre 2014 all’8 marzo 2015. La mostra, a cura di Alessandra Mauro e Angelo Ponta ed in collaborazione con l’archivio Bonatti, è promossa e prodotta da Comune di Milano, Palazzo della Ragione, Civita, Contrasto e GAmm Giunti.

“Prosegue il nuovo corso di Palazzo della Ragione con una nuova mostra di fotografia dedicata ad un protagonista di questa arte e ai grandi spazi del nostro pianeta – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno -. Una mostra che conferma, seppure con una diversa sensibilità e una declinazione nuova rispetto alle mostre fotografiche di Salgado e di Yann Arthus-Bertrand, appena concluse, la passione per la bellezza della natura e l’esigenza di una tutela sempre più necessaria e urgente, per un ritorno, ormai non più procrastinabile, a una relazione più rispettosa con il mondo che ci circonda”.

Palazzo della Ragione, il nuovo spazio espositivo interamente dedicato alla fotografia in Piazza dei Mercanti, a due passi da Piazza Duomo, dopo la mostra di Sebastião Salgado mette a fuoco la sua proposta espositiva e culturale con questa importante rassegna dedicata alla figura del grande esploratore e pensatore Walter Bonatti.  La mostra, con l’ausilio di video, di documenti inediti e di un allestimento particolarmente coinvolgente, ripercorre il racconto visivo, le vicende esistenziali e le avventure dell’alpinista ed esploratore italiano. La mostra partecipa a Milano Cuore d’Europa, il palinsesto culturale multidisciplinare dedicato alle figure e i movimenti che, con la propria storia e la propria produzione artistica, hanno contribuito a costruire la dimensione culturale dell'identità europea.

Le immagini in mostra testimoniano oltre 30 anni di viaggi alla scoperta dei luoghi meno conosciuti e più impervi della Terra e raccontano una passione travolgente per l’avventura insieme alla straordinaria professionalità di un grande reporter.

È difficile separare il ricordo di Walter Bonatti da quello delle sue fotografie. Ed è sorprendente scoprire quanto la sua figura e le sue imprese siano radicate nella memoria di un pubblico tanto differenziato per età e interessi. La persistente popolarità di Bonatti ha più di una spiegazione. Imparò a fotografare e a scrivere le proprie avventure con la stessa dedizione con cui si impadronì dei segreti della montagna: alpinista estremo, spesso solitario, ha conquistato l’ammirazione degli uomini e il cuore delle donne, affascinando nello stesso tempo l’immaginario dei più giovani.

Il mestiere di fotografo per grandi riviste italiane, soprattutto per Epoca, lo portò a cercare di trasmettere la conoscenza di luoghi estremi del nostro pianeta. Al tempo stesso, non smise mai di battersi con forza per tramandare la vera storia, troppe volte nascosta, della conquista del K2 e del tradimento dei compagni di spedizione. Molte tra le sue folgoranti immagini sono grandiosi “autoritratti ambientati” e i paesaggi in cui si muove sono insieme luoghi di contemplazione di scoperta. Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo: in un modo del tutto originale è in grado di rappresentare la sua fatica e la gioia per una scoperta, ma al tempo stesso sa cogliere le geometrie e le vastità degli orizzonti che va esplorando.

Il talento per la narrazione, l’amore per le sfide estreme, l’interesse per la fotografia come possibilità di scoprire e testimoniare per sé e per gli altri. Una passione, e probabilmente anche un’esigenza, nata già negli anni dell'alpinismo (con i trionfi e le amarezze che li segnarono), con le foto scattate sulle pareti più difficili, e poi consolidata nel tempo, con i racconti d’imprese affascinanti e impossibili.

Walter Bonatti nasce a Bergamo nel 1930. Del 1951 è la sua prima grande impresa alpinistica: con Luciano Ghigo scala la parete est del Grand Capucin nel gruppo del Monte Bianco. Nel 1954 Bonatti è il più giovane partecipante alla spedizione capitanata da Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla cima del K2. Nel 1955 scala in solitaria e per la prima volta assoluta il pilastro sud-ovest del Petit Dru, nel massiccio del Monte Bianco. Nell’inverno del 1965 scala in solitaria la parete nord del Cervino aprendo una nuova via. È la sua ultima impresa di alpinista estremo. Successivamente si dedicherà all’esplorazione e all’avventura come inviato del settimanale Epoca, fino al 1979. A partire dagli anni Sessanta pubblica numerosi libri che narrano le sue avventure in montagna e negli angoli più sperduti del pianeta. Muore a Roma il 13 settembre 2011, all’età di 81 anni.

Per ulteriori informazioni sulla mostra e la biglietteria: www.palazzodellaragionefotografia.it

Partecipazione
immagine

MILANO - Interessante l'incontro di venerdì 6 giugno organizzato dal Movimento Milano Civica con Fabrizio Barca, uno dei rari politici che non insultano, non affermano in modo categorico le proprie ragioni, facendo un uso morigerato di twitter, ma che per natura, abitudine e convinzione ragionano e argomentano le proprie idee.

Idee che riguardano i nuovi luoghi di elaborazione della politica (partiti, ma anche movimenti come il nostro), il loro rapporto con l’amministrazione, il loro ruolo nell’organizzazione del consenso, ma anche il compito nuovo di lievito delle comunità e di mobilitazione delle conoscenze.

Fabrizio Barca, come dirigente dell’amministrazione centrale dello Stato e come Ministro si è sempre occupato di politiche territoriali, non solo sotto il profilo degli strumenti da attivare e dei fondi (anche europei) da utilizzare, ma anche sotto quello da lui ritenuto cruciale dei soggetti politici e civici che suscitano idee ed elaborano progetti, innervandoli con una ampia e libera discussione pubblica, senza la quale quelle idee e quei progetti sono destinati a rimanere inerti o a perdere efficacia, quando non a venire apertamente contrastati.

La sua attenzione ai soggetti civici ne fa quindi un interlocutore interessante per il nostro movimento, anche se si dichiara ancora piuttosto restio a vedere la valenza anche politica dei movimenti che vede piuttosto come raccoglitori delle istanze che arrivano dalle popolazione a cui i partiti fanno da ponte verso le istituzioni di Governo.

Cittadinanza
immagine

Milano 8 Ottobre 2014 - Egregio Sindaco Metropolitano, egregi Colleghi Consiglieri Metropolitani, buon inizio e buon lavoro.
Vorrei cominciare proprio con questo augurio per il grande lavoro che ci aspetta nei prossimi mesi con la scrittura dello statuto della Città Metropolitana e che vorrei sottolineare, non è forma, ma è sostanza.

Siamo chiamati a costruire lo strumento base della città metropolitana di Milano con una grande sfida a cui nessuno di noi può sottrarre: dovremo essere capaci di tradurre in ricchezza, quello che è anche una fatica, il nostro ruolo di amministratori in un elezione come questa che accomuna tutti noi nel ricoprire anche un ruolo di Sindaco o Consigliere Comunale. Questo ruolo però ci permette di mettere al servizio la nostra esperienza amministrativa con tutte le difficoltà che incontriamo nella nostra azione quotidiana e provare a dotare la città metropolitana di strumenti di governo efficaci e sinergici con il territorio in modo che si configuri come un ente più efficace e più rispondente alle necessità in materia di trasporti, di infrastrutture, di servizi, solo per citare alcuni ambiti.

ll trasporto locale, il welfare, la sanità non ospedaliera, la pianificazione urbanistica e delle aree verdi, la casa, i servizi urbani come rifiuti costituiscono le competenze della Città Metropolitana.

Dovremo tradurre in ricchezza anche la nostra eterogenea provenienza politica e geografica e metterla al servizio di questo momento costituente, trasversalmente, pluralmente, per la costruzione di uno strumento capace di regolamentare la città metropolitana di oggi e di domani.
Credo fermamente che non siamo qua per difendere un'appartenenza o un colore politico ma dobbiamo più che mai metterci al servizio e tradurre in norme e regole per territori, per avere strumenti efficaci e fare in modo che questo nuovo soggetto istituzionale si distingua per concretezza ed efficacia.

Ognuno di noi è portatore di istanze che deve essere capace di tradurre in regole di interesse pubblico generale, sovra-comunale: noi Consiglieri Metropolitani, amministratori dei territori, siamo i soggetti attuatori di questa nuova politica metropolitana e dalla nostra capacità di coesione verso la realizzazione del bene comune nascerà la Città Metropolitana.

All’interno del Consiglio Metropolitano, il Civismo che ho l'onore e l'onere di rappresentare, portera il suo contributo innovativo guardando sia alle grandi questioni che riguardano le linee guida del governo di area vasta, sia alle istanze e alla progettualita dei territori e dei cittadini, con l’intento di promuovere la democrazia locale e partecipata, stimolare la cittadinanza attiva, promuovere la responsabilita verso la vita pubblica e il bene comune.

Questo momento è determinante ed è una grande opportunità, la posta in gioco e alta si tratta di dare vita a una nuova stagione democratica e partecipativa che avrà come protagonisti i Comuni.
La costruzione della Citta Metropolitana e l'occasione per ridare slancio all'area metropolitana milanese e al ruolo di traino che essa svolge per lo sviluppo dell'intero Paese.

Grazie e ancora buon lavoro a tutti noi.

 

Michela Palestra – Consigliere Metropolitano e Sindaco di Arese 

Partecipazione
Città metropolitana e civismo
L'intervento di Elisabetta Strada al convegno "Europa delle città"
immagine

MILANO - Saranno le città europee, dove vive la maggioranza della popolazione, con il PIL più elevato , dove si concentra la capacità di innovazione e sviluppo, che avranno maggior peso nella creazione dell'Europa.

In Italia stiamo andando verso le città Metropolitane. Soprattutto noi qui a Milano e provincia. Quindi quale l'Europa delle città? Quale città e come dovrà essere la nostra CM in questo sviluppo e processo?

La creazione della CM sarà una straordinaria opportunità per noi cittadini, amministrativi e non, di sviluppare e costruire una città nuova. La Città dei Comuni. La città dei cittadini. Una città metropolitana che diventerà un vero interlocutore in Europa. Una nuova opportunità per mettere in rete tutte le funzioni fondamentali degli enti interessati, per ottimizzare i soggetti intermedi coinvolti, per ridefinire i ruoli e i compiti degli stessi evitando sovrapposizioni di servizi e costi raddoppiati.

Un'occasione per ridisegnare i servizi che quotidianamente coinvolgono la vita dei cittadini, in un'ottica di ottimizzazione di miglioramento degli stessi. Pensiamo ad una politica che sviluppi strategie comuni, che individui un ragionamento per aree comuni e omogenee, che sviluppi strategie collettive, come ad es . per lo smaltimento dei rifiuti, che sviluppi un nuovo sistema e nuove tariffe dei trasporti , della tutela del territorio, dell'ambiente dei parchi.

Pensiamo ad un percorso di residenzialità metropolitana, oltre ai confini dei singoli comuni. Pensiamo al miglioramento della vita quotidiana dei singoli cittadini, basato sulla necessità di un servizio e di una politica degli orari e tempi metropolitani. Ma soprattutto é la chiave di volta per individuare un percorso congiunto in termini di legalità e strategie politiche sul bene comune, che non finisce laddove iniziano i confini della città limitrofa, ma che migliori il risultato in termini di efficacia, tempistiche e qualità.

Noi come MMC stiamo portando avanti un lavoro di rete. Una rete civica organizzata ma fuori dalle logiche dei partiti. Una forza politica fortemente proiettata sul bene comune e sul bene dei cittadini, con esigenze che partono dal basso e non calate dall'alto. Una rete che lavora insieme ai partiti, ma non come i partiti.

Il civismo metropolitano oggi é rappresentato dal 45% dei consiglieri attualmente eletti in tutti i comuni della provincia di MI. Siamo una forza metropolitana.
La rete civica è partita, si é messa in moto e vuole arrivare al momento della creazione della nuova conferenza statutaria del Consiglio Metropolitano, come una forza politica quanto più compatta e coesa possibile, ma libera di rappresentare la voce della città, i reali bisogni della città e soprattutto dei cittadini.

Lontana da demagogie e ideologie. Ma vicina al bene comune. Il cammino é incominciato. Il cammino verso la città metropolitana dei cittadini.

Faccio mie le parole di Don Primo Mazzolari:
 

“MI IMPEGNO” di Don Primo Mazzolari

Mi impegno: io e non gli altri,
né chi sta in alto, né chi sta in basso,
né chi crede, né chi non crede.

Mi impegno: senza pretendere che altri
s’impegnino con noi o per loro conto,
come me o in altro modo.

Mi impegno: senza giudicare chi non s’impegna,
senza accusare chi non s’impegna,
senza condannare chi non s’impegna,
senza cercare perché non s’impegna,
senza disimpegnarci perché altri non s’impegnano.

Mi impegno perché non potrei non impegnarmi.

C’è qualcuno o qualche cosa in noi
-un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia-
più forte di me stesso.

Mi impegno: di portare un destino eterno nel tempo,
di sentirmi responsabile di tutto e di tutti,
di avviarmi, sia pure attraverso mille erramenti,
verso l’amore, che ha diffuso un sorriso di poesia
sopra ogni creatura.

Dal fiore al bimbo,
dalla stella alla fanciulla,
che ci fa pensosi davanti a una culla
e in attesa davanti a una bara.


MI INTERESSA
di perdermi per qualcosa o per qualcuno
che rimarrà anche dopo che io sarò passato
e che costituisce la ragione
e il senso del mio esistere.

 

di Elisabetta Strada   (elisabettastradaxpisapia.over-blog.it)

Futuro
Premio Furla
La decima edizione per la prima volta a Milano
immagine

MILANO – Presentata oggi a Palazzo Reale la decima edizione del Premio Furla, il premio biennale per l’arte contemporanea dedicato ai giovani artisti emergenti italiani. Madrina del Premio è Vanessa Beecroft, che, oltre ad aver ideato il titolo "The Nude Prize" e l’immagine guida del Premio Furla 2015, presiede la giuria internazionale che ha decretato il vincitore. 

L’edizione 2015 è caratterizzata da un’importante novità: il Premio, organizzato e promosso da Fondazione Furla, si trasferisce da quest’anno a Milano in partnership con il Comune di Milano - Cultura e Palazzo Reale, in collaborazione con Fondazione Querini Stampalia, Venezia, Camera Nazionale della Moda Italiana, miart e Viafarini, Milano. 

"Milano è orgogliosa di poter annunciare questa nuova partnership, realizzata con una delle realtà più attente alla valorizzazione della creatività e alla promozione delle nuove generazioni nell'ambito dell'arte contemporanea – ha commentato l'assessore alla cultura Filippo Del Corno - Il Comune condivide con il Premio Furla i valori della formazione e dello scambio tra esperienze artistiche e professionali diverse, un ulteriore esempio di come pubblico e privato possono lavorare insieme per la città." 
"La decima edizione del Premio Furla è un traguardo importante, che testimonia l'impegno e la passione che in questi quindici anni la Fondazione Furla e Furla S.p.A. hanno profuso a sostegno degli artisti emergenti in Italia – ha sottolineato Giovanna Furlanetto, Presidente di Fondazione Furla e Furla S.p.A. –  

La scelta di portare il Premio a Milano, da sempre capitale della creatività contemporanea, corrisponde alla volontà di continuare a investire sulla crescita di questo progetto, rendendolo un appuntamento sempre più internazionale e un punto di riferimento imprescindibile nel percorso delle nuove generazioni di artisti e curatori. Siamo quindi felici di avviare una collaborazione con il Comune di Milano e Palazzo Reale, interlocutori preziosi con cui condividiamo l'impegno al sostegno dei giovani artisti con l'obiettivo di valorizzarne capacità, idee e visioni." 

Ideato e curato da Chiara Bertola, il Premio Furla è nato nel 2000 a Venezia alla Fondazione Querini Stampalia e nell’arco di quindici anni è cresciuto e si è rinnovato fino a consolidare la sua reputazione di premio italiano di eccellenza a sostegno dei giovani artisti contemporanei, grazie a un format che da sempre prevede un attento monitoraggio del panorama artistico nazionale e che punta sulla formazione e sulla produzione di nuovi lavori da parte degli artisti selezionati. 


Dal 2009, in particolare, la selezione dei cinque artisti finalisti è affidata a cinque giovani curatori italiani in coppia con un guest curator straniero di fama internazionale, chiamati a compiere un vero e proprio “viaggio di ricognizione” nell’arte italiana emergente, valorizzando così una dinamica di scambio e confronto tra esperienze professionali diverse. 
Il vincitore del Premio Furla 2015 prenderà parte alla mostra retrospettiva dedicata al Premio Furla che si svolgerà a marzo 2015 nelle sale dell’Appartamento di Riserva di Palazzo Reale a Milano e che ripercorrerà, attraverso le opere degli artisti che hanno vinto le dieci edizioni del Furla, la storia e l’evoluzione del Premio dal 2000 a oggi.  

Il vincitore inoltre avrà la possibilità di realizzare l’opera proposta come progetto, interamente prodotta dalla Fondazione Furla. Il lavoro realizzato sarà presentato in anteprima alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia a maggio 2015, in concomitanza con la 56. Biennale di Arti Visive. 
Prima della presentazione veneziana, il vincitore avrà un altro importante momento di visibilità in occasione di miart, la Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Milano che si svolgerà dal 9 al 12 aprile 2015: durante la fiera, infatti, Fondazione Furla presenterà l’artista e il progetto premiato e curerà un ciclo di talk dedicati a vari temi della contemporaneità. 


Come ogni anno, il vincitore del Premio Furla avrà inoltre l’opportunità di studiare e lavorare all’estero, grazie alla partecipazione a un progetto di residenza d’artista della durata di tre mesi, che per questa edizione si svolgerà in Messico . La gestione della residenza è affidata anche quest’anno a Viafarini, centro di documentazione sull’arte contemporanea che, dalla quinta edizione, raccoglie l’archivio generale del Premio Furla e che collabora all’ospitalità dei curatori stranieri grazie al programma di residenza milanese VIR Viafarini-in-residence. 

Vanessa Beecroft, in qualità di madrina, accompagnerà tutte le fasi del Premio Furla 2015 con iltitolo e l’immagine grafica creati appositamente, così come avevano fatto prima di lei nelle passate edizioni Jimmie Durham (2013), Christian Boltanski (2011), Marina Abramovic (2009), Mona Hatoum (2007), Kiki Smith (2005), Michelangelo Pistoletto (2003), Lothar Baumgarten (2002), Ilya Kabakov (2001) e Joseph Kosuth (2000). 


Il titolo The Nude Prize (Il Premio Nudo) – ideato in collaborazione con il gallerista Jeffrey Deitch– propone una riflessione sulla sfida che un artista intraprende partecipando a un premio, dovendosi mettere a nudo di fronte al giudizio degli altri. The Nude Prize rimanda anche a uno dei temi fondamentali della storia dell’arte e del lavoro di Vanessa Beecroft, il nudo, ripreso in chiave contemporanea come occasione per indagare l’identità e la profondità dell’animo umano. “Il nudo è uno dei motivi classici dell'arte, che risale al mondo antico – sottolinea Jeffrey Deitch – e Vanessa Beecroft ha mostrato come questo motivo tradizionale può essere reinventato da una prospettiva contemporanea. L'arte più convincente celebra e contemporaneamente sovverte la tradizione artistica 


Le coppie di curatori selezionatori del Premio Furla 2015 sono:      

  •  Viviana Checchia (Curatrice YAYA2014, Ramallah e co-fondatrice e curatrice di Vessel, Bari) eTara McDowell (USA/Australia, Associate Professor e Director of Curatorial Practice, Monash University, Melbourne); 
-    
  •  Alessandro Facente (critico e curatore indipendente) e Chelsea Haines (USA, curatore indipendente); 
-      
  •  Simone Frangi (direttore artistico Viafarini DOCVA, Milano, e Professore di Teoria dell'Arte Contemporanea all'Ecole Supérieure d'Art e de Design de Grenoble) e Virginie Bobin (Francia, critico e curatore indipendente); 
-      
  •  Antonello Tolve (critico e curatore indipendente) e Branka Bencic (Croazia, curatore indipendente); 
-        
  •  Chiara Vecchiarelli (critico e curatore indipendente) e Sofia Hernandez Chong Cuy(Messico/USA, Curator, Contemporary Art, Colección Patricia Phelps de Cisneros, New York). 

I cinque artisti finalisti selezionati per il Premio Furla 2015 sono: 
-       

  •  Luigi Coppola (1972), selezionato da Viviana Checchia e Tara MecDowell; 
-        
  •  Maria Adele Del Vecchio (Caserta, 1976), selezionata da Antonello Tolve e Branka Bencic; 
-        
  •  Francesco Fonassi (Brescia, 1986) selezionato da Chiara Vecchiarelli e Sofia Hernandez Chong Cuy; 
-      
  •  Maria Iorio (Napoli, 1975) e Raphael Cuomo (Svizzera, 1977), selezionati da Simone Frangi e Virginie Bobin; 
-      
  •  Gian Maria Tosatti (Roma, 1980), selezionato da Alessandro Facente e Chelsea Haines.

 

I finalisti sono stati chiamati a presentare un progetto inedito sulla base del quale la giuria internazionale ha scelto il vincitore. 

La giuria internazionale del Premio Furla 2015 è composta da: 
-        

  • Teresa Gleadowe, Presidente, Nottingham Contemporary, Nottingham (Gran Bretagna) 
-      
  •  Barbara Hernandez, Direttore, SOMA (Messico) 
-      
  •  Alya Sebti, Direttore Artistico, Quinta Biennale di Marrakech (Marocco) 
-        
  •  Benno Tempel, Direttore, Foundation Gemeentemuseum Den Haag, The Hague (Paesi Bassi). 
  •  



La giuria è presieduta da Vanessa Beecroft, artista madrina di questa decima edizione del Premio. 
 

Partecipazione
immagine

MILANO - Dopo l' Europa dei popoli e l'Europa della moneta unica occorre ritrovare uno spirito ed un'anima perchè l'Unione Europea torni ad incarnare il sogno di pace e prosperità come è stato nei primi cinquanta anni della sua storia.

La civiltà europea è stata caratterizzata dalle città, che hanno preceduto la nascita della Nazione di un millennio: è proprio dalla spinta delle città, luoghi dell'innovazione e dello sviluppo, che l' Europa può ripartire. Si tratta di una consapevolezza che non è nostra, ma che tra i nostri partner è già consolidata: già dal prossimo settembre una quota consistente dei famosi " fondi europei" saranno accessibili alle città metropolitane senza l'intermediazione delle Regioni o dei Governi nazionali.

Milano e la nascente città metropolitana hanno una grande occasione.

Cominciamo a parlarne al convegno "Europa delle città" che si terrà mercoledì 21 Maggio, ore 18.00, presso il palazzo delle Stelline in C.so Magenta 61, Milano.

Nel corso della manifestazione interverrà il Sindaco Giuliano Pisapia.

di Franco D'Alfonso

Territorio
immagine

MILANO -Caro Schiavi, ho riflettuto a lungo sul Suo importante articolo di domenica 18 maggio dal titolo: “Milano rilanci l’Italia migliore. Così si può salvare Expo”. Insieme, per evidente connessione, ho riflettuto sull’intervento, dello stesso giorno, di Mons. Mario Delpini dal titolo: “Lasciate che io faccia l’elogio dei milanesi”.

Premetto che, come ho già scritto, non ho dubbi sul fatto che l’Expo può e deve andare avanti e che la città deve stringere le fila e impegnarsi per questo importante obiettivo. Ma, deve farlo con serietà e realismo, senza cadere nella demoralizzazione da un lato (che pur sarebbe, per tanti versi, giustificata), ma anche senza eccedere nelle iperbole tipo quelle del sindaco Pisapia, che è passato da uno stadio di quasi assenteismo ed apatia ad uno stadio di pericolosa eccitazione (“Se Milano vince con Expo, sarà l’Italia a uscire da una situazione difficile”; “Voglio volare ancora più alto e pensare che Expo 2015 diventerà una pietra miliare per il futuro del pianeta”).

Sono anche convinto che, se non avvengono nuove complicazioni, la città ce la farà. Farcela non vuol solo dire che, al momento programmato, i padiglioni prefabbricati, a cura dei singoli paesi partecipanti, saranno al loro posto, che il Palazzo Italia sarà completato a tempo (attenzione! questa è la scommessa più difficile!), che l’intasamento di persone e cose, sia nella fase dell’allestimento che nel corso dell’Expo, sarà affrontato e gestito con competenza, che il contenuto dell’Expo produrrà almeno parte dei frutti conoscitivi e relazionali che ci si aspetta, che l’evento sarà seguito con entusiasmo dalla maggioranza della città, che le infrastrutture utili alla città metropolitana che, è ormai sicuro, non saranno completate in tempo, proseguiranno anche dopo la chiusura dell’Expo e non verranno abbandonate per strada, che il tema del Dopo Expo, o “Legacy dell’Expo” come si dice nei documenti ufficiali, prenderà consistenza in modo serio e costruttivo e non verrà trattato con la leggerezza sino ad ora mostrata, e non darà l’esca a dannose illusioni sul valore delle aree e sulla edificabilità (e vendibilità) delle stesse.

Chiarito questo, io non voglio qui parlare dell’Expo ma di Milano, della sua possibile reazione alla “mazzata tremenda”, come Lei giustamente la chiama, al rilancio dello spirito di Milano come Lei e altri da Lei intervistati, evocano. Ci avevamo provato, come Lei ricorda, nel 2010, con il Manifesto di Milano, stimolato dai generosi e genuini contributi del cardinale Tettamanzi, e con “Allarme Milano – Speranza Milano” che voleva sottolineare, come già aveva detto il cardinale Tettamanzi, che Milano, nel male e nel bene, ha una responsabilità particolare nei confronti di tutto il Paese.

E’ giusto rievocare quella breve stagione di impegno e di tensione perché, fu una tensione positiva e, allora, qualche risultato fu ottenuto. Ma non è più sufficiente. Oggi quegli appelli non sono più credibili, se non passano attraverso una riflessione seria e severa sul perché quello slancio si spense, sul perché siamo ripiombati nel letame, perché a livello di Comune le speranze che avevano portato alla discontinuità rappresentata dall’operazione Pisapia, sono state, in parte, deluse, perché in Regione la discontinuità non è passata, anzi si è votato il candidato che aveva teorizzato la continuità (e solo ora, tardivamente, pressato dagli eventi, il presidente Maroni sta cercando qualche sortita in questo senso), perché Infrastrutture Lombarde (che è l’epicentro politico della corruzione istituzionalizzata; altro che poche mele marce!) ha continuato a gestire un potere economico enorme e privo di ogni controllo), perché la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste l’ultima trincea che cerca di impedire che la città, od almeno parti rilevanti della stessa, affondi nel fango, perché la cupa ed antica alleanza di fatto tra le componenti affaristiche di CL e le Cooperative di sinistra non è stata affrontata sul piano politico e istituzionale, perché è stato impedito ad Expo di affidare la direzione dei lavori ad un “general contractor” professionale e internazionale (come è stato fatto per le Olimpiadi di Londra e come si farebbe in qualunque città civile) e si impose l’utilizzo di Infrastrutture Lombarde, perché la società Arexpo ed il suo consiglio di amministrazione si distinguono, in una fase così delicata per la società e per l’intero progetto, per un agghiacciante silenzio?

Il Manifesto 2014 non può essere quello del 2010, anzi non vi può essere nessun Manifesto e nessun “Expo Pride” se non si passa attraverso queste cruciali domande. Sarà la verità a salvarci e non l’”Expo Pride”, o i tre o quattro o mille giorni di eventi, o gli scenari paesani che sono stati montati a piazza Castello (che Lei giustamente chiama “suck pedonale”) o il demoralizzante boschetto con annesso orto di guerra in Piazza Duomo, né altri espedienti che possano suggerire gli uffici o i consulenti di comunicazione. Francamente penso che l’itinerario dal suck della Centrale, all’orto e boschetto in Piazza Duomo al suck di Piazza Castello dovrebbe essere proibito almeno ai minori, oppure essere genialmente presentato come una lezione su come non si deve fare in una aspirante metropoli moderna.

Tutto ciò premesso vorrei contribuire a questa riflessione di fondo.

Lo farò prendendo le mosse dall’”Elogio dei milanesi” di monsignor Mario Delpini. Mi è piaciuto molto questo Elogio, scritto così bene, alla maniera degli antichi elogi, sentito, convincente. Esso mi ha fatto pensare all’”Elogio di Milano per i suoi abitanti” scritto da frate Bonvesin de la Riva, nel 1288 nel suo “De Magnalibus Mediolani”, il più bel libro mai scritto su Milano e il suo contado[1].

Ecco l’elogio dei milanesi di Bonvesin de la Riva: “I nativi di Milano di ambo i sessi sono di giusta statura; hanno aspetto sorridente e piuttosto benevolo; non ingannano; non usano malizia con i forestieri, così che sono distinguibili anche più degli altri dalle restanti popolazioni. Vivono con decoro, ordine, larghezza, dignità, indossano vesti onorevoli; dovunque si trovino, in patria e fuori, sono piuttosto liberi nello spendere, onorano e fanno onore, e sono urbani nel loro modo di comportarsi e di vivere. Come il loro idioma, tra le diverse lingue, si parla e si capisce più facilmente di ogni altro, così essi stessi, tra qualsiasi gente, sono riconoscibili dal solo loro aspetto. Sono religiosi più di tutti gli altri, a qualunque patria appartengano… fuori dalla loro patria più probabilmente… Non sono dunque, tra tutte le genti, i più degni di stima?”

Ma Bonvesin, sempre e solo legato ai fatti e così cauto nell’esprimere giudizi, questa volta non riesce a evitare di porsi una domanda cruciale:

“A questo punto qualcuno mi obietterà: “Perché colmi di tante lodi Milano per i costumi dei suoi abitanti? Non sono forse noti a tutti i loro odi e tradimenti reciproci, le loro discordie civili, le loro crudeli distruzioni? Dunque tu non parli a proposito”. Magari un altro obietterà ancora: “Perché, se hanno le qualità che tu decanti, la loro bontà non mette un freno a tanta malvagità?”

E la sua risposta è breve ma incisiva e ci lascia un’ipotesi di fondo su cui riflettere: “Perché la potenza temporale tocca più spesso ai corrotti, e i figli delle tenebre, nella loro iniquità, operano spesso con più passione e cautela che i figli della luce nelle loro opere. Questo lo lascio a voi: io continuerò a trattare quello che mi sono proposto”.

Perché dunque ancora una volta i figli delle tenebre hanno prevalso sui figli della luce? Perché gli imprenditori, ancora una volta, corrompono e continuano a chiamarsi imprenditori, infangando questa antica e bellissima parola? Perché i tecnici svendono la loro competenza e professionalità ai figli delle tenebre per denaro o per vantaggi di carriera e continuiamo a chiamarli professionisti e costruttori? Perché continuiamo a tollerare che cricche affaristiche si nascondano dietro al nome santo di Cristo o al nome nobile della cooperazione? Perché accettiamo che dei figli delle tenebre creino delle strutture pensate per violentare il mercato e la concorrenza e continuiamo a chiamarli politici, cioè persone che dovrebbero lavorare per la polis mentre sappiamo che lavorano solo per se stessi o per il loro ente di affiliazione?

Stavo riflettendo su queste domande cruciali, quando mi è capitato di leggere uno scritto di Tommaso Padoa Schioppa che non solo è, a mio giudizio, uno degli scritti più profondi dello stesso, ma è illuminante sul tema dei rapporti tra Milano, Stato, imprenditoria ed, insieme è un atto d’amore per la città. Si tratta di una lettera scritta ad un amico che opera nell’ambito di IDOM, Associazione Impresa Domani, e che doveva, per volontà di Padoa Schioppa, restare riservata. Il destinatario ha invece deciso, molto opportunamente, di renderla pubblica, inserendola integralmente in un libro di ricerca e documentazione, sul rapporto, nel tempo lungo, di Milano con lo Stato (Franco Continolo, “Milano clef d’Italie”. Il rapporto di Milano con lo Stato”, Edizioni Lampi di stampa, 2012).

Le motivazioni della deroga al desiderio di Tommaso Padoa Schioppa sono, illustrate da Franco Continolo stesso con queste convincenti parole:

“Innanzitutto desidero chiarire il perché della decisione di pubblicare questa lettera, vista la volontà dell’autore di tenerla riservata: la prima motivazione è che non si tratta di un episodio casuale, di un’improvvisazione. In altre parole, il ruolo di Milano – perché questa città abbia contribuito ad aggravare, anziché guarire, i mali italiani – è stato oggetto della riflessione di Padoa-Schioppa sin dai tempi dell’università. Se ne può trovare traccia in articoli apparsi sul Corriere della Sera, e negli occasionali interventi alla Bocconi, ateneo che lui auspicava orientato a preparare anche la classe dirigente dello Stato. Ma la prova migliore è la completezza del quadro dei fattori civili e politici che hanno contribuito all’indebolimento dello Stato. La seconda è che, sebbene scritta per un gruppo ristretto, e per promuovere una ricerca più che per proporre delle soluzioni, la lettera, per la chiarezza e per la ricchezza degli argomenti è degna di essere posta accanto ai suoi lavori più elaborati, pensati per la pubblicazione. Il lettore non potrà che trarne beneficio”.

La lettera è del 6 settembre 2009 ed il suo testo integrale è il seguente (le sottolineature sono mie):

Caro Franco, mi hai chiesto quale tema IDOM potrebbe scegliere per il suo lavoro nell’anno o biennio a venire e mi hai detto di aver pensato al 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Ti espongo le ragioni per cui, a mio giudizio, IDOM, proprio per la sua composizione, potrebbe essere una sede ideale, particolarmente adatta (anzi, direi quasi moralmente tenuta, proprio in nome del suo impegno civile) a lavorare sul tema del 150°. Che anniversario si celebra. Bisogna innanzi tutto individuare correttamente l’anniversario che sarà celebrato; finora il dibattito pubblico ha del tutto mancato di farlo. Nel 2011 si celebrerà non la nascita della nazione italiana, bensì la fondazione dello Stato italiano. La nazione italiana esiste dal medioevo, precede addirittura il formarsi della nazione tedesca, francese, spagnola, britannica. La lingua parlata oggi in Italia assomiglia a quella di Dante come nessuna lingua europea assomiglia al suo progenitore del XIII o XIV secolo. E ha secoli di storia non solo la nazione, ma anche la coscienza di essa da parte degli spiriti più illuminati: basta rileggere Dante, Petrarca, poi Machiavelli. La peculiarità della storia italiana non è la nascita recente della nazione, è la combinazione di una nazione precoce e di uno Stato tardivo; è il fatto che per tanti secoli si sia avuta l’una senza l’altro e che l’assenza dello Stato unitario non abbia impedito la presenza della nazione. Finalmente, nell’Ottocento, lo Stato italiano nasce e nel 2011 è dunque di questo che si deve parlare. Tanto più che c’è molto, molto su cui riflettere e c’è urgenza di una riflessione responsabile, soprattutto a Milano e in Lombardia. Tutte le celebrazioni del 150° dovrebbero ruotare, a mio giudizio, intorno a un solo tema: lo stato dello Stato italiano. È questo – oggi, ma in realtà da tempo – l’organo malato dell’Italia, quello la cui patologia sta facendo deperire l’intero corpo sociale, l’economia, la terra e le acque, la cultura, la scienza, il rapporto con la sfera religiosa. Non è un’esagerazione affermare che dei 150 anni trascorsi dal 1861 forse la metà sono stati consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una vera opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi decenni e ancor più negli anni più recenti. È una dura affermazione che potrebbe essere documentata in modo specifico proprio all’avvicinarsi del 2011 al fine di contribuire a un riscatto. Sono ormai gravemente minacciati la democrazia, principi fondamentali dello stato di diritto, la preservazione del patrimonio artistico, l’ambiente naturale, il fatto stesso di essere uno Stato unitario.Ritengo che un gruppo di imprenditori milanesi animati dall’impegno civile sia nella posizione ideale (per) sviluppare una riflessione originale sullo ‘stato dello Stato’, e così per celebrare il 150° in modo costruttivo e non retorico. Ne sono convinto perché un tale gruppo assomma in sé due componenti della società italiana che hanno contribuito non poco, soprattutto nei recenti decenni, all’indebolimento dello Stato: la componente imprenditoriale e quella lombarda. Vi hanno contribuito per il fatto di considerare se stesse sempre quasi esterne allo Stato, non responsabili del suo degrado, fino a volersene, in diversi modi, ‘chiamare fuori’. Ammetto che questo giudizio non rende giustizia ai tanti imprenditori e ai tanti lombardi che anche negli anni recenti, hanno dato forza e dignità alla funzione dello Stato: basti pensare a Tommaso Gallarati Scotti e ad Alberto Pirelli, a Cesare Merzagora, Paolo Baffi, Giorgio Ambrosoli. E tuttavia quel giudizio ha un fondamento e dovrebbero soffrirne proprio coloro che, a buon diritto, non si riconoscono in esso. Imprenditori. Agli imprenditori si deve l’iniziativa, l’energia, l’inventiva che – soprattutto nel dopoguerra – ci hanno fatto crescere economicamente, uscire dalla povertà e colmare un ritardo di generazioni. Ma non si può dire che essi abbiano anche contribuito (con l’esempio in primo luogo) a promuovere lo spirito civico, il senso dello Stato e un rapporto sano tra Stato e società. È stata insufficiente la consapevolezza che chi guida l’impresa ha – in ragione delle proprie capacità e della propria ricchezza – responsabilità pubbliche particolari; che l’impresa, quando raggiunga certe dimensioni, diviene istituzione essa stessa, cioè una struttura che trascende l’orizzonte di chi la guida o la possiede in un particolare momento; che come tale è pubblica anche quando la sua proprietà è privata. La classe imprenditoriale è stata autrice del miracolo italiano, ma nello stesso tempo ha lasciato che nel suo corpo prosperassero le cellule malate dei rapporti impropri con la politica e con le amministrazioni pubbliche, dei capitali sottratti all’impresa e portati fuori dall’Italia, dell’evasione e della corruzione fiscale, della manipolazione dell’informazione economica. Da uno Stato che non soddisfa i bisogni elementari di sicurezza, legalità, istruzione, infrastrutture, difesa del suolo e dell’ambiente, l’impresa subisce un giogo che alla lunga la soffoca. Il singolo imprenditore può essere tentato di reagire semplicemente ‘arrangiandosi’: considerare lo Stato come un peso e cercare di aggirarlo con l’elusione e l’evasione, se non con la corruzione. Ma il ceto imprenditoriale nel suo complesso può difendersi da uno Stato inefficiente solo se contribuisce attivamente a riformarlo. Affinché ciò avvenga occorre che esso sviluppi appieno la coscienza del proprio ruolo e della propria forza e che percepisca lo Stato come un bisogno irrinunciabile della società intera anziché come un fardello. In altri paesi che conosco una siffatta consapevolezza è, nel ceto imprenditoriale, assai più forte che in Italia. Certo, l’impegno a migliorare lo Stato può nascere dal sentirsi debitori verso la società di appartenenza o dalla generosità che dovrebbe animare chi sta meglio; ma per suscitarlo dovrebbe bastare una visione lungimirante del proprio interesse. Milanesi. La Lombardia è la regione più ricca dell’Italia; di questa, Milano è considerata la capitale economica e si considera la capitale morale. Erano ‘milanesi’, di nascita o di adozione, alcuni degli spiriti più illuminati del Sette e Ottocento: Romagnosi e Manzoni, Casati e Cattaneo, Verdi e Rosmini. Nello stesso tempo, la Lombardia è l’unica regione della penisola che, allorché si fece l’unità d’Italia, non era da secoli sede di uno Stato indipendente. Torino, Napoli, Venezia, Firenze, Roma erano capitali, Milano no. Essere capitale significa possedere e sviluppare nel territorio circostante una cultura e una coscienza dello Stato, ospitare istituzioni politiche e amministrative, formare classi dirigenti pubbliche e – per i privati – interagire con esse.Forse per questi motivi, l’atteggiamento di Milano verso lo Stato è da tempo ambivalente: nostalgia e desiderio di Stato, ma anche senso di estraneità e visione immatura della sua funzione. L’impegno civico si è rivolto più alle istituzioni municipali o regionali che a quelle nazionali. L’insofferenza per le carenze dello Stato, per l’inefficienza della sua amministrazione, si è tradotta non in impegno riformatore, ma in ostilità allo Stato stesso o addirittura nell’idea semplicistica che ‘se al volante ci fossimo noi’ (noi milanesi, noi imprenditori) la macchina dello Stato allora sì che funzionerebbe. Per il vero, le tre ‘marce su Roma’ partite da Milano nel secolo passato per mettere un leader politico ‘decisionista’ alla guida del Paese hanno avuto effetti piuttosto distruttivi che costruttivi per lo Stato. L’affermarsi del federalismo come tema di dibattito nazionale e la sua iscrizione nel programma di riforme della Repubblica sono stati finora una grande occasione mancata per le élites del Nord. Il federalismo era per la classe dirigente e imprenditoriale milanese una via naturale per assumere la guida di un’azione di riforma e rafforzamento dello Stato e della nazione, e per esercitare una responsabilità nazionale. Poteva rianimare la grande tradizione di Carlo Cattaneo, saldarsi col disegno di una federazione europea, trasformarsi in un vero progetto di riforma dello Stato nazionale, promuovere un impegno delle classi dirigenti meridionali coerente con gli ingenti trasferimenti dal Nord di risorse operati dalla politica meridionalistica. Invece, il federalismo è divenuto la parola d’ordine di una formazione politica abile ma rozza, che fa appello senza alcuno scrupolo, incoraggiandoli, agli atteggiamenti, anti-Stato, anti-nazione, xenofobi, tribali della parte più incolta di alcune regioni del Nord, particolarmente quelle prive di storia e tradizione di tipo statuale. Le patologie dell’Italia come Stato e l’atteggiamento verso lo Stato della sua città più ricca, più evoluta e più aperta internazionalmente, sono due fenomeni complementari. Le influenze negative sono andate nei due sensi e invece di correggersi vicendevolmente si sono purtroppo rafforzate l’una con l’altra. È perciò del tutto impensabile che lo Stato italiano possa guarire dei suoi mali senza il contributo determinante di Milano. “IDOM 2011”. Il 150° si celebrerà in un momento tra i più bui della storia dell’ancor giovane Stato italiano. Se si vuole arrestare la caduta e salvare l’Italia dalla disgregazione, ogni ceto, ogni regione, ognuna delle componenti di una società nazionale pur ricca di grandissima vitalità e varietà di componenti, deve fare il suo esame di coscienza. L’assenza dello Stato non ha impedito la vita della nazione, forse anzi l’ha favorita e purificata. Ma oggi la degenerazione dello Stato rischia di travolgere insieme l’unità politica e quella culturale dell’Italia. Ecco i motivi per cui la tua idea merita di essere perseguita. La eventuale preoccupazione che sul tema dello Stato imprenditori milanesi ‘avrebbero poco da dire’ non mi sembra fondata. Proprio come imprenditori e come milanesi essi sono osservatori, utenti, vittime, corresponsabili, di uno Stato che funziona male. Un lavoro di indagine, testimonianza, documentazione, proposta, potrebbe essere organizzato e compiuto attingendo innanzi tutto all’esperienza vissuta dalle imprese.Un progetto 2011 potrebbe essere concepito in modo più o meno ambizioso. Sarebbe da considerare l’idea che IDOM cerchi di promuovere contributi e risorse più ampie di quelle che può esprimere da sola: Università, istituzioni culturali, qualche grande impresa o banca, qualche Fondazione, un gruppo di intellettuali, il Corriere della Sera. Occorrerebbe però che un eventuale ampliamento non snaturasse l’impostazione di fondo.Non ho obiezioni a che tu faccia conoscere questa mia lettera ai membri di IDOM; ma in via riservata e con l’impegno di non ampliarne la circolazione né di renderla pubblica. Per chi, leggendo queste righe senza conoscermi, trovasse duri i miei giudizi, sottolineo che a Milano, dove sono impiantate cinque generazioni della mia famiglia, sono cresciuto e mi sono formato, anche se – in età adulta – il servizio dello Stato mi ha chiamato a Roma; le mie parole sono dettate da profondo attaccamento alla città. Un caro saluto, Tommaso”

Questa lettera di Tommaso Padoa Schioppa anticipa di 5 anni e formula in modo magistrale tutte le riflessioni che la “mazzata tremenda” delle recenti vicende dell’Expo 2015 stava suscitando in me. Questa lettera è la voce della verità; è lo specchio nel quale il ceto dirigente milanese, imprenditori e professionisti in primo luogo, devono specchiarsi.

Ho sempre amato molto l’antico motto milanese: “Milan dis e Milan fa” che per me rappresentava lo specifico di Milano, il suo carattere distintivo. Ma oggi, dopo tante disillusioni, dopo tante cadute, dopo tante nefandezze, dopo la “terribile mazzata” non è più sufficiente. Non basta più fare, bisogna sapere fare cosa, fare come, fare perché. Non basta più l’energia, la creatività, il made in Italy. Bisogna inquadrare tutto questo in un patto cittadino, in un obiettivo pubblico generale, in una rigorosa capacità di distinguere tra l’imprenditore che si fa strada con la corruzione e quello che si fa strada con il talento.

Non è vero che senza corruzione non si possa fare niente di buono. La nuova Fiera è stata costruita nell’incredibilmente breve tempo di due anni e non è stata sfiorata da ombre di corruzione. Analizziamo che cosa ha funzionato in questo caso, che non ha funzionato nell’Expo. Quali metodologie di lavoro hanno permesso la realizzazione di questo successo che non ritroviamo nell’Expo? Chi è riuscito e come a tenere lontana Infrastrutture Lombarde da questo progetto? E perché i leader di questo progetto sono stati, in buona sostanza, accantonati? Non è neppur vero che la città sia stata politicamente inerte. Con l’operazione Pisapia e con la convergenza tra forze di sinistra e borghesia responsabile la città è riuscita a dare un, in gran parte, sorprendente colpo di reni e ad allentare la morsa sulla città dell’affarismo. E nelle elezioni regionali ha sostenuto, dandogli, a livello cittadino, la maggioranza, il giovane candidato milanese che si batteva per la discontinuità e per la legalità al primo posto. Ma alla fine è passato il candidato che aveva dichiarato, esplicitamente, di muoversi in continuità con il formigonismo e che lasciava una maggiore tranquillità sotto il profilo della legalità. Ciò è avvenuto con il voto del contado e di parti importanti della Regione, ma anche perché mancò l’appoggio di importanti soggetti milanesi a partire dal Corriere sino all’Assolombarda ed altre associazioni imprenditoriali, che temevano la discontinuità ed il rigore della legalità proposte dal giovane Ambrosoli. Ma entrambe le operazioni sono, nella sostanza, fallite. Nel caso della Regione è il voto che ha bloccato il rinnovamento. Nel caso di Pisapia è stato il dopo voto, la prudenza eccessiva, la mancanza di leadership, lo svuotamento dell’alleanza tra forze di sinistra e borghesia responsabile, che aveva portato al successo elettorale. In entrambe le occasioni si era parlato di liberazione di Milano. Si intendeva con questo la liberazione dalle cosche affaristiche, dal prevalere del principio di appartenenza sul principio di professionalità, dalle tante forme di collusione che umiliano i valori propri di Milano, dal prevalere del denaro sul lavoro. Qualche cosa, in questo senso, è stato, invero, fatto. Ad esempio la barocca, costosa e indegna “governance” di A2A, vera e propria sanguisuga, è stata recentemente semplificata e ripulita (e speriamo che il nuovo consiglio completi l’opera), ma assai tardivamente e, forse, più su impulso di Brescia che di Milano. Ma nell’insieme la liberazione non c’è stata. Non c’è stata la battaglia aperta e forte contro le cosche.

E dobbiamo chiederci perché. La risposta è, in gran parte, nella profonda analisi di Tommaso Padoa Schioppa. Milano, nei suoi soggetti produttivi, professionali, culturali è portata a coltivare bene le sue cose private e le sue connessioni nelle reti internazionali, ed a lasciare che lo Stato vada in malora. Questa relazione non può continuare così. Chi guida le imprese, ma anche chi esercita professioni e attività culturali e di comunicazione “ha, in ragione della propria capacità e della propria ricchezza, responsabilità pubbliche particolari”. E’ ancora insufficiente la consapevolezza “che l’impresa, quando raggiunge certe dimensioni, diviene istituzioni essa stessa, cioè una struttura che trascende l’orizzonte di chi la guida e la possiede in un particolare momento; che come tale è pubblica anche quando la sua proprietà è privata”. Ciò che è mancato e che manca è quello che Drucker insegnava alcuni decenni fa: in una società pluralistica il bene comune non può essere dettato da uno degli enti che compongono la società, né può scaturire dal presunto equilibrio delle varie posizioni che, nel migliore dei casi, porta all’immobilismo, ma deve scaturire dal fatto che ogni ente inserisca nel suo paradigma e, quindi, nel suo agire, la componente bene comune. La corruzione come sistema non deriva solo da politici corrotti che creano meccanismi di corruzione a ciò finalizzati, ma dall’assenza o debolezza della categoria del bene comune in ognuno di noi e degli enti che compongono la nostra società pluralista, dal modo in cui siamo imprenditori, professionisti, docenti, giornalisti, sacerdoti. In fondo deriva dalla riflessione che ci lasciò Bonvesin de la Riva “Questa la lascio a voi”: “Perché se hanno le qualità che tu decanti la loro bontà non mette freno a tanta malvagità? Rispondo: perché la potenza temporale tocca più spesso ai corrotti, e i figli delle tenebre, nella loro iniquità, operano spesso con più passione e cautela che i figli della luce nelle loro opere”.

La partita è ovviamente generale e nazionale e chiamare Milano a questa responsabilità è una sfida forse esagerata. Ma se non lo farà Milano, non lo farà nessun altro. Milano ha più responsabilità degli altri come diceva il cardinale Tettamanzi. E’ venuto il momento che Milano, o meglio la sua classe dirigente, faccia i conti seriamente con questa problematica, introduca nel suo paradigma il bene comune, riveda, alla radice, il suo rapporto con lo Stato nelle sue articolazioni locali e centrali. Secondo le indicazioni della profonda riflessione di Tommaso Padoa Schioppa e nel suo proprio interesse. Allora e solo allora l’Expo e il dopo Expo saranno un successo.

Con vive cordialità ed auguri di buon lavoro per Milano.

Marco Vitale



Milano, 23 maggio 2014

PS: Considero questa lettera una sorta di lettera aperta suscitata dal Suo articolo del 18 maggio e poiché non potrà essere pubblicata dal Corriere sia per la sua lunghezza che per altri motivi, la farò circolare attraverso i miei canali di comunicazione.

[1] Bonvesin de la Riva aveva chiarissima l’idea che la forza di Milano fosse indissolubilmente legata al suo contado, cioè aveva chiarissimo il concetto di città metropolitana: “ nel contado vi sono località amene, deliziose e cinquanta borghi fiorenti, tra i quali Monza, che dista dieci miglia da Milano ed è più degna di essere chiamata col nome di città che di borgo”.
 

Eventi
immagine

MILANO - Milano, nei prossimi giorni, sarà la capitale europea dello spettacolo urbano. Sbarca, per la prima volta in città, ‘Open Street’, vetrina internazionale dell’arte di strada. 
Dal 9 al 12 ottobre più di 100 spettacoli, messi in scena da 20 compagnie di 9 diverse nazionalità selezionate dai direttori dei più importanti festival europei e 30 compagnie accreditate di 14 Paesi differenti composte da validi professionisti dello spettacolo urbano. Un mix strabiliante di culture e di show dall’elevata qualità artistica che riempirà di magia l’asse piazza Duomo-parco Sempione dalle 17 alle 24. 
Tre street band itineranti faranno da contorno alla più grande vetrina continentale dell’arte di strada, cui si aggiungeranno le 40 esibizioni al giorno, su 10 postazioni - da piazza Mercanti al Castello - degli artisti selezionati per la piattaforma milanese di Strad@aperta (il servizio per la gestione della turnazione delle libere espressioni dell’arte di strada nelle città). 


“Fino al 2011 a Milano esibirsi in strada era vietato, ostacolato, sanzionato non regolamentato - dichiara l’assessora al Tempo libero, Benessere e Qualità della Vita Chiara Bisconti – oggi ogni giorno decine di artisti si esibiscono liberamente potendo contare su una piattaforma di prenotazione online aperta a tutti. In due anni Milano è diventata una delle capitali dell’arte di strada e questa vetrina internazionale è il miglior riconoscimento al lavoro svolto da chi ha creduto in questa trasformazione. È un esordio assoluto per Milano, un grande onore per noi e una splendida occasione di svago per cittadine e cittadini”. 
"Il Castello Sforzesco si trasformerà dal 9 al 12 ottobre in un palcoscenico a cielo aperto per moltissimi artisti provenienti da tutto il mondo diventando il cuore di Open Street, una manifestazione che coinvolgerà diversi luoghi della città accogliendo le più varie espressioni artistiche, dalla musica al teatro, con un approccio il più aperto ed inclusivo possibile” ha dichiarato l'assessore alla Cultura Filippo Del Corno. 


Ogni giorno, oltre agli show in programma – da vivere in 7 postazioni differenti con un unico biglietto – c’è un appuntamento speciale, che permetterà al pubblico di conoscere da vicino importanti performers. 
Si tratta di Open Street Forum che, dalle 16, nel Cortile della Rocchetta vedrà gli spettatori alla scoperta delle vite straordinarie degli artisti della Banda Osiris (il 10 ottobre), di Parada (11 ottobre) e di Leo Bassi (12 ottobre). 

Tutto il programma è su www.openstreet.it 

La manifestazione accoglie anche le eccellenze dello street food. Si potranno assaporare on the road i piatti di “Mangiari di Strada”, in cui lo street-chef Giuseppe Zen e il suo staff propongono una miriade di menu che nascono da prodotti e materie prime biologiche e dai più disparati angoli dello Stivale.

Un viaggio nel gusto e nella ricerca delle tradizioni culinarie, quelle che sono più a contatto con il vissuto e con la storia delle diverse culture gastronomiche. A impreziosire il cibo di strada di Open Street, il birrificio piemontese Baladin, nato dall’intraprendenza dell’artista-birraio Teo Musso. 



Agli spettacoli si aggiungono ogni giorno, a partire dalle 16 nell’area Castello aperta a tutto il pubblico, incontri e dibattiti con grandi personaggi del mondo della cultura. 

Da segnalare la presenza della Banda Osiris, Parada (un’associazione di volontariato nata nel 2006 dall’evoluzione della campagna “Un naso rosso contro l’indifferenza”, a sostegno dei bimbi che vivono in strada a Bucarest) e la straordinaria presenza dello spagnolo Leo Bassi, conosciuto nel mondo per i suoi stravaganti spettacoli teatrali ed azioni provocatorie, dallo spirito irriverente e cosmopolita. 



Tanti, inoltre, gli appuntamenti all'Expo Gate. Da giovedì a domenica – dalle 10 alle 20 – c’è l’installazione di macchine-gioco “Suoni in Gioco”, in spazio Sforza. In piazza Expo Gate, da non perdere il 3D street painting. Solo sabato 11 ottobre, alle 16, c’è la performance di pattinaggio creativo per la campagna di raccolta fondi Nastro Rosa 2014 di LILT. 
Tutti gli incontri, le installazioni, le mostre e gli eventi sono gratuiti. Per gli spettacoli con posti a sedere (200 posti da prenotare, più altri liberi da prenotazione) è necessario il biglietto d’ingresso (giornaliero 10 euro a persona - tessera per 4 giorni 25 euro, che permette di partecipare agli oltre 100 show in programma. Ci sono inoltre sconti per bambini e under 30).

In caso di pioggia gli spettacoli si terranno sotto 2 tensostrutture con vendita biglietti fino al limite della disponibilità dei posti. 
OPEN STREET - Vetrina Internazionale dell’Arte di Strada - è un’iniziativa promossa dal Comune di Milano e da Open Street aisbl nell’ambito di Milano Cuore d’Europa, realizzata in collaborazione con la FNAS, Federazione Nazionale Arte di Strada, Il Giorno e Disco Radio. 

Futuro
immagine

MILANO -  Chi seguendo alcune guide (tra le quali il cronista), chi in gruppo sparso, chi per proprio conto. Sta accadendo lo stesso a Londra, a Parigi, a New York, a Pechino, a grandi capitali: al bisogno delle persone che le abitano di riscoprire le radici comuni, o quello che i romani (antichi) chiamavano genius loci, lo spirito del posto, rispondono le amministrazioni, i privati, le associazioni, suggerendo una strada, un titolo, un museo. Il cronista, recentemente, ha visto con stupore centinaia di persone accalcarsi e non riuscire a entrare agli spettacoli teatrali che le compagnie diciamo minori tenevano alla Fabbrica del Vapore. Più quell’immensa distesa post-industriale che è il Carroponte a Sesto San Govanni, dove si mangia a cielo aperto, si sente musica spesso gratis e la periferia splende di luce propria. Solo vent’anni fa, non era così. Milano stava di più «al chiuso», in tutti i sensi.
Oggi, nonostante i precari, le crisi, le povertà vecchie e nuove, a Milano è tornata la voglia di respirare. E di ascoltare altri «respiri », anche quelli dei cari defunti eccellenti del Monumentale. Lo chiamano «Museo a cielo aperto», ci sono persino i camion elettrici del 1930, non inquinanti, neri, per portare i morti. E tra i giovani della scuola Paolo Grassi, tra chi legge Spoon River e chi parla di design, medicina, poesia, con il vicesindaco De Cesaris che parla di «Donne e politica», è arrivato anche il cronista: con una borsa di libri. Meglio non usare le proprie parole quando quelle dei morti bastano e avanzano. E poi l’idea era di documentare un cambiamento: è qui a Milano che la letteratura dell’Accademia, dei professori, è stata affiancata e sostituita dal linguaggio meno polveroso dei giornalisti-scrittori. Quindi, come resuscitare i giornalistiscrittori in modo sorprendente? Il cronista si è sgolato nell’umidità diaccia del piano terra del Famedio per leggere, davanti alle lapidi, alcune pagine di Giuseppe Rovani. Ai più è sconosciuto, ma raccontava come a Milano, nel 1820, a Porta Romana ci fosse una «movida» straordinaria, grazie a una slitta, che permetteva a ragazzi e ragazze di stringersi nel gioco. Poi al gruppo è stata letta «Notizia», poesia di Giovanni Raboni, che sta nella stessa parete di Renato Simoni, autore di commedie che diventò critico teatrale, e che per tutta la vita amò una donna, moglie di un amico, senza passare dal lei al tu (figuriamoci il resto). E poi, salendo di un piano, pagine di Dino Buzzati, anche per capire che cosa è un «attacco » di pezzo giornalistico. Di Indro Montanelli, per riscoprire l’onestà di dire come la si pensa senza stravolgere la realtà delle cose. E, alla fine di tutto, Giorgio Bocca, mentre racconta la spesa da un salumiere e mentre corre nella notte per un’alluvione. Ma come sottotraccia per tutti noi che eravamo là, in mezzo ai morti, sentendoci molto più vivi, un concetto che si può esprimere rubando a Bocca poche frasi: «Sentivo come vibrare sotto i piedi un ronzio da centrale elettrica, sentivo nell’aria, nei volti, nei gesti una carica irresistibile. Milano non mi piaceva, ma mi trascinava, mi possedeva, mi faceva suo con l’incalzare della vita, dichiarato, scoperto, non dissimulato come a Torino». E a volte, questo ronzio, questo vento che pulisce l’aria, riesce ancora a farsi strada dentro di noi, a farci dire: «Provaci, ce la puoi fare».

di Piero Colaprico 

La "riscoperta" del Monumentale si deve all'associazione "AMICI DEL MONUMENTALE", fortemente voluta da Carla De Bernardi e Lalla Romano presidente e vice-presidente, che si prefigge di diffondere, promuovere, sostenere e sviluppare la conoscenza storico-artistica culturale del Cimitero Monumentale di Milano.

Partecipazione
immagine

MILANO - Il percorso istitutivo della Città metropolitana di Milano è un processo di innovazione con potenzialità enormi non solo sul piano delle trasformazioni dell’architettura istituzionale ma anche su quello dello sviluppo economico e sociale.
Rappresentare una grande opportunità per :

  • Individuare un nuovo modello di sviluppo economico/territoriale coerente con la nuova centralità delle città riscontrata a livello mondiale (quella «rivoluzione metropolitana» evocata negli USA);
  • Definire la strategia di posizionamento della Città Metropolitana Milano all’interno delle «reti lunghe» europee (a questo dovrebbe servire il piano strategico metropolitano)
  • Rafforzare il un nucleo di nuova classe dirigente metropolitano milanese (politica, amministrativa, economica) legittimata a rapportarsi in modo diverso sia con il livello regionale che con il livello nazionale ed europeo
  • Mettere in atto strumenti operativi per l’integrazione politico/istituzionale e dei servizi locali di una comunità territoriale, sociale, economica e culturale che è già metropolitana
  • Rilanciare una rinnovata stagione democratica e partecipativa che parta dalla soggettività dei comuni e delle Zone della città riconfigurando un’idea e una pratica della cittadinanza attiva

Si tratta di un percorso di cui non possiamo sottovalutare la complessità come è noto infatti i la legge 56/2014:
- trasferisce alla Città metropolitana le funzioni delle Province così come riformate
- attribuisce nuove e funzioni fondamentali,
- contempla la possibilità, prevista dallo Statuto e regolata attraverso convenzioni, di ulteriori meccanismi di redistribuzione delle funzioni tra i diversi livelli istituzionali (dalla Città metropolitana verso i Comuni o le loro forme associative e viceversa), prevedendone il conferimento anche in forma territorialmente differenziata
- prevede la possibilità da parte dello stato e delle regioni di delegare alls città metropolitana ulteriori funzioni
- chiama in causa la necessità di rivedere la legislazione regionale e, per alcuni aspetti, di completare il percorso attuativo e legislativo di competenza statale.

Per attuare questo percorso dunque occorrerà non solo definire attraverso lo statuto le modalità di esercizio dei poteri amministrativi direttamente attribuiti dalla legge ma anche individuare e sperimentare nuove forme e modalità attraverso cui realizzare un modello di “governo per accordi”, tra una molteplicità di attori posizionati alle diverse scale, avente per oggettola condivisione delle decisioni su un ampia varietà di temi e progetti
Dietro a un processo del quale si mostra prevalentemente il lato ingegneristico/ istituzionale si cela in realtà un processo politico culturale che chiama in causa soggetti e livelli istituzionali numerosi e differenziati: i sindaci, le giunte e i consigli comunali, la giunta e il consiglio regionale, il governo e il parlamento , le rappresentane economiche e sociali; le associazioni espressione dei cittadini , altri enti e soggetti “forti” come le imprese private e le società partecipate che operano nel comparto dei servizi pubblici.
Si tratta di soggetti che in molti casi sono oggi sprovvisti di una piena consapevolezza delle poste in gioco, dei rischi e delle opportunità.
Per questo è fondamentale che il processo di costruzione della città metropolitana sia accompagnato da una visione che offra una rappresentazione della realtà milanese e dei suoi problemi pubblici in grado di informare un’agenda concreta di temi di lavoro

Quali i prossimi passi:
a) con la regione abbiamo alcune questioni importanti da definire che riguardano la definizione di azioni e contenuti per modificare alcune legge regionali:
- Trasporto pubblico locale e infrastrutture ferroviarie e autorità trasporti prevista da legge regionale 6/2012
- Rete viaria e demanio metropolitano
- Servizio idrico integrato e Gestione integrata rifiuti urbani per cui occorre definire uniche autorità d’ambito ottimale e relativi piano d’ambito e affrontare la questione dei soggetti gestori
- Energia
- Ambiente e parchi
- Pianificazione territoriale: modifica legge regionale 12 ( oggi 134 pgt, 134 regolamneti edili, 134 modalita oneri di urbanizzazione
Ricordo che il comma 144 della Legge prevede che entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore le regioni sono tenute ad adeguare la propria legislazione alle disposizioni della legge 56
b) Società partecipate
c) Altre ambiti di intervento per la cooperazione intercomunale non previsti nelle funzioni fondamentale attribuite ma che sono importanti per una visione di sistema dell’area metropolitana : cultura, turismo, riforma delle asl.

di Daniela Benelli Assessore all'Area metropolitana, Casa, Demanio del Comune di Milano
 

per saperne di più:

http://www.milanocittametropolitana.org/

Futuro
immagine

IMILANO - L’Informagiovani di via Dogana 2 (MM Duomo; tram: 3, 12, 14, 16, 24, 27; bus: 54) si rinnova grazie a una sperimentazione unica in Italia: un luogo pubblico gestito direttamente dagli studenti.

Aperto anche di sera, di notte e nei weekend, è la prima ‘aula studio’ , in pieno centro, fruibile anche come luogo di incontri culturali, riunioni ed eventi promossi dai giovani della città.

Saranno direttamente gli studenti a gestire lo spazio, dopo l'orario di chiusura dei servizi dell’Informagiovani (dal lunedì al venerdì alle 18), e, in questa prima fase sperimentale, per almeno quattro sere a settimana lo spazio si aprirà ad associazioni, gruppi informali o semplicemente singoli che vogliono proporre un’iniziativa o utilizzare uno spazio condiviso.

Per conoscere le attività serali, notturne e nei weekend, o per prenotare l'utilizzo dello spazio, puoi inviare una mail all'indirizzo info.ladogana@gmail.com.

Durante le ore di apertura degli sportelli continueranno a essere attivi i servizi più classici dell’Informagiovani (lavoro, studio, mobilità internazionale, volontariato) ma soprattutto ci saranno novità, come lo sharing point, un’area libreria e studio, una piccola ciclofficina, lo sportello Arte di strada, Wifi gratuito, un murales (firmato Pao), tavoli e divani dove studiare, incontrarsi e progettare la città del presente.

Per consultare il calendario degli eventi
http://www.comune.milano.it/giovani/

Futuro
immagine

MILANO - Come la sventurata Ermengarda del suo eponimo, il Cinema Manzoni non è in buona salute.
Sono uno dei primi firmatari della petizione promossa da un gruppo di cittadini per salvarlo dalla trasformazione in spazio commerciale.
Con un ulteriore grido di dolore, la cittadinanza attiva e sensibile alle istanze culturali segnala al Comune, con ben più di un migliaio di firme, l’urgenza di fermare un infausto progetto di riconversione – chiamiamolo pudicamente così – analogo a quello che ha riguardato altre grandi e storiche sale cinematografiche del centro città (Capitol, Astra, Corso, Excelsior) all’insegna della massimizzazione del profitto indotta prevalentemente dalla moda – sempre che sia vero....
Anche in questo caso la proprietà (Prelios, ovvero Pirelli RE) intende ristrutturare lo spazio in pieno contrasto con la destinazione cinematografica della sala, rinnegando la storia di questo “bene comune”, il primo cinema milanese dotato del cinerama. Spetta all’Amministrazione Comunale fermare questa ennesima devastazione del patrimonio artistico e culturale e riportare nel centro di Milano il servizio ai cittadini che una grande sala cinematografica può offrire con una programmazione accurata e virtuosa.
Il 5 maggio 2013 il collettivo Macao aveva celebrato il proprio primo compleanno, esattamente un anno dopo l’occupazione della Torre Galfa, invadendo pacificamente e simbolicamente questo spazio abbandonato, ma neppure questo segnale forte è riuscito a trovare ascolto, forse perché si preferì sottolinearne l’aspetto di illegalità anziché intenderlo come vigoroso stimolo alla riflessione.
E’ sorprendente la diversità tra l’orientamento attuale dell’Amministrazione Comunale e quello seguito nell’immediato secondo dopoguerra: quando il teatro ottocentesco di piazza San Fedele fu distrutto dai bombardamenti del 1943 la città reagì con la costruzione di un nuovo spazio, appunto il Manzoni (aperto nel 1950), mentre ora si rinuncia improvvidamente a questo stesso luogo e alla sua destinazione culturale!
Le considerazioni sull’opportunità di preservare una architettura d’avanguardia per la fine degli anni Quaranta sono di competenza della Sovrintendenza, che però si ritrova inerme con il venir meno del vincolo monumentale in seguito a un ricorso della proprietà. Tuttavia, restano valide le considerazioni sul ruolo di servizio ai cittadini che un “bene pubblico” è chiamato a svolgere. Dunque, sollecito l’attenzione del Comune e invito a sottoscrivere la petizione all’indirizzo http://www.cinemamanzonibenecomune.com/

di Roberto Escobar (Docente di Filosofia Politica e Analisi del linguaggio politico all'Università degli Studi di Milano, collabora con L'Espresso come critico cinematografico)

Partecipazione
immagine

MILANO - L'Associazione non-profit Slanciamoci (www.slanciamoci.it) è entrata a far parte di Fondazione Serena Onlus, ente gestore del Centro Clinico Nemo, in qualità di socio partecipante. La collaborazione tra il Nemo e Slanciamoci è cominciata nel 2010 con una serata all’Atlantique di Milano per continuare con l’annuale Festa Rock all’Alcatraz, sempre a Milano.

Il presidente di Fondazione Serena Onlus, Alberto Fontana, è «particolarmente contento di questa alleanza, perché Nanni Anselmi, presidente di Slanciamoci, e tutta l’Associazione rappresentano al meglio lo spirito del Nemo, in quanto antepongono l’interesse della collettività e delle persone affette da patologie neuromuscolari al proprio».

L’Associazione, infatti, intende aiutare e sostenere, attraverso la musica e la cultura rock, i centri scientifici di eccellenza nazionali e internazionali che si occupano di ricerca e cura delle malattie neuromuscolari, in particolare della Sclerosi Laterale Amiotrofica. L'interazione tra il Centro Clinico Nemo e Slanciamoci nel corso di questi anni ha consentito la conduzione di progettualità mirate a comprendere uno degli aspetti più dibattuti sulla SLA, quali la comprensione del ruolo dei fattori genetici nello scatenare o modificare la patologia, in particolare attraverso la collaborazione con la S.S. di Genetica Medica dell'AO Niguarda Ca’ Granda.

«Fin dal primo momento in cui sono stato preso in cura dal Nemo ho condiviso un’empatia con le persone che vi lavorano, a tutti i livelli, e che mi hanno sempre trasmesso un’energia positiva», così Nanni Anselmi spiega il motivo per cui Slanciamoci associazione non-profit, di cui è il presidente, è entrata a far parte di Fondazione Serena Onlus in qualità di socio partecipante. «Credo, infatti, che il successo del progetto Nemo stia proprio nella umanità delle persone che lo hanno fatto nascere e che lo fanno vivere tutti i giorni. Un luogo dove mi sento compreso in tutte le specificità, a volte dolorose, che si devono sopportare per una patologia come la mia, la SLA. Un modo laico di interpretare la cura solidale. Un’esplosione di energia trasversale che unisce i giovani, i loro genitori e persino i loro nonni! Un contagio di passione. Una sfida ai nostri limiti e ai nostri mostri».

Nanni Anselmi di anno in anno ha saputo coinvolgere un numero crescente di amici in serate danzanti, fino alle 3.000 persone dell’ultima Festa Rock nel marzo 2014, durante la quale sono stati raccolti 45.000 euro. Un esempio di come tutti insieme - soci, amici, operatori sanitari e sostenitori – si possa coltivare la passione per la musica con entusiasmo, in modo solidale, originale e vincente, in una parola: ROCK!

nella foto: Nanni Anselmi

Ebook_antonucci
Comunicati stampa
25/03/2015 23:31 - LAVORO AGILE. UNA GIORNATA SPECIALE IN 300 UFFICI DA MILANO A CATANIA
25/03/2015 23:30 - SALUTE. FARMACIE COMUNALI APERTE PER ESAMI GRATUITI AI MILANESI
25/03/2015 23:30 - AMBIENTE. IL COMUNE ADERISCE ALL’INIZIATIVA “EARTH HOUR”
23/03/2015 21:30 - CONSIGLIO COMUNALE. DIMEZZATO IL NUMERO DELLE BENEMERENZE CIVICHE
23/03/2015 21:29 - MILANO. PISAPIA: "GRAZIE A CHI MI HA ESPRESSO STIMA E APPREZZAMENTO"
Mostra tutti i comunicati
I nostri link
Tag cloud
Cerca negli articoli
Mailing list
Rss
Movimento Milano Civica
questo sito è stato realizzato con il CMS Journalist | About | Contact